Ci interpretