Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La parusia: un Signore ci salverà da noi stessi?

Non credo. E ci dovrebbe salvare da cosa? Dal nostro egoismo? Ma non è forse la vita la grande officina per apprendere l’arte d’amare?
Dunque la salvezza è già intrinseca al creato, è la vita stessa che salva.
Ho preso lo spunto da questo commento di Enzo Bianchi al vangelo della prima domenica di avvento, Lc 21,25-28.34-36: la parusia, il ritorno del Cristo, la fine del tempo, la trasformazione definitiva e l’affermazione del Regno di Dio.
Qui trovate una lettura molto diversa dello stesso brano di Luca: Alberto Maggi entra nei simboli ma, a mio parere, non coglie il senso esistenziale degli stessi.
Non poteva esprimersi in modo più chiaro Enzo: in poche righe ho ritrovato tutte le ragioni per cui non posso essere cristiano e ha marcato, con quegli argomenti, una distanza di visione che non posso colmare.
Una distanza di visione non significa una distanza di sentire: questa è la ragione per cui mi capita di interloquire con gli argomenti di Enzo Bianchi di tanto in tanto.

[…] Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Salvatore dell’umanità e Giudice del male compiuto nella storia. […]

Dicono i cristiani che Cristo è la fine e il fine della storia.
Diciamo noi, nella  nostra irrilevanza, che la storia è il respiro dei molti sentire di Dio e che ogni coscienza-persona è un grado di quel sentire: vivere è manifestare il sentire acquisito e apprenderne e consolidarne di nuovo.
Vivere è il film del sentire unitario e senza tempo che si manifesta nel divenire, nella forma umana, nel pensiero, nelle esperienze.
Il vivere da solo basta, contiene in sé ogni “salvezza” possibile.
Non ci sarà alcun Signore alla fine, perché la signoria di Dio è già, essendo il creato sentire del suo sentire, carne della sua carne.
Il nostro dramma è che ci sentiamo altro: il vivere ci rende consapevoli che altro non siamo, che l’unica cosa che ad ogni respiro accade, ora e sempre, è il respiro di Dio, l’unico reale.
Nessuno ci salverà da noi stessi perché non c’è alcuno da salvare: c’è da divenire consapevoli di quel che già è.
Tutto il cammino di “salvezza” è svelamento dell’essere che già è.


Se vuoi puoi iscriverti alla newsletter “Il Sentiero del mese” con gli appuntamenti, i post pubblicati di recente, la vita nel Sentiero contemplativo. 

 

Print Friendly

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *