Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

 

 


A te, Padre mio, con tutto l’amore che conosco, 
io rivolgo 
il mio ringraziamento.
Certo non tutto ciò che Tu mi invii
è
facile da affrontare,
certo alla mia mente
avventata
sembrano molti di più i momenti di dolore,
di sofferenza che i momenti di gioia e di felicità,
ma, quando il vento che mi ha portato con sé
smette di soffiare ed io riesco a trovare in me
un attimo per guardare indietro, 
mi accorgo che, alla fin
fine, gioia e dolore,
finiscono per equivalersi e sono stato io, soltanto io,
nella mia avventatezza, che non ho saputo vivere intensamente
la gioia tanto quanto ho  vissuto intensamente il dolore,
che non ho saputo assaporare ogni aspetto della mia vita,
che pure esiste per me, è così per me,
per farmi crescere, non per punirmi o per altre motivazioni.
Con quelle poche parole, Padre mio,
che io riesco a trovare faticosamente nella mia mente,
Ti ringrazio comunque e sempre
per avermi dato quel dono che è la vita,
che così spesso io non riesco a riconoscere come tale.
Grazie, Padre mio, comunque e sempre.

Moti


 

 


Grande Spirito che tutto circondi,
io mi riconosco nelle tue creature,
siano esse una pianta,
siano esse un animale,
siano esse un essere umano,
ma questo purtroppo accade soltanto a tratti,
perché se davvero io mi 
riconoscessi in Te,
attraverso la 
mediazione di tutto ciò che mi circonda,
in quell’attimo non avrei più bisogno di tornare a vivere.
Eppure sono proprio quei momenti,
Grande Spirito, Padre mio,
che mi spingono e mi danno la forza
per andare avanti.

Hiaiuatha


 

 


Padre mio se quanto accade,
accade per il 
nostro bene,
perché è necessario che accada,
fa sì che io, comunque, non resti insensibile
ciò che avviene, ma trovi in me un motivo in più
per proiettare al mio interno l’esperienza 
di chi sta soffrendo
così da arrivare a comprendere ciò che io devo comprendere,
in modo tale che, un domani, altre persone non debbano soffrire
altrettanto per aiutare la mia comprensione.
Padre mio, aiutami ad essere d’esempio agli altri
affinché chi, per cattiva comprensione, cerca di prevaricare gli altri,
riesca, osservandosi, anche magari soltanto per un momento,
a fermare il suo agire e a rendersi conto di quanto sta facendo.
Padre mio fa sì che io non sia passivo di fronte alla Realtà,
ma collabori con essa, 
affinché il fine ultimo
venga raggiunto in 
armonia, da tutti.

Moti


 

 


Padre mio, nella mia vita di tutti i giorni, 
a volte riesco anche a trovare un momento
per
distogliermi dal mondo e cercare la Verità.
I miei occhi, allora, si volgono intorno,
osservano ciò che li circonda;
le mie orecchie 
si tendono ad ascoltare
anche il più piccolo 
suono alla ricerca di una parola di Verità;
la mia mente analizza, esamina, critica, giudica;
tutto il mio essere, in fondo, è teso verso la ricerca,
eppure, Padre mio, la verità sembra allontanarsi sempre di più da me,
e come un fantasma malizioso mi sfugge tra le dita
non appena sembra che io stia per afferrarla,
e mi schernisce, mi deride e sparisce dietro 
all’angolo della mia mente.
Padre mio, aiutami, Ti prego:
se io sento 
interiormente questo bisogno di Verità,
se io sento che conoscere la Verità può darmi pace,
può farmi essere diverso,
fa qualche 
cosa Tu, Tu che tutto puoi,
per aiutarmi in 
questa mia ricerca affannosa
e così spesso 
disperata!

Moti


 

 


Padre mio, io non riesco ad accettare le persone intorno a me,
questa mia difficoltà ad accettare mi sembra che punti il dito accusatore
verso di me per dirmi: «Tu, che non
accetti gli altri,
è semplicemente perché non accetti te stesso».
È facile dire così, certamente sono lontano dall’accettare veramente me stesso,
così
come sono lontano dall’accettare veramente gli altri,
ma questa «accettazione» che io
cerco, so davvero, sento davvero che cosa è?
È una cosa dettata dalle leggi del vivere comune,
è una cosa dettata dagli archetipi sociali,
è una cosa dettata dai dogmi della
religione o è qualcosa di diverso,  
qualcosa che devo sentire nascere e premere,
e crearsi e crescere dentro di me,
come se fosse
un  «mio» archetipo personale che, solo,
indica quello che io devo fare, raggiungere, sentire?
Forse, Padre mio, se io mi preoccupassi meno di quello che gli altri pensano di me
e di più di ciò che io penso di me stesso,
gran parte dei miei problemi avrebbero un altro significato e un altro senso.

