ln che modo il sentire crea i mondi della percezione [realtà2]

Cerchio Firenze 77, Il libro di Francois, Edizione Mediterranee, pp. 209-213
Nell’enunciazione del loro insegnamento, in un primo momento, i maestri hanno fatto l’esempio dei fotogrammi, mediante il quale si diceva che tutto esiste già in uno stato di eterno presente e di infinita presenza, mentre sono gli esseri che, nei piani della percezione, percepiscono in successione questo eterno presente.

E poteva sembrare che questo «tutto esiste già» desse al cosmo, a tutto quanto esiste, un aspetto oggettivo. Mentre poi, approfondendo l’insegnamento del sentire, i maestri hanno detto che «tutto è sentire»: anche quello che l’uomo sente non è che creazione del suo sentire, estrinsecazione del suo sentire.

Questo sembra demolire quella oggettività del cosmo, di tutto quanto esiste, che consegue dall’esempio dei fotogrammi. Ma questo punto dell’insegnamento è proprio per far capire come queste due cose siano entrambe vere.

La vostra domanda è: «Come può il sentire creare il cosmo, questo cosmo cosi perfetto, quando è un sentire relativo?».

II discorso da intendere bene è quello dei sensi. Poniamoci dalla parte del divenire: questo mondo che voi vedete, con tutte le sue forme, non esiste oggettivamente. Che cosa significa? Significa che, se non vi fosse nessuno a percepirlo, questo mondo non esisterebbe cosi come lo percepite, perché, come voi lo vedete, esiste solo per voi, non esiste al di fuori della vostra percezione.

Questa affermazione ci porta subito a domandarci: «Ma allora, è tutto un sogno? Se non esiste niente al di fuori della percezione degli esseri, è tutto un sogno? e come è possibile avere, nei sogni, dei punti di contatto?».

A questo si potrebbe rispondere dicendo che a sentire relativi corrispondono sogni analoghi, per cui sogni analoghi hanno punti di contatto, e quei punti di contatto potrebbero essere queste parvenze di oggettività che ha il mondo fisico, il mondo che l’uomo vede e percepisce. Ma non è ancora cosi. Cercherò di spiegarmi meglio.

L’essere è un centro di coscienza e di espressione (umano, ndr), e di sensibilità e di espressione (vegetale e animale, ndr); l’essere è un sensore, qualcosa che riceve e anche qualcosa che trasmette, che esprime; inoltre l’essere è un essere relativo, perché di assoluto ce n’è uno solo, ed è Dio.

Per il fatto di essere relativo, l’essere è limitato, e quindi sono limitate anche le sue percezioni, le sue possibilità di captare ciò che egli è e anche ciò che egli non è, il suo non-essere, e queste possibilità di captare debbono derivare da qualcosa, si fondano su qualcosa: questo qualcosa sono i famosi sensi, che sono proprio l’espressione della limitazione dell’essere «uomo».

Adesso, pensiamo che l’essere sia tutto concentrato nell’uomo incarnato. Allora, l’uomo incarnato ha dei sensi che gli fanno cogliere un certo ambiente a lui – egli crede – esterno.
Quest’affermazione, secondo la quale l’ambiente è creato dalle percezioni dell’essere, non ha la portata di un totale sogno: questa creazione, infatti, non è un totale sogno perché ciò che l’essere percepisce è la sostanza stessa della quale è costituito Dio: è la divina sostanza indiversificata.

La quale divina sostanza, proprio per sua natura, per sua struttura, nel momento in cui viene percepita, colta attraverso delle limitazioni, che nel nostro caso sono i cinque sensi dell’uomo, assume un aspetto che in realtà non ha. E questo significa che non è tutto sognato, nell’accezione pura del termine.

Che cosa vuol dire? Vuol dire vedere, percepire delle materie, delle forme, dei colori che non esistono oggettivamente, ma che sono il frutto della limitazione con la quale la materia divina indifferenziata è colta.

Ora voi potete obiettare: «Ma perché la realtà è lo stato di materia indifferenziata e non è invece quello stato che l’uomo coglie attraverso i suoi cinque sensi?». L’obiezione può, cioè, essere questa: «La realtà è quella che l’uomo vede e percepisce; l’altra è un’altra cosa, non è la realtà». Ma cos’è la realtà?

La realtà è la vera qualità e condizione delle cose. E questa vera qualità e condizione delle cose è certamente quella che si presenta in uno stato di totalità, non in uno stato relativo, parziale, limitato. Se di una storia conoscete solo una fase, un tempo, non potreste dire di conoscere la verità di quella storia; la quale verità è quella che risulta da tutta la storia, e non quella che viene saputa parzialmente, particolarmente, relativamente.

