Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Tra sentire e condizionamento

Dice Antonella: “La vera obbedienza non è verso gli altri ma verso la propria coscienza”.
Questa frase mi fa pensare: obbedisco sempre alla mia coscienza o a volte, rimanendo succube dell’identificazione, finisco per obbedire all’altro?
E’ poi quel senso di insoddisfazione che mi fa capire di aver obbedito all’altro..
Cosa è bene per me? In questa situazione, mentre l’altro dice e si manifesta in un certo modo, io mi ascolto?
Oppure opera in me quell’automatismo che mi porta ad essere stretto nella morsa accettazione/rifiuto, adeguatezza/inadeguatezza?
Sono consapevole di essere stretto in quella morsa? Perché se sono nella morsa e non sono consapevole di esservi, non posso disconnettere il condizionamento e se non lo disconnetto non può sorgere alcun ascolto.
C’è ascolto del sentire solo quando la mente è vuota, quando non è condizionata.
La frustrazione nasce dall’impossibilità dell’ascolto, dall’aver reiterato il meccanismo generato dal condizionamento.
Sempre la frustrazione è simbolo di non allineamento con il sentire.
Potrò dire dei sì e dei no veri solo dopo aver ascoltato, dopo aver operato il discernimento che è conseguenza dell’allineamento con il sentire.
Altrimenti i miei sì e i miei no saranno solo uno sbattere ora di qua, ora di là e non sarò credibile, ne avrò autorevolezza.
Dall’ascolto nascono i no necessari e la capacità di reggere il rifiuto o la delusione dell’altro, e nascono i sì che rendono morbido il nostro procedere.
Dalla non chiara consapevolezza dell’azione del meccanismo, dalla incapacità di vedere lucidamente il condizionamento e dire a se stessi: “Adesso basta, non voglio più sottostare, non voglio aver paura, non voglio soccombere, non voglio più stare nella trappola!”, da questa dinamica forte, tutta interna a sé, nasce la possibilità di rompere il circuito, la coazione a ripetere, il ritorno del sempre uguale.
Per amor nostro dobbiamo rompere quel ritorno; per amore dell’altro che non ha bisogno di uno zerbino, ma di una persona, dobbiamo farlo.
Se questo romperà degli equilibri pazienza. Cosa ci diremo, in futuro, quando comunque saremo rimasti soli? Non ho avuto il coraggio di osare e mi sono accontentato di niente, logorandomi nell’intimo?
Meglio osare, meglio rompere un equilibrio: certamente mille volte meglio rischiare di sbagliare, piuttosto che rimanere paralizzati nella morsa del condizionamento e non riuscire a liberarsi.
Nessuno ci libererà se non lo faremo noi.


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  1. Grazie.

  2. Indicazioni sante e antiche. Difficile, sembra, metterle in atto, ma quando l’intenzione di liberarsi dal condizionamento è forte e chiara, anche l’errore, il raglio, la caduta sono una parte indispensabile del processo e dell’insegnamento!

  3. Mi sa che sto cominciando questi giorni a muovermi in questa direzione, aiutato dai post recenti. Hasta la vista!

  4. Osare anche ampliando lo sguardo e non fermarsi nel dettaglio!?

  5. “nessuno ci libererà se non lo faremo noi”… grazie!

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