Rodolfo


 

 


Padre mio, lo so che tutto quello che mi accade ha una sua ragione di esistere,
sono consapevole del fatto che ogni esperienza nel corso della mia vita
si presenta per aiutarmi a comprendere, a migliorare, ad avvicinarmi a Te passo a passo;
io cerco con tutta la mia forza, con le possibilità che ho per poterlo fare,
di rivolgermi verso di Te, a volte scegliendomi dei modelli da seguire
per poter riuscire – attraverso questi modelli – ad arrivare a identificarmi
sempre di più con l’idea che ho di Te, Padre mio.
Ma ahimè, io sono soltanto un pover’uomo, sono un figlio della realtà fisica,
con i legami, i condizionamenti, le strategie del mio Io che mi rendono ciò che sono
e ciò che manifesto all’interno della realtà fisica in cui mi trovo a fare esperienza;
e così accade spesso che persino la scelta dei miei modelli non sia la migliore che io potessi fare.
E poi perché scegliere un modello quando esisti Tu, Padre mio,
unico e vero – anche se inesprimibile modello – che parli dentro di me? 
L’ascoltarti potrebbe rendere la Tua voce così forte e così limpida,
così pura da permettermi – se riuscissi ad ascoltarla con attenzione,
ad osservarla con attenzione – da modificare veramente il mio essere,
senza per questo arrivare ad accomodamenti o a compromessi
con quella che è la realtà esterna?
Questa realtà esterna che è fatta di continue maschere che io devo calare su ciò che sono;
questa realtà esterna che mi impone delle scelte che a volte preferirei non fare;
questa realtà esterna che mi presenta un mondo governato da individui
che non hanno una consapevolezza di se stessi ma sono, in realtà, guidati soltanto,
accecati sempre, da ciò che il loro Io reclama a gran voce per la sua volontà di potenza.
Padre mio, che vita difficile quella in cui sono immerso!
Eppure sarebbe tutto così semplice,
se io riuscissi a comprendere veramente chi sono e cosa sono.

Moti


 

 


Padre mio, com’è difficile questa vita che Tu mi hai donato!
Com’è difficile percorrere la strada che Tu hai tracciato
e che con tanta facilità io perdo di vista nel mio affannoso,
faticoso andare avanti!
Molte sono le cose che mi distolgono dal sentiero,
tante sono le paure che rendono
incerto il mio camminare;
tanti, tantissimi
sono i desideri che mi fanno perdere di vista
per un attimo, o per intere vite, qual è la
direzione giusta che stavo percorrendo.
Eppure, alla fine, Padre mio, so che la strada è sempre lì,
e sono certo che non la perderò mai veramente
perché la Tua voce mi chiama comunque in continuazione,
senza sosta, con amoroso e sollecito affetto,
ed è a questo
amoroso e sollecito affetto che io affido la mia vita,
la mia esistenza,
i miei dubbi, le mie paure, i miei desideri,
le mie fatiche, le mie ore, i miei giorni,
il mio essere qui, in Te e con Te.

Rodolfo


 

 


Padre mio, oggi, nel corso della mia vita, ho fatto una scoperta 
e, per un momento, mi son sentito Cristoforo Colombo che scopriva l’America:
ho scoperto che sono capace di
aprirmi agli altri,
che sono capace di mostrare agli altri quello che ho dentro,
frapponendo un’infima parte delle barriere
che sono così bravo ad esibire normalmente.
E allora – mi sono chiesto – perché non l’ho mai fatto?
Perché, con tutte le possibilità che l’esistenza mi ha presentato,
ho preferito selezionare il mio darmi agli altri,
ho preferito negarmi a volte, ho preferito ammantarmi di tristezza,
o di delusione, o di vittimismo, allontanando gli altri da me,
invece di andare col cuore in mano e vedere se qualcuno lo poteva prendere?
Qual è la ferita che avevo paura di mostrare?
E ancora: “Ma c’era davvero questa ferita o, ancora una volta,
era una mia illusione, era un mio modo sbagliato, un mio timore,
una mia emozione fuori luogo?”
Questi saranno gli ultimi interrogativi che accompagneranno la mia esistenza
e ai quali dovrò dare una risposta che mi permetta di non ricominciare da capo
con gli stessi errori e le stesse sofferenze la prossima vita.
Magari adesso che, dopo essermi donato agli altri,
ho scoperto che si può stare meglio anche con un piccolo atto come questo,
forse riuscirò a farlo ancora con maggiore facilità
e questo già potrà essere un aiuto, Padre mio.

