Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Michael Grab, testimone dell’essere

Nell’opera di Michael Grab, rock balancer, c’è un’evidenza: il processo di costruzione, pietra su pietra, è la manifestazione di uno stare interiore, del risiedere in un equilibrio di tutto l’essere che plasma e rende possibile la forma che le pietre assumono nello spazio.
L’impressione mia è che Michael, con la sua intenzione, realizzi nell’ambiente un equilibrio che poi viene sostenuto dall’ambiente stesso, dall’insieme di tutti gli agenti: l’acqua, il vento, le pietre, la vegetazione, Michael stesso.
I protagonisti tutti cantano quell’equilibrio, e quello parla di un gesto compiuto nell’assenza: di sé, del proprio pensiero, di una volontà personale separata dalla volontà dell’assieme.
E’ come se tutti i protagonisti vivessero simultaneamente la dimensione dell’essere e del divenire, narrata dal senza tempo delle pietre disposte e dallo scorrere del fiume.
Michael è soggetto assente: operante eppure passivo, che non dispone secondo un suo progetto, ma esegue un’intenzione che lo trascende e che appartiene alla vita.
Tutto narra, in modo limpido, la natura più profonda della meditazione e della contemplazione.
Le immagini.
Il sito di Michael Grab

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  1. Grandioso,
    il solo guardare le foto ed i filmati mi ha messo in uno stato mentale di quiete.

  2. solo vedere questa foto mi ha scosso profondamente…anzi no qualcosa di diverso…chiamarla emozione non le rende giustizia. E’ come guardo il cielo…e sorridendo mi inchino

  3. Quest’arte e questa descrizione sono due brividi. E non ci sono parole, se non parole di troppo, per dire come dentro due soli brividi possa essere contenuta tutta l’essenza del mondo. Un plauso!

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