Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’idea della realtà quotidiana

Scrive Nicola Lagioia, commentando l’incidente ferroviario di Bari: “Che viaggiate a bassa velocità ad Andria come a Gallarate, avrete a che fare con uomini, donne, ragazze e ragazzi i cui volti sono totalmente diversi da quelli che potreste ritrovare in una fiction televisiva, in un reality, in un talent. Sono spesso i corpi e i volti di chi è stato lasciato indietro, di chi lotta con le unghie e con i denti per non essere sbattuto definitivamente fuori dal consesso sociale”.
Conosciamo qualcosa di questo paese, dei suoi mille volti che emergono ad una parziale evidenza solo quando accade qualcosa?
Non vale solo per questo paese, leggevo giorni fa un reportage sull’Inghilterra profonda, la compagna, quella che non è compendiata nel caleidoscopio di Londra: lì bisogna guardare per capire i risultati su Brexit.
Allo stesso modo è interessante osservare le reazioni della popolazione di Fermo, di quella fermanità (non se si dice così) quasi ossessivamente esibita, come dei sostenitori del responsabile dei fatti.
Ma, per quanto osserviamo, raccoglieremo solo dettagli, simboli anche importanti, ma solo frammenti che narrano veramente poco.
Conoscete la realtà dei vostri figli? Di quel microcosmo che avete contribuito a crescere e che magari, ancora, aiutate e sostenete?
Conoscete la realtà del vostro partner? Davvero?
E, per ultimo, siete sicuri di conoscere la realtà vostra?
Una via interiore compie il piccolo miracolo di metterci a nudo e di allenarci a vederci: alla fine possiamo dire di avere una certa cognizione di noi, ma il problema dell’altro rimane intonso.
L’altro è lì, appaiono alla nostra osservazione dei simboli, possiamo leggerli, trarne delle conclusioni provvisorie ma non avremo mai dati sufficienti per dire: “Ti conosco!” e, se inavvertitamente o per presunzione, ci capita di dirlo, la smentita non sarà lontana, a meno che non rimaniamo abbarbicati all’idea che dell’altro ci siamo fatti: allora non verrà smentita, perché aderiamo non alla realtà, ma all’idea che di essa abbiamo edificato e di conseguenza quell’idea può rimanere anche coerente nel tempo.
La conclusione amara è che non vediamo la realtà, ma l’dea che di essa ci siamo fatti e, dicendo questo, dico qualcosa di conosciuto ed evidente a molti.
Ma, se ci è così conosciuto e così evidente, perché mica siamo dei rozzi che nulla sanno, come mai ce lo dimentichiamo ad ogni passo?
E perché mai prendiamo per realtà quella che i media e i social ci scodellano e passiamo le ore a commentare ciò di cui poco gli altri sanno, anche quando sono dei professionisti dell’informazione, e poco, o niente noi sappiamo?
La soluzione? Complessa: osservare, ascoltare, acquisire dati, non giudicare, “salire sul monte” e osservare i fatti nell’ottica del sentire.


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