Scifo


 

 


Padre mio, io mi guardo attorno ad ogni istante
che passo lungo la mia strada faticosa e resto colpito,
emozionato, frastornato da ogni cosa nuova che incontro
e che mi fa comprendere quanto poco, in realtà, io conosca
e sappia.
In quei momenti, in quei rari, rarissimi momenti,
io riesco per un attimo a trovare veramente in me il senso dell’umiltà:
allorché mi sento sperduto, piccola goccia di colore anonima
– ma non per questo meno importante – sulla grande tela che Tu, 
con
infinita pazienza, costanza e bontà hai creato.
Eppure, tendo l’attimo successivo a dimenticarmi
di quel senso di piccolezza di cui mi ero impadronito,
tendo a pensare a me stesso come se fossi il centro intero dell’universo
e non soltanto il piccolo centro del mio universo personale
del quale io sono abituato a considerarmi signore onnipotente e padrone;
perdo il senso della vastità del Tuo «Disegno»,
perdo il senso della grandezza, delle sfumature,
delle variazioni che Tu hai saputo creare,
perdo il senso della realtà delle altre gocce che sono sulla tela assieme a me
e me ne sto nel mio angolo, rappresentazione spesso statica di qualcosa che possiede in se stesso,
per sua stessa concezione, una dinamicità estrema che permea tutto il Disegno
pur
rendendolo apparentemente fermo.
Eppure, Padre mio, non è che non desideri essere umile,
non è che io voglia con tutto me stesso cercare di essere migliore di come sono,
e allora arrivo a chiedermi:
«Ma sarà davvero, poi, colpa mia, responsabilità mia se io sono ciò che sono,
o non sarà semplicemente che io sono così perché così è stato dipinto nel Tuo Disegno
e, per non scombussolare tutto il Tuo lavoro, io devo per forza di cose adeguarmi ad esso?».
E allora, a questo punto, mi chiedo ancora:
«Ma quale è, in fondo, la mia vera responsabilità?
Di quanto o di cosa io posso essere responsabile? Di ciò che faccio?
Ma ciò che faccio è scritto, è dipinto, Tu l’hai dipinto;
quindi – semmai – Padre mio, la responsabilità non può essere che Tua!
Di ciò che dico?
Ma ciò che dico io lo dico perché Tu, Padre mio,
hai scritto che io lo dica, e allora come posso essere responsabile di questo?».
Tutto ciò che io sono, in fondo, risponde a queste caratteristiche
e tutto questo sembra riportarmi allora a considerare la responsabilità
sotto un altro punto di vista, finendo poi col portarmi a concepire
una responsabilità infinita che non mi appartiene ma che appartiene soltanto a Te;
e anche se io non comprendo la necessità del Disegno,
anche se io non comprendo la necessità della sofferenza,
anche se io non comprendo la necessità della morte, del
dolore,
delle disgrazie, della solitudine, della disperazione,
allora, malgrado questo, io non posso far altro che dire:
«Sia fatta la Tua volontà» perché la responsabilità, Padre mio,
non può essere che Tua.
Tutto ciò che posso fare, o cercare, o illudermi di cercare qualcosa di più,
è cercare, o illudermi di cercare di conoscere più di quello che un attimo prima conoscevo;
cercare, o illudermi di cercare di aiutare le altre persone;
cercare, o illudermi di cercare di essere migliore;
ma quell’immagine sulla tela, Padre mio,
esiste davvero, o anch’essa è soltanto un’illusione nella Tua Realtà?

Scifo


 

 


A Te Padre mio, ancora una volta mi rivolgo,
ma questa volta non per porti delle domande,
bensì per rivolgerTi certi pensieri che sono, spero, delle mie acquisizioni.
Io, Padre mio, sono immerso in questa materia che Tu, con una fantasia inimitabile,
hai saputo plasmare, creare, modificare, rendere sempre diversa attimo dopo attimo,
e con la mia consapevolezza, con la mia coscienza
sospesa tra cielo e terra,
sospesa tra la realtà fisica e la mia parte spirituale,
io mi trovo a dover affrontare giorno dopo giorno l’incontro
con gli avvenimenti che nella Tua materia fisica si svolgono.
Com’è facile, Padre mio,
com’è facile – per me e anche per tutte le Tue creature – arrivare a considerare
questa vita che Tu ci hai donato come se fosse continuamente una fonte
di
inesauribile e inevitabile sofferenza;
eppure, Padre mio, io sento che così non è, così non può essere,
perché questo non rientrerebbe nella logica della Tua essenza,
non potrebbe rientrare nel Tuo modo di essere il voler far soffrire
in continuazione coloro che da Te stesso sono scaturiti.
Questo – al di là di ogni discorso filosofico, al di là di ogni ragionamento mentale,
al di là di ogni insegnamento che io possa affrontare –
e solo questo pensiero mi basta per comprendere che la sofferenza che incontro
è una sofferenza che esiste soltanto perché in tal modo io la vivo.
Oh, certo, tra i miei compagni di viaggio c’è chi può aver perso
improvvisamente un
amore, che, inaspettatamente, ha visto spezzarsi quel filo,
quel legame che univa due persone e che sembrava essere indissolubile,
e questa persona certamente mi dirà che la sofferenza non è solo sua,
che in fondo colui o colei che ama o che ha amato,
e che amerà probabilmente per tutta la vita, non esiste più
e, quindi, la sofferenza non può essere soltanto una cosa sua.
Eppure io penso che quando sono nato, Padre mio,
nel momento stesso in cui ho cominciato ad aprire gli occhi alla vita,
in quello stesso momento ho incominciato a morire
e l’idea della morte mi ha accompagnato per tutta la vita.
Fin dai primi anni ho compreso che, prima o poi, non soltanto gli altri individui
ma anche lo stesso Io che sperimenta la materia in questo momento
abbandonerà il piano fisico.
Ecco così che l’idea della morte è diventata per me
– che io lo volessi o meno – familiare.
Certamente, posso non avervi posto molta attenzione,
come sempre accade quando le cose sembra che succedano agli altri
e che siano così lontane, ma col passare degli anni,
con i giorni che hanno portato via a poco a poco molte persone care,
ecco che quest’idea si è fatta sempre più vicina a me e, quindi, non mi sembra giusto
né logico pensare che io non potessi veramente essermi quasi arreso,
abituato all’idea che la morte prima o poi mi avrebbe toccato molto più da vicino
di quanto potessi pensare e che quindi, conoscendo questo fatto come una cosa vera,
la sofferenza sarebbe stata per me certamente non annullata,
ma quanto meno compensata dalla comprensione di un fatto che comunque,
prima o poi, sarebbe accaduto.
Certo, l’essere immerso nella materia costituisce uno dei miei più grandi limiti,
ma è soltanto un limite apparente, Padre mio,
io lo so;
io lo so, per aver sentito le voci dei Tuoi figli, che ciò che osservo non è la Realtà,
la Realtà più grande, definitiva, ma è soltanto la copertura di una realtà immensa
di cui io conosco solamente una piccola porzione e forse, Padre mio,
forse ho anche compreso il perché di questa limitazione,
forse sono arrivato a comprendere che se davvero non avessi questa limitazione
e potessi vedere tutta la realtà fin dal mio primo incarnarmi,
resterei talmente annichilito da ciò che potrei vedere e conoscere
da trovarmi completamente bloccato nella mia evoluzione.
E poiché, Padre mio, l’idea di Te, che mi accompagni con la Tua bontà
lungo il cammino per condurmi per mano fino a congiungermi,
a diventare una vera parte di Te, mi appartiene e non mi lascia mai
anche quando io da essa distolgo l’anima,
proprio per questo motivo, Padre mio,
io sono convinto, sono certo e so, sento, comprendo,
che tutto ciò che mi accade non può accadermi altro che per il mio bene
e la mia crescita, e per questo,
Padre mio,
ti son grato e ti ringrazio.

