Ancora sull’origine del dolore

Manish, nel suo post di ieri, sostanzialmente afferma che il dolore si può gestire attraverso la disconnessione, appoggiando l’attenzione e la consapevolezza sul presente. Si, senza dubbio, ma questa è la gestione del dolore, non la via al superamento del dolore.
Anna dice:  “C’è chi, come il Cerchio Firenze 77, afferma che il dolore ce lo siamo cercati: quale è la tua posizione in merito?”
Perché soffriamo? Perché c’è qualcosa che non abbiamo compreso. Vivere non è altro che comporre il puzzle del sentire di coscienza e lo si costruisce attraverso le esperienze: di esperienza in esperienza si strutturano tessere di sentire; tessera su tessera si forma il corpo della coscienza e si amplia il sentire che ne deriva. Vivere è ampliare il grado del proprio sentire.
Lo stato di sofferenza indica che in una certa area del nostro essere ci sono aspetti non chiari, qualcosa da cui stiamo fuggendo, qualcosa di non maturo, un conflitto tra coscienza ed identità: la relazione con l’altro da noi ci permette, in genere, di portare alla luce questi aspetti.
Il dolore indica quindi un cantiere aperto:
-spostare l’attenzione dal dolore a quello che si sta facendo, disconnettere quindi, non risolve il conflitto o l’immaturità che l’ha generato, semplicemente salta l’ostacolo;
-affermare che ce lo siamo procurati noi è solo un modo per autosvalutarci.
La realtà, molto semplice, è che si supera ciò che si è compreso: non soffriamo più per quel fatto quando ne abbiamo compreso l’origine, la sfida di fondo, l’aspetto del nostro essere che chiede una trasformazione.
Soffriamo per un limite di comprensione; viviamo a causa di un limite di comprensione: se avessimo compreso tutto il comprensibile non saremmo incarnati. Non aver compreso non è una colpa.
Siamo qui per comprendere, tutti noi, senza eccezioni. Questo ci rende sostanzialmente uguali, fratelli e sorelle: non è una colpa non sapere, non aver compreso, è un dato di fatto che accomuna tutti, chi in un’area chi in un’altra tutti stiamo lavorando su qualcosa.
Più il nostro sentire si fa ampio, meno soffriamo, di norma. Qual’è allora il comportamento più corretto di fronte al dolore? Direi che non c’è alcuna ricetta valida per tutti (si veda questo post) ma per alcuni ha un significato questo procedere:
-accogliere il dolore come indicatore dei propri processi;
-analizzarne l’origine per capire il fronte dell’essere che chiede un cambiamento;
-disconnettere appoggiando l’attenzione su altro, senza alimentare quello stato.

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