La difficoltà nel comunicare il Sentiero contemplativo

Se si chiede ai membri del Sentiero di parlare della via spirituale che coltivano, tutti provano disagio e anche chi scrive è in difficoltà pur avendone forgiato il paradigma alla luce di una concreta esperienza interiore.

1. Individuare la ragione di questo disagio non è semplice, ma direi che la prima è senz’altro che il Sentiero è una risposta, non un offerta: rispondiamo se ci viene chiesto, se nell’intimo della persona c’è una inquietudine che porta a una domanda di senso esistenziale.

L’ambiente spirituale non è molto diverso da quello mondano e la legge delle menti/identità lo condiziona, ogni soggetto ‘spirituale’ o religioso ‘offre’ qualcosa: una visione, una credenza, un sogno, comunque cibo per menti bisognose di senso.

Ma una via fondata sul togliere, sul perdere, sullo scacco identitario? Una via simile ha ben poco da offrire, può solo rispondere a chi ha una domanda forte, a chi già si è affacciato sul deserto del non senso: a costoro offre la testimonianza di un’esperienza, un sistema di decodifica e d’interpretazione del procedere esistenziale, ma bisogna che il seme della crisi sia già attecchito prima che la risposta si presenti.

Non c’è dunque fascino nel Sentiero, non per le menti: coloro che nel tempo sono giunti qui avevano le più diverse motivazioni, alcuni sentivano anche il fascino del togliere perché troppo pieni di sé, ma col passare del tempo la gran parte ha scelto di tenersi qualcosa, non di continuare a perdere. Il nucleo che è rimasto è stato forgiato da molte prove, alcune anche scomode.

2. La seconda ragione del disagio nel comunicare il Sentiero risiede nella natura stessa che lo caratterizza e che richiede al partecipante:
– un serio impegno nella conoscenza di sé;
– una apertura mentale per accogliere gli aspetti esoterici del paradigma;
– la necessità di una pratica meditativa e contemplativa;
– la richiesta di continuità e dedizione;
– un saldo ancorarsi all’esperienza superando ogni narrazione;
– una disponibilità radicale alla gratuità.

Il Sentiero non ti dice: “Se non hai un dato sentire non sono una via per te”, ma nei fatti se quel sentire non l’hai la sua natura è tale da condurti a rifiutarlo. Altrove parlo dell’appartenere a una stessa isola akasica, una sintonia vibratoria essenziale senza la quale non c’è possibilità d’integrazione.

3. L’ambiente sociale, culturale, spirituale nel quale il Sentiero si trova a collocarsi è quello proprio:
– della ricerca interiore;
– della conoscenza esoterica;
– dell’esperienza meditativa e contemplativa.
Ma la ricerca interiore ha spesso una connotazione psicologica che nel Sentiero è quasi assente.
La conoscenza esoterica, con la sua marcata caratteristica concettuale, è del tutto estranea al Sentiero.
L’esperienza meditativa è in genere propria di vie strutturate con caratteristiche ‘religiose’ o settarie, o funzionali al conseguimento di qualche obbiettivo, sovente negato.
L’esperienza contemplativa è semplicemente ignota a gran parte degli ambienti che ne parlano poco e ne ignorano la reale natura.

4. Il Sentiero è qualcosa di originale il cui focus è sulla disposizione contemplativa, la madre di ogni perdere, del perdere innanzitutto sé.
Chi può chiedere di perdere sé, se non un sentire con un buon grado di maturità?
Il mondo è dominato da altre esigenze e priorità, semmai dal bisogno di trovare modi di espressione di sé, e quanti sono coloro che nel proprio sentire sono giunti al punto tale da avere necessità esistenziale di ridurre e superare il proprio ingombro?
La conoscenza della dinamica delle razze ci dice che la grande parte degli incarnati ha una storia relativamente giovane e coloro che hanno un sentire evoluto sono una minoranza.

5. Il Sentiero risponde a questa minoranza, a coloro che sono giunti al punto di perdere sé ma che sono sufficientemente fuori dalle logiche religiose convenzionali.
Coloro che si rivolgono al monachesimo tradizionale hanno alcuni tratti di sentire in comune con noi, ma le loro menti/identità hanno bisogno di strutture che noi neghiamo e azzeriamo.

Anche altri che seguono le vie della nuova spiritualità sviluppatesi negli ultimi decenni del secolo scorso, hanno punti in comune con noi, ma spesso sono inficiati da necessità che nel nostro mondo non trovano alcuna soddisfazione.
Penso all’ambiente dei seguaci di Osho e dell’universo New Age (quel che ne resta), ma le distanze, alla fine, sono abissali: distanze di motivazione, di approccio, e molto spesso anche di visione.

Il Sentiero emette una nota che possono udire solo alcuni, e siccome richiede un’alta risonanza interiore che conduce a un cambiamento radicale di approccio a sé e alla vita, ecco che è questa piccola officina di fabbri intenti al fuoco e alla plasmatura dei metalli interiori e altro non può essere.


