Introduzione allo Shōbōghenzō Genjōkōan, di Jisō Forzani [gk0]

Con cadenza settimanale pubblicheremo una traduzione inedita dal giapponese di Jiso Forzani del Genjōkōan di E. Dōgen, con il relativo commento. Di seguito l’introduzione a una precedente traduzione pubblicata nel volume: Divenire l’essere. Shōbōghenzō Genjōkōan, Comunità vangelo e zen, Edizioni EDB, 1997.

Il testo che segue è stato scritto nel 1233 dal monaco buddista giapponese Eihei Dōgen (1200-1253). Dōgen, una delle grandi figure della spiritualità universale, è considerato il fondatore della tradizione buddista giapponese denominata oggigiorno Sōtō Zen.

È una delle principali personalità religiose che visse e operò in un periodo di grande rivolgimento politico e rinnovamento spirituale del Giappone, noto agli storici con il nome di periodo Kamakura, dal nome del luogo geografico di maggior influenza politico e culturale dell’epoca. Una delle particolarità che contraddistinguono la testimonianza religiosa di questo monaco buddista è di aver lasciato un’opera letteraria assai vasta, che ha esercitato un’influenza determinante sul pensiero giapponese successivo.

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Non tanto nel periodo della sua vita e in quello immediatamente successivo, ma a distanza di secoli: conosciuto, e pure relativamente male, solo nell’ambiente monastico buddista fino al XVI secolo, Dōgen è stato “scoperto” da pensatori religiosi e non soprattutto a partire dal XVIII secolo secondo il nostro computo occidentale delle epoche storiche, e il suo pensiero costituisce un elemento fondante della filosofia giapponese contemporanea, oltre a ispirare fino a oggi la tradizione del buddismo zen in Giappone e nella sua comparsa contemporanea negli Stati Uniti d’America e in Europa.

Fra le sua opere la principale per estensione e varietà di temi trattati è lo Shōbōgenzō – La custodia della visione del vero dharma, di cui esistono differenti redazioni a dimostrazione di un’opera in continuo svolgimento, fino alla morte del suo autore.

Il testo che presentiamo fu per lungo tempo scelto da Dōgen stesso come incipit dell’opera, che nelle sue ripetutamente dichiarate intenzioni doveva contare 100 sezioni o capitoli (maki – rotoli, in giapponese). Poi, nell’ultimo periodo della sua vita, Dōgen pare aver messo mano a un’ulteriore stesura dell’opera, ricominciandola da capo, ma lasciando compiuti al sopraggiungere della fine solo 12 capitoli di questa stesura definitiva: e di questi Genjōkōan non fa parte. Certo è che Dōgen attribuì a questo testo un particolare significato, quasi fosse un’introduzione e una sintesi del suo pensiero.

Qui facciamo notare alcuni punti importanti: primo, il testo è scritto in un linguaggio tutto sommato semplice per gli standard letterari dell’epoca, ma soprattutto in un linguaggio innovativo. La lingua è il giapponese, e non il cinese usato allora abitualmente come lingua religiosa, il che denuncia l’intento di essere leggibile dal più vasto pubblico possibile.

È alieno da una terminologia specialistica buddista, ma usa termini, metafore, immagini di uso corrente. È scritto per un discepolo laico, come recita la dedica finale, e dunque non è rivolto all’ambiente clericale e monastico. Tutto questo fa parte dello spirito di quei tempi, in cui il buddismo usciva dalla cerchia ristretta della casta clericale per cercare di parlare direttamente ai singoli individui, indipendentemente dalla posizione occupata nel tessuto sociale. Proprio per questo motivo può parlare direttamente a ciascuno anche oggi, se opportunamente “tradotto” per l’epoca contemporanea e per la realtà del mondo che stiamo vivendo.

[…] Ogni spiegazione sul contenuto e sul linguaggio verrà data nel corso delle lezioni: qui mi limito a una breve indicazione sul significato del titolo. Esso è composto da quattro ideogrammi, ciascuno dai significati non univoci.
Gen 現 sta a significare ciò che è presente, che si manifesta, che è;
成 vuol dire anch’esso ciò che è e anche ciò che diviene, che si manifesta divenendo;
公 e an 案 formano un un’unica parola kōan, abbastanza nota anche in occidente: originariamente indicava un editto imperiale che stabiliva una norma, e in genere un pubblico annuncio ufficiale – poi è venuta a indicare una specie di impasse logico-verbale, una metafora che esprime l’inesprimibile e che sintetizza una contraddizione logica. Potremmo tradurlo in tanti modi tutti egualmente significativi e incompleti. Lasciamo che sia il nostro studio a darci una traduzione elaborata insieme. Giuseppe Jisō Forzani    

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Nadia

Si, grazie per donarci sempre utili strumenti.

Leonardo P.

Grazie per questo ulteriore sforzo. Un testo fondamentale da conoscere.

Catia

Bene l’avvio dello studio di questa importante opera di Doghen, quasi introduzione e compendio al suo pensiero.

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