Il processo comunitario, l’isola di sentire, il superamento di sé

Leggo in questi giorni dei materiali trasmessi dal Tibetano attraverso A.A.B. In particolare, nel Discepolato nella nuova era, affronta l’argomento della formazione di gruppi che operino a sostegno dei processi di coscientizzazione e trasformazione interiori dell’umanità.
Insiste sul valore del gruppo perché lo considera il modo di procedere adatto a questo tempo, a questo nuovo tempo che dal dominio della mente condurrà progressivamente, e con verosimile lentezza, all’affermarsi delle logiche del sentire che conducono ad unire là dove le menti dividevano.
Prima di procedere con il ragionamento, una nota: Il Tibetano ha trasmesso attraverso A.A.B. un insegnamento molto vasto, complesso, articolato per un periodo di 30 anni, fino al 1949. Dal suo pensiero deriva quella che sarà poi la galassia New Age, una riduzione didascalica e a volte irriconoscibile della sua ispirazione.
La visione teosofica del Tibetano è in continuità con ciò che è stato trasmesso nel secolo precedente da Helena Blavatsky, anch’essa in profonda relazione con lui e interprete del suo pensiero; è invece in una qualche discontinuità con quanto trasmesso, da metà degli anni ’50 in poi, dal Cerchio Firenze 77 che, là dove il Tibetano prospetta una Gerarchia cosmica con tratti antropomorfi, il CF77 sembra privilegiare una visione fondata su leggi e automatismi.
Il mio sentire è prossimo alla visione del CF77 e diffida del grande dettaglio nel quale il Tibetano entra configurando il cosmo molto sulla misura immaginativa umana: personalmente ritengo che il governo del cosmo assomigli molto di più ad un algoritmo, piuttosto che ad una Gerarchia di Maestri.
Ciononostante il pensiero del Tibetano mi interroga e da esso mi lascio trasportare ed ispirare per quelle parti che comprendo e che sento feconde per il mio cammino.
Ecco allora che prendo le mosse da quello che lui afferma per sviluppare un discorso sulla comunità: lui parla di gruppo non di comunità, ma è la stessa cosa e io preferisco il secondo termine, ed afferma che la coltivazione della devozione al gruppo presuppone, aiuta e conduce ad una visione impersonale, ovvero non centrata su di sé.
Questo mi interessa, questo è quanto concepiamo nel Sentiero, il fine della nostra Comunità monastica diffusa: persone che vivono nel mondo e che utilizzano il mondo per realizzare la propria unificazione interiore (questo è il senso del termine “monaco”).
La vita comune ci vede identificati e centrati su di noi, sui nostri bisogni, sulle nostre priorità: l’adesione ad una Comunità di questa natura ci induce ad allargare lo sguardo oltre il personale ed il familiare, ci ricorda senza fine lo scopo ultimo del vivere, ci sprona a coltivare la piena espressione come la disidentificazione, il distacco, la contemplazione.
La Comunità non è un Io multiplo, è la possibilità di vedere la dimensione egoica personale e di lavorarla senza fine: essa rappresenta l’occasione per svelarsi, per mettersi in discussione, per riposizionarsi proprio a partire dall’attitudine alla propria personale centralità.
Quindi è uno dei più preziosi degli aiuti, soprattutto quando non vincola attraverso doveri e regole, ma lascia liberamente fluire le nostre dinamiche, le nostre paure, le nostre resistenze.
Nel cammino di edificazione di questa Comunità abbiamo dovuto faticare tanto per liberarci dell’imprinting cristiano: le nostre persone erano immerse in un archetipo, in una certa visione della dimensione comunitaria ed è risultato lungo e complesso far avanzare e radicare un’altra visione.
Ora la mia perplessità rispetto alla logica comunitaria cristiana non è solo relativa alla visione che le chiese hanno sviluppato e realizzato nei secoli, no, essa risale anche alla complessità della visione del fondatore, alle mille sfumature possibili nell’interpretazione della sua intenzione e dell’insegnamento così come trasmesso dai suoi discepoli: lì intravedo un mondo complesso e fecondo da cui sorge un’ispirazione che chiede non la coerenza, non la sequela acritica e senza condizione, ma l’attualizzazione, la lettura critica e simbolica, la capacità di fare i conti con un altro tempo e un’altra umanità.