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Samuele

Quest’aspetto della perdita di sé è stravolgente. Tutto fa pensare che sia la via: – l’esperienza e l’insegnamento del fondatore del Sentiero; – l’esperienza e forse l’insegnamento di Gesù che noi consideriamo come archetipo di uomo, il quale rinunciò talmente a sé stesso da consegnarsi alla morte (“umilio’ sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”, è un versetto che riecheggia sempre nella mente di un bigotto ribelle come me); – l’esperienza fatta da molti di noi di quanto sia liberatorio rimuovere il cosiddetto ingombro di sé. Detto questo, di converso: – il cristianesimo salva il sé includendolo nella regola aurea dell’amore e creando una contraddizione intestina; – l’esperienza di indottrinamento cattolico adolescenziale, correlata alla rinuncia di sé, ha prodotto effetti nefasti non solo su chi scrive; – l’approccio anche sentieristico della rinuncia di sé ha contribuito a produrre altrettanti effetti nefasti quantomeno su chi scrive, prestando il fianco alla deriva filodepressiva. In sintesi, per la mia esperienza, la rinuncia di sé è quanto di più misterioso e di pernicioso che ci sia. Per chi ha il mio livello di sentire, beninteso! Forse perché mai compreso nel modo corretto, forse perché preso troppo sul serio. Fatto sta che nanche a Gesù Cristo ha giovato tanto, sul piano umano, questo tipo di rinuncia. Ciononostante “lui è la via, la verità e la vita” secondo frasi attribuitegli con correlata sicumera e supponenza. Allora ecco che ci si sente persi se non condannati a morte. Se la via è quella della perdita di sé e quella via conduce alla croce, beh, francamente, il mio sentire è invitato a non rompere tanto gli zebedei, a restarsene circoscritto in un cantone senza crescere più di tanto e magari se ne riparlerà tra qualche manciata di vite.

roberto

Che dire, caro Samuele. Tu sai che noi abbiamo sempre tenuto assieme la piena espressione di sé con la piena dimenticanza: scinderle è pernicioso, questo sì. La vita vera si manifesta quando la manifestazione è fluida e senza conflitti: lì viene naturale dimenticarsi di sé, naturale. È quando c’è un conflitto nella manifestazione che si avverte il peso di sé e la necessità di esserci; questo per la semplice ragione che ci viene chiesto di esserci diversamente, senza conflitto. Per quel che ti ho conosciuto, la tua difficoltà è nella manifestazione, ma se tu vuoi imputarla al superamento di te, fai pure.

Samuele

L’ho detto che non riesco a capirci un cavolo. Riflettero’ sulle tue parole; chissà che sia la volta buona che mi si schiude la zucca P.s. un po’ di sarcasmo te l’ho attaccato cmq 😉

Samuele

Pensa sul piano logico quanto appare contraddittorio affermare che si è chiamati a manifestare pienamente qualcosa (il sé) che è chiamato a scomparire. Veramente si rischia di produrre in menti limitate come la mia, o in persone che certe parole le prendono troppo alla lettera, una sorta di cortocircuito. Un tilt. Le tue parole di commento: “La vita vera si manifesta quando la manifestazione è fluida e senza conflitti: lì viene naturale dimenticarsi di sé, naturale. È quando c’è un conflitto nella manifestazione che si avverte il peso di sé e la necessità di esserci” forniscono un chiarimento determinante, peraltro mai taciuto. Veramente, mi accorgo a volte, di finire in trappola alle parole ed è in quel senso che dico di non prenderle troppo sul serio. D’altra parte quello della manifestazione è della scomparsa simultanea del sé è un tema saliente e il peso del modello cristiano con la sua icona mortifera ovunque affissa o appesa, ha obnubilato parecchio menti semplici come la mia. Spero che le mie difficoltà e cocciutaggine possano essere state utili a qualcuno e grazie per i chiarimenti. Ritengo opportuno fare sempre grande attenzione quando si parla di questi temi perché ci può essere in giro gente… dalla dura cervice 🙂

roberto

Capisco. La chiave è sempre chiedere, confrontarsi, dialogare. Le questioni che tu sollevi sono sensibili e soggette a interpretazione, come tutto. Gli equivoci sono comuni e solo il confronto ci aiuta. Grazie delle opportunità.

Nadia

Arriva molta sofferenza da queste parole Samuele e non possono che provocare dispiacere. Per giungere al superamento di sé l’esperienza personale dice che oltre alla conoscenza di sé deve esserci prima, buona se non piena manifestazione di quel sé. Non a caso nel Sentiero continuamente si viene messi in guardia circa il rischio che si corre riguardo la narrazione che ci cantiamo e suoniamo e anche, ancor più pericoloso il meccanismo di rimozione.

Catia Belacchi

Sì, non potevi spiegare meglio. Un via spirituale non la si può offrire, tanto meno quella incarnata dal Sentiero, che è via particolare, fuori dagli schemi e dai dettami di altre vie. Solo chi è pronto può chiedere e comunque gli abbisogna una persona carismatica per capire se quella del Sentiero è la visione spirituale che va cercando, quella che risponde al suo sentire. Oggi, della nostra esperienza, può essere capita solo la parola meditazione, perché, pur se in modo diverso, appartiene da sempre alle varie religioni. Per contemplazione, i più intendono l’osservazione meravigliosa di un panorama. È diventato usuale anche il termine reincarnazione anche perché è stato diffuso da film e canzoni, ma si teme di scontrarsi davvero con le implicazioni di questo termine, implicazioni che, tra l’altro, sarebbero di grande aiuto a tutti. Uchijama Roshi, quando arrivò ad Antaij, aveva la compagnia di un solo confratello, ma non ha ceduto, ha mantenuto vivo il suo voto e dopo un certo numero di anni, il monastero è fiorito. Viviamo il presente così come accade perché ci corrisponde. Il resto non ci compete, compete allo Spirito.

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