Quindi la vera qualità, condizione e stato delle cose risulta dalla totalità; e nella totalità, nella condizione assoluta, la sostanza divina è indiversificata. Quella è la vera realtà. L’altra, quella parziale, quella che riguarda solo una fase, una parte, quale è quella che l’uomo percepisce attraverso la limitazione dei suoi sensi, non può essere la realtà vera; è una realtà relativa; relativa, appunto, ai suoi sensi.

Allora, il fatto che l’uomo ha questa percezione limitata Io conduce a trasformare la sostanza indiversificata in un ambiente, e non in un suo sogno.

Supponiamo – per fare un esempio pedestre – che voi siate in un oceano, dove vi siano moltissimi pesci, di tutte le qualità, talmente tanti che chi li guarda non ne vede nessuno. Ecco: nel momento in cui mettete certi occhiali speciali voi vedete, per esempio, solo le sardine, mentre tutti gli altri pesci spariscono.

Cosi è la percezione attraverso i sensi del corpo fisico dell’uomo. Voi vedete, cogliete questo ambiente, il quale non è che una parte della sostanza divina indiversificata; questa solo è reale, perfetta, totale. Qualsiasi parte della realtà totale non può essere la realtà assoluta, la realtà totale, la realtà vera, e sarà perciò sempre una realtà relativa.

In che senso – voi direte – è l’essere, è il sentire che, attraverso la limitazione costituita dai sensi, crea-percepisce il mondo?

Se non aveste la limitazione dei sensi, voi non vedreste e percepireste niente. Detto per assurdo: voi vedreste la materia divina indifferenziata. E quindi si tratta di una creazione che vi viene attraverso la limitazione dei sensi fisici. E cosi è per i sensi astrali, e cosi è per i sensi mentali: per tutti i mondi della percezione.

Quello che l’uomo crea, lo crea per mezzo delle sue limitazioni e lo estrapola, lo tira fuori dalla divina sostanza indiversificata. Ma quello che coglie non è il vero aspetto della realtà: quello, ripeto, è I’aspetto che scaturisce percependo limitatamente la sostanza divina indiversificata.

Egli vede, diciamo, la porzione che gli spetta; ma crea con questo vedere e percepire, un ambiente, il quale ambiente non esiste se togliete la limitazione dei sensi, cioè le limitazioni dell’ente percepente; non esiste in sé.

(Questo è ciò che accade in senso generale, ndr). Che cosa succede oltre a questo discorso generale?

Succede che su questo ambiente creato dalla percezione limitata si instaurano, si sovrappongono quelle che sono le creazioni veramente e propriamente soggettive dell’individuo: quelli che si sono chiamati fantasmi della mente, dovuti al carattere e alle diverse interpretazioni personali, e voi sapete quanto ciascuno sia portato a interpretare i fatti secondo le proprie convinzioni o secondo i propri gusti, o desideri, o pensieri. E questo è un mondo totalmente soggettivo, direi.

Anche l’altro, però, che voi vedete e credete concreto, non è oggettivo: perché – i maestri me lo consentano – se si togliessero tutti gli uomini, anzi tutti gli enti percepenti, di questo mondo non resterebbe niente. Questo mondo, infatti, scappa fuori, si crea solo per coloro che hanno i cinque sensi e che possono in virtù di questa limitazione comune, in un certo senso trarlo, enuclearlo, dalla divina sostanza indiversificata.

Ricordate l’esempio dei maestri, dell’arancia* posta al centro di un tavolo e di tutti gli osservatori che la guardano ognuno dal proprio punto di vista? Ecco, l’arancia del cosmo esiste come risultato di tutte le percezioni individuali, mentre in sé non esiste.

Se si tolgono le limitazioni percettive dei sensi fisici, sparisce la materia fisica. Sparisce, non appare più: essa appare solo a chi ha questa specie di occhiali, di lenti magiche, che sono appunto le limitazioni dei sensi.

*Esempio dell’arancia
Supponiamo di essere qua riuniti in questa stanza e di avere, al centro di essa, un tavolo con sopra un’arancia.
L’oggetto che chiamiamo arancia ha un certo colore, una certa forma, contiene certi succhi, insomma lo abbiamo catalogato in base a quelle che sono le reazioni che l’oggetto procura ai nostri sensi. Ma se noi lo guardiamo oggettivamente, non vediamo, sul piano fisico, che un insieme di atomi, di molecole, di elettroni, di protoni, secondo a quale livello lo osserviamo.