La nostra Comunità, l’abbiamo sempre detto, è comunità di sentire, comunità di coscienze.
Riflettete su questo, perché è centrale: non comunità di identità, comunità di processi esistenziali, di procedere, di consapevolezze del fine ultimo comune.
Questa comunità è dunque un embrione di isola akasica, di isola di sentire che si costituisce e delimita grazie alla condivisione dello stesso paradigma, dello stesso modo di reagire di fronte agli eventi, della stessa interpretazione del vivere, del relazionarsi, dell’imparare, del soffrire, del divenire neutrali, dell’essere-quel-che-si-è.
Attraverso le esperienze del quotidiano, ciascuno immerso nel proprio procedere esistenziale, noi affiniamo le nostre comprensioni e lavoriamo il non compreso: periodicamente ci incontriamo e ci confrontiamo, mettiamo in comune le esperienze, le cadute, gli apprendimenti.
Utilizziamo il web come sostituto e attivatore/stimolatore di una comunicazione telepatica, costruiamo attraverso piccole attenzioni e comunicazioni un substrato di comunione, di vicinanza, di complicità che non si intessono solo sui piani e nei corpi transitori, ma si inscrivono a caratteri indelebili nel sentire di ciascuno e vanno a costituire la trama del tappeto akasico di questa piccola isola di sentire comunitario.
Quando ci incontriamo, trimestralmente agli intensivi, tutto questo diviene palese e porta frutto: la convivenza di più giorni ricapitola, suggella, rafforza e rinnova il procedere interiore personale e comune.
Quando i lettori sparsi nel tempo e nello spazio leggono questo post, tra essi e queste concettualità e sentire avviene una connessione precisa, vivida e vivificante: vibrano all’unisono ampie aree dei corpi transitori e del sentire.
Tutto questo processo, così immateriale, costituisce una realtà spirituale e vibratoria precisa ed inequivocabile che viene alimentata non dandosi obbiettivi comuni, costruendo regole e doveri, ma semplicemente cercando, ciascuno nel proprio, di alimentare il processo di conoscenza, consapevolezza, comprensione: quel processo, illuminato dallo stesso paradigma, porta i membri della comunità a riconoscersi come operai della stessa vigna. La loro intenzione alimenta l’isola akasica e questa riverbera sui singoli.
Il nostro fine non è la comunità materiale: siamo nel mondo, nelle nostre officine karmiche e lì dobbiamo stare; il come ci stiamo ci accomuna nel profondo ed edifica la comunità spirituale.
In una modalità siffatta, sono determinanti i particolari, il modo in cui ciascuno si dedica alla propria officina personale, il modo in cui incarna il paradigma, lavora e macera se stesso, impara dal proprio prossimo, vive l’identificazione e la supera, scende nella neutralità e la coltiva.
Il dettaglio è ciò che ci libera e ciò che ci imprigiona.
Nella più totale immaterialità ed assenza di forma, liberi da ogni legaccio possiamo dedicarci a ciò che conta, senza smarrire lo sguardo: la sensibilità si acuisce, l’osservazione diviene impietosa, la compassione lenisce le ferite e il sentire inesorabilmente avanza nell’ordinario insignificante.
Siamo anni luce lontani da ogni modello comunitario, e da ogni forma organizzata: siamo però nell’essenza della relazione e comunicazione tra sentire.
Ancora parzialmente compresa, abbracciata, interiorizzata, ma la strada è comunque delineata.


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14 commenti su “Il processo comunitario, l’isola di sentire, il superamento di sé

  1. Grazie e grazie anche a chi ha commentato, tanti spunti di riflessione e uno sprono ad “esserci”!

  2. Ho letto il post e ho letto i commenti. Ritengo, per tutti noi, una grande opportunità di conoscenza e comprensione, essere guidati dal paradigma del Sentiero, e questo lo dobbiamo alla sensibilità, al sentire, alle esperienze del “nostro buon amico”, che mai ha assunto l’insegnamento di qualcuno senza sviscerarlo, macerarlo,sperimentarlo, renderlo diversamente fecondo adattandolo a nuovi tempi e nuove sensibilità. Per questo la nostra comunità è una comunità speciale, che aderisce solo al sentire di coscienza, aperta e senza vincoli. Questo modo di essere, se da un lato lascia grande libertà di azione perchè ci chiama a vivere nel quotidiano familiare e lavorativo, offre dall’altro anche molteplici difficoltà a mantenere il giusto allineamento. Penso con Nadia che, nel mezzo delle sollecitazioni quotidiane, lo straordinario che abbiamo poi diventa ordinario e diamo per scontato il tesoro che abbiamo. In questo modo non alimentiamo più la fiamma della candela che è il simbolo del nostro lunedì e del nostro cammino insieme, avanza la routine e la spinta si affievolisce. E’un rischio grande di cui dobbiamo cogliere la pericolosità. Quello che scrivo vale in primo luogo per me, che ho utilizzato a piene mani dell’insegnamento del sentiero, ma so anche che non altrettanto ho dato.