Moti


 

 


Padre mio, quante volte io mi osservo nelle mie giornate,
guardo i miei comportamenti,
i miei atteggiamenti,
osservo ciò che io sono, ciò che mi sforzo di essere,
ciò che voglio apparire di essere,
e quante volte – nel corso di questa mia osservazione interiore –
scopro in me stesso cose di cui non sospettavo neppure minimamente la presenza.
E  allora, come tutte le creature ferite nelle proprie aspettative,
la scoperta di come veramente sono porta con sé la sofferenza;
e l’incontro con la sofferenza,
Padre mio,
mi porta quasi inevitabilmente
a reagire ad essa
mettendomi, di fronte
al mondo che mi sta dinanzi,
una maschera dopo l’altra per non apparire come colui che soffre,
per apparire come colui che è sicuro
di sé, come colui che sa,
come colui che può, come colui che ha capito,
come colui che ha compreso la vita e guarda talvolta da un gradino più alto
i propri fratelli a voler significare, quasi con una certa sufficienza,
che comprende i loro problemi perché egli li ha già ormai superati.
Poi, altrettanto inevitabilmente, qualcosa scatta al mio interno
e allora finisco col ritrovare quel minimo di umiltà
che è necessaria per andare oltre a tutto questo,
e allora mi
osservo con maggior attenzione
e le mie maschere cadono ai miei piedi una dopo l’altra
come fittizie creature che non hanno alcuna vera ragione di esistere,
e il mio mostrarmi agli altri diventa un essere me stesso
consapevole dei difetti e anche dei pregi derivanti dalle comprensioni raggiunte;
e l’umiltà che sgorga dentro di me come un piccolo timido fiume
riesce a farmi restare in secondo piano
anche quando mi rendo conto che sarebbe molto facile ergermi
a protagonista della scena se soltanto lo facessi
e se soltanto un attimo prima l’avessi voluto fare.

Anonimo


 

 


Una cosa mi chiedo, Padre mio:
io mi guardo nel mio essere in contrasto con gli altri;
io mi guardo nel mio voler essere più degli altri;
io mi guardo nel mio lottare con gli altri e con me stesso;
io mi guardo nel mio essere io tutti i giorni,
un giorno dopo l’altro, e mi chiedo:
«Ma se davvero voglio cambiare la mia vita,
allora perché non la cambio?»

Moti


 

 


Quante volte Padre mio,
quante volte io potevo comprendere 
e non ho compreso.
Quante volte Padre mio,
potevo fare e non ho fatto.
Quante volte Padre mio,
io potevo aiutare eppure non ho aiutato.
Quante volte Padre mio,
ho proiettato me stesso lontano
quando c’era bisogno di me vicino.
Quante volte Padre mio,
mi sono dimenticato della Tua esistenza
per cercare soltanto ciò di cui avevo bisogno,
senza rendermi conto che c’erano altri bisogni
di cui ero responsabile.
Cosa devo fare, Padre mio,
sentirmi in colpa per questo?
Proprio tu mi hai insegnato
che sentirsi in colpa non serve a nulla.
Tutto ciò che posso fare, Padre,
è cercare da domani di essere diverso.

Moti


 

 


Padre, perdonami l’orgoglio
che mi impedisce di chiedere scusa per un mio errore,
quello stesso orgoglio che non mi fa piegare di fronte all’altrui ragione,
quello stesso orgoglio che mi fa incrinare un matrimonio,
rovinare un rapporto, sciupare un’amicizia,
piuttosto che chinare il capo ed ammettere
di avere errato.
Ti prego, Padre mio, perdonami anche per quell’orgoglio
che non mi fa accettare le idee degli altri,
che mi impedisce di sentirli miei fratelli
anche nei momenti in cui mi rivolgono delle critiche
– giuste o sbagliate che esse siano –
che non mi fa comprendere che un rimprovero, una opposizione,
possono anche essere segno di aggressività repressa
ma sempre sono segno di non indifferenza,
cioè d’amore nei miei confronti.
Concedimi il Tuo perdono, Padre mio,
per tutte le lacrime che, per orgoglio,
non ho
lasciato sgorgare dai miei occhi.
Tu lo sai che c’erano, ed erano copiose dentro di me,
ma sai anche quanta fatica mi costa mantenere integra
la mia immagine di essere orgoglioso, forte,
invulnerabile alle avversità, intoccabile dal dolore.
Aiutami, Ti prego, Padre mio,
a trovare l’unico orgoglio che veramente valga la pena di possedere:
quello di sentirmi una Tua creatura
e di poterTi chiamare Padre.

Viola

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