Saggezza e radici

Nel mondo puoi mettere un “like” senza nemmeno aver letto quello che l’altro scrive; puoi dire che ci sarai e poi dimenticartene e non curartene.
Puoi dare la tua parola, fare promesse e poi rimangiartele senza battere ciglio: nel mondo dell’effimero, puoi essere effimero e potete farvi compagnia uniti dall’inconsistenza.
Nel mondo della via interiore, un si è un si, un no, un no; un impegno, un impegno; una parola data, un obbligo.
Il mondo della via interiore ha bisogno di stabilità, di radici, di esperienza e di quella saggezza che dalle radici e dall’esperienza matura.

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La vicinanza che aiuta

In una coppia, se i due affrontano la vita leggendola alla luce dello stesso paradigma, tutto è più facile: quando in una officina gli operai sono esperti ed affiatati, il lavoro scorre molto più agevolmente e con meno fatica per tutti. La presenza di un apprendista che non conosce il lavoro, richiede uno sforzo e una dedizione particolari ma, in genere, l’apprendista impara e quello sforzo è ripagato dalla suddivisione futura dei compiti e dei carichi.
Quando in una coppia, uno dei due non ne vuol sapere di condividere il paradigma, la cosa si complica: un apprendista lo puoi anche licenziare, un partner pure, ma è più complicato.

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La conoscenza, la consapevolezza, la comprensione innazitutto

Accogliamo oggi una nuova amica nella nostra comunità, in questa officina esistenziale che ci vede impegnati nel cammino della conoscenza, della consapevolezza, della comprensione.
E’ un passo importante, non verso di noi, non per l’organismo comunitario che comunque si arricchisce di un altro sentire, di un’altra operaia, ma per ciò che significa per la persona che compie la scelta: essa si propone di porre al centro della propria esistenza, insieme alla cura di sé e della propria famiglia, il cammino interiore, la conoscenza di sé, la consapevolezza del proprio operare, la disponibilità ad imparare e, ogni giorno, a cambiare.

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Il procedere assieme

Parlavamo ieri con due compagni di viaggio della esperienza del procedere assieme.
Una di loro osservava come non si sente comunità e come attribuisce a questa mancanza un valore negativo.
Rispondevo che la questione non è lì: la mente si sente comunità, sente cioè di appartenere ad un archetipo transitorio con certe caratteristiche, una certa vocazione e una certa funzione.
Nel Sentiero abbiamo una comunità, ma non è qualcosa di convenzionale: è la comunità di coloro che procedono assieme nel cammino della conoscenza, della consapevolezza, della comprensione. E’ un’officina esistenziale, un insieme di strumenti e di possibilità.

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Comunità e gratuità

In una via interiore la comunità è l’organismo dei sentire che procedono assieme.
Nel mondo della mente viene coltivata l’illusione che ciascuno procede per sé; nel mondo del sentire ci si apre all’evidenza che tutte le coscienze procedono assieme.
Cosa vuol dire? Che non c’è sentire che possa sperimentare, apprendere, comprendere senza relazione: relazione tra identità che forniscono dati ai relativi sentire.
Relazione tra coscienze che appartengono ad aggregati di sentire più o meno ampi.*
Tutti gli esseri procedono assieme, di qualunque natura siano. Tutto il cosmo procede assieme. In altri termini, e da un altro angolo visuale, potrei dire che nulla procede e tutto è Uno e, in quanto tale, è l’insieme di ogni presunta e illusoria parte, ma ora mi interessa osservare la realtà dal punto di vista del divenire.