  3. A Nadia: non è un dato di fatto, il sentire va sostenuto e incarnato permettendogli di guidarci e di nutrirsi di quanto, anche insieme, andiamo comprendendo.
    Il rischio, grande, è che si abbia a disposizione una possibilità e non la si conduca a frutto pienamente.

  4. Grande lezìone ìl lascìarsì coìnvolgere da cìò che non sì condìvìde: apertì a quello che ìnterpella senza gìudzìo.
    Per quanto rìguarda la comunìtà c’è sìcuramente un dìscorso dì sentìre che cì accomuna ed è una possìbìltà ìncommensurabìle che abbìamo. A volte però avverto questo come un dato dì fatto, una constatazìone, puìttosto che un organismo da alimentare…c’è da lavorare!

  5. A Roberta I. Constato purtroppo quanto affermi e mi sembra che non riguardi solo te..
    Negli anni ho cercato di mettervi sull’avviso degli effetti della routine, sul suo provocare un appiattimento nella motivazione e nella partecipazione.
    Ora, mi sembra che diversi siano in questa situazione, e mi sembra anche che l’organismo ne risenta palesemente.
    Questo sarebbe relativamente grave se esistesse la capacità critica e analitica di vedere sé e l’insieme e di provvedere reagendo, ma trovo che questo talento non sia mai stato adeguatamente coltivato.

  6. Sono d’accordo: il gruppo e la vicinanza aiutano molti processi, soprattutto danno la “possibilità di vedere la dimensione egoica personale e di lavorarla senza fine: essa rappresenta l’occasione per svelarsi, per mettersi in discussione, per riposizionarsi proprio a partire dall’attitudine alla propria personale centralità…”, che poi, è ciò che avviene in famiglia, nell’ambiente di lavoro, con gli amici.
    In effetti noi svolgiamo gran parte dell’officina in famiglia e negli altri ambienti che frequentiamo quotidianamente, ma questo ritrovarsi, anche semplicemente qui a commentare un post, per me, è un’occasione di un “riposizionamento continuo”, qualcosa che mi ricorda….

  7. Questo post mi dà indicazioni per capire meglio le differenze tra il paradigma condiviso nel Sentiero e quello da me precedentemente acquisito, il quale era improntato in parte proprio sugli insegnamenti del Tibetano. Non ho letto direttamente i libri che trasmettono le canalizzazioni relative, ma mi rendo conto che la mia formazione ne è comunque condizionata. Per diversi anni mi sono ripromessa di leggere quei libri, ma non sono mai riuscita a dedicarmi al proposito, come ora non riesco a dedicarmi alla lettura dei libri del Cerchio Firenze o del Cerchio Ifior. Ritengo che la lettura diretta delle fonti possa aiutare ad acquisire una maggiore autonomia nel recepimento del paradigma e non ho scusanti per la mia pigrizia.
    Questa pigrizia, ma forse dovrei parlare piuttosto di affaticamento, negli ultimi tempi sta avendo la meglio anche sull’impegno a nutrire la comunità, cosa che ho sempre avuto a cuore. Mi sembra di vivere una sorta di deriva verso l’individualismo e mi rendo conto che questo fatto non riguarda solo me, ma l’intero organismo, poiché la mia partecipazione è in qualche modo allentata.
    Mi sento chiamata a dedicare più attenzione a quello che mi sta accadendo e a fare chiarezza.
    Grazie.

  8. Grazie per la possibilità che dai, attraverso i post, di approfondire anche altre fonti. In merito a ciò che dici sulla comunità, al modo con cui abbiamo dato forma ad una comunione di sentire, posso testimoniare quanto questo lavori nel profondo. Anche se poco riconoscibile, perché fuori dai canoni convenzionale, in realtà, ne sento la responsabilità e l’importanza. Riconosco in te l’impegno e la lungimiranza, con cui perseveri nel cammino. Un invito a me e agli altri a non disperdere questo dono.

  9. A Maria. Certamente la vicinanza aiuta molti processi.
    Nel nostro caso è determinante l’assiduità e la costanza perché le possibilità di stare assieme sono veramente poche e se si perdono anche quelle il procedere diviene troppo solitario.
    Le comunità residenziali sviluppano altre forme ed allenamenti: noi, di necessità, svolgiamo gran parte dell’officina in famiglia e la comunità è un faro e l’occasione di un riposizionamento continuo.
    Per ogni situazione si trova la forma e la disposizione idonea: questo la vita ci ha messo a disposizione, questo dovremmo sviluppare al massimo delle nostre possibilità.

  10. Grazie, analisi di ampio respiro che fa luce sul nostro procedere insieme. Mi chiedo tuttavia se la vicinanza fisica non sia un elemento ulteriore e insostituibile nel processo evolutivo pur con tutti gli inciampi che spesso comporta

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