Se lo osserviamo a livello più grossolano, vedremo delle sostanze, insieme di molecole; poi a livello più sottile degli atomi, poi delle particelle che costituiscono gli atomi (elettroni, protoni, nuclei, particelle, corpuscoli, è vero? Voi sapete la suddivisione che abbiamo fatto della materia).
Quindi, se prendiamo in esame questo oggetto a livello dei corpi atomici, come possiamo chiamarlo «arancia»?


Come possiamo distinguere gli atomi che compongono l’arancia dagli atomi che compongono l’aria che sta attorno all’arancia, o del tavolo su cui è posata? Evidentemente potremmo dire che esistono un gran numero di atomi, vedremmo questi atomi, in certi punti più vicini gli uni agli altri, in certi punti più lontani, più o meno fermi a seconda della temperatura dell’ambiente e via dicendo, ma indubbiamente l’oggetto arancia sparirebbe, alla mia visione, sul piano fisico.

Quand’è che riapparirebbe? Nel momento in cui tornassi a esaminarlo con occhi di un corpo fisico; allora potrei dire che quella è un’arancia. Ora, se voglio avere un quadro completo, un’antologia completa dell’arancia (noi siamo attorno a un tavolo, non dimentichiamolo) esistono due sistemi: uno molto limitato, quello di prendere l’arancia in mano e girarla da tutte le parti. Ma sarebbe un «conoscere» da un unico punto di vista. L’altro, invece, è quello di mettere insieme tutte le visioni dell’arancia dei vari osservatori che sono intorno al tavolo.

Se io devo fare una raccolta di tutte le conoscenze intorno all’arancia, non posso altro che raccogliere tutti i punti di vista dei singoli osservatori che osservano l’oggetto. Che cosa significa questo? Obbiettivamente, al di fuori degli osservatori, noi abbiamo visto che l’oggetto arancia non esiste più, o per lo meno non esiste più con le caratteristiche che si è abituati a conoscere nel piano umano, definite in ordine alle reazioni che hanno i sensi del corpo fisico. Per cui, la conoscenza a livello umano di quell’oggetto, è costituita dall’insieme delle singole conoscenze individuali.

Ecco il mondo del «sentire» degli individui e delle individualità. Il mondo del «sentire» dei «centri di sensibilità e di espressione», dei «centri di «coscienza» e di espressione». Allo stesso modo, «come» si conosce un Cosmo? Può conoscersi oggettivamente? No! Come non si conosce oggettivamente l’arancia, perché oggettivamente un Cosmo è un’altra cosa tutt’affatto diversa da quella che voi siete abituati a considerare e a vedere. Un Cosmo dunque è costituito unicamente dall’insieme del mondo dei fotogrammi. Il Cosmo può essere sperimentato unicamente nel «sentire» degli individui, il Cosmo quale voi lo conoscete e quale cade sotto la vostra attenzione.

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3 commenti su “ln che modo il sentire crea i mondi della percezione [realtà2]”

  1. “Succede che su questo ambiente creato dalla percezione limitata si instaurano, si sovrappongono quelle che sono le creazioni veramente e propriamente soggettive dell’individuo: quelli che si sono chiamati fantasmi della mente, dovuti al carattere e alle diverse interpretazioni personali, e voi sapete quanto ciascuno sia portato a interpretare i fatti secondo le proprie convinzioni o secondo i propri gusti, o desideri, o pensieri. E questo è un mondo totalmente soggettivo, direi.”

    Interessante questo passaggio. C’è un doppio livello di “soggettivazione” della realtà. Un primo che corrisponde alla nostra struttura incarnativa di essere umani, ovvero tutti limitiamo la sostanza indifferenziata attraverso i sensi dei corpi transitori; c’è poi un secondo di “soggettivazione” che passa per il nostro sentire di coscienza e per le nostre necessità evolutive e credo che qui si possa chiamare in causa la questione delle “varianti”.

    Insomma la scenografia è uguale per tutti, poi sul quel palcoscenico ognuno mette in scena la drammaturgia necessaria alla propria evoluzione.

    Ben si comprende così che anche una “guerra” non è un fatto oggettivo, ma una scena generata da coscienze che di quelle dinamiche ed esperienza hanno bisogno.

    La guerra è genera sia dalla vittima, sia dal carnefice, sia dal volontario che tenta di alleviare il dolore delle vittime, sia per chi sta a guardare e non fa nulla.

    Se qualcosa esiste è stato generato dall’esigenza evolutiva di quelle coscienze che vi partecipano.

  2. Ci ho messo del tempo per entrare in questi concetti che ora sono consueti.
    Utile comunque il ripasso attraverso questo post.

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