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separazione

La separazione: il processo nostro, le responsabilità dell’altro

Ogni volta che i cammini delle persone si separano, sempre si ripete un copione che ricalca schemi logori; sempre, o quasi, la nostra attenzione è principalmente rivolta alle responsabilità dell’altro e, solo in seconda battuta, alle nostre.
L’altro con cui abbiamo camminato assieme diviene colui, o colei, che non è stato attento, non ha provveduto, ha prevaricato, ha eroso le basi dello stare assieme.
Nella fase della separazione dimentichiamo facilmente che con l’altro avevamo aperto un’officina esistenziale e che in quella noi facevamo il nostro lavoro, l’altro il suo.
A noi competeva interrogarci e lavorare sulle nostre reazioni, sulle nostre paure, sulle nostre resistenze, sui nostri limiti; all’altro spettava interrogarsi su ciò che la nostra presenza, il nostro modo di essere, il nostro limite suscitava in lui/lei.
Quando i due aprono l’officina comune di una relazione (sentimentale, amicale, comunitaria non importa) riconoscono che ci sono le condizioni per svolgere del lavoro assieme, che ci sono basi comuni, condivise, potenzialmente produttive.
Se non ci sono le condizioni di base non si apre l’officina ma, se questa viene aperta, allora ciò che spetta ai due, nel tempo, è qualcosa di molto articolato e complesso: la capacità di vedersi consapevolmente nelle mille piccole, o grandi, reazioni e dinamiche indotte dalla presenza dell’altro nella propria vita.
Senza sosta l’altro mette a nudo il nostro limite, il nostro giudizio, la nostra aspettativa.
Come lo fa? Semplicemente mostrando se stesso, nei limiti e nelle possibilità che lo caratterizzano come altro da noi.
Quando i due si separano, che senso ha dire: “Perché tu sei così!”, “Perché hai detto e fatto quello!”
Non è mille volte più importante riflettere sul perché non ha funzionato? Sul perché ad un certo punto abbiamo perso di vista il cammino comune e abbiamo cominciato a dare importanza ai dettagli, alle piccole ferite egoiche, al limite dell’altro che si mostrava a noi e non al limite nostro che si mostrava all’altro?
Non possiamo dunque dire niente all’altro, non possiamo imputargli responsabilità, non possiamo aiutarlo a capire anche le sue responsabilità?
Si, possiamo farlo, ma solo dopo aver esposto a noi stessi e all’altro le nostre responsabilità e la comprensione che abbiamo realizzato delle esperienze comuni: solo allora possiamo dire che, forse, quella modalità dell’altro non ci ha aiutati, che quell’attitudine in certi momenti ci ha appesantiti. Possiamo dire limitandoci agli aspetti esistenziali e generali, senza mai puntare il dito: perché?
Per una ragiona banale: ciò che abbiamo vissuto dell’altro non è ciò che l’altro è, ma ciò che è stato necessario che apparisse a noi affinché apprendessimo il necessario per i nostri processi interiori.
L’altro che abbiamo vissuto era il collaboratore efficace interno ai nostri processi: la questione centrale, e reale, è costituita dalle possibilità di apprendimento che ha portato, non dal perché o dal come l’ha portata: il perché e il come erano i mezzi più funzionali al raggiungimento della comprensione a noi necessaria.
La scena è nostra, sul palcoscenico accadono le rappresentazioni importanti per noi: la realtà non è oggettiva, ma squisitamente soggettiva.
Ciascuno dei due attori vive il proprio film personale funzionale agli apprendimenti che gli sono necessari. Là dove uno è l’attore principale, l’altro è la comparsa e viceversa.
Che cosa farà l’altro? Ci riguarda? Si interrogherà, comprenderà? Cambierà? Siete sicuri che ci riguarda, che dobbiamo occuparcene? O non è questione sua, perché sua è la vita e solo al suo sentire risponde?
Concludo.
Ci sono officine, a parer di chi scrive, che non possono essere che chiuse perché troppo faticose.
Ce ne sono altre che è semplicemente sbagliato chiuderle perché non hanno ancora esaurito il loro potenziale creativo.
Ce ne sono altre ancora che è ineluttabile chiudere, perché non abbiamo il coraggio di affrontare ciò che svelano di noi.
Infine, le ultime officine che non possono non essere chiuse, sono quelle che non avevano i presupposti per essere aperte: uno dei due, o tutti e due, non avevano ben guardato in se stessi quando avevano detto si: questo non toglie che non abbiano comunque imparato il necessario.

comunita

La comunità, archetipo delle relazioni

E’ possibile leggere l’intero ambito delle relazioni umane come manifestazione articolata e piena del principio/archetipo comunitario.
Che cos’è una comunità?  L’ambiente nel quale avviene la manifestazione creativa del singolo, il suo processo di trasformazione interiore reso possibile dalla relazione con l’altro da sé che comporta vari gradi di responsabilità, di dedizione, di abnegazione, di servizio.
La comunità è anche l’organismo che testimonia “l’officina del vivere”; al suo interno accadono i processi della conoscenza, della consapevolezza, della comprensione che la compenetrano e divengono visibili come testimonianza, come fatto, come stimolo, come provocazione, come possibilità di riferimento e di formazione.
La famiglia è una comunità; il posto in cui si lavora è una comunità; il paese o la città in cui si abita, è una comunità; la nazione è una comunità; il continente e il pianeta sono comunità.
Nella comunità, all’interno del suo intreccio di relazioni, nei molti livelli di queste, avviene:
– il dispiegamento, a volte faticoso, del proprio esserci come individuo con i propri talenti ed i propri limiti;
– la conoscenza di sé, la consapevolezza di ciò che va affrontato e superato, la comprensione e la trasformazione della propria intima natura;
– la scoperta dell’altro da sé, il superamento del proprio egocentrismo, lo sviluppo della capacità di assumersi delle responsabilità e, infine, di mettersi al servizio.
Questo è il cammino di ciascuna persona, di tutte senza esclusioni, all’interno delle proprie molteplici comunità di appartenenza: il fatto che questo cammino avvenga nella inconsapevolezza quasi generale e che troppo pochi considerino la famiglia, o il posto di lavoro, come una comunità esistenziale, nulla toglie alla evidenza dei fatti e delle funzioni.
Esistono poi comunità, come quella del Sentiero contemplativo, che in maniera consapevole e deliberata perseguono tutto questo: lo coltivano, lo allevano tra mille limiti e altrettante cadute, ma senza sosta invitano a vedere con chiarezza come, senza la relazione consapevole e responsabile con il nostro prossimo, attraverso la piena esposizione di noi stessi, non ci sia altro che il confine angusto rappresentato dalla minuta e asfissiante coltivazione di sé.

Immagine da http://goo.gl/2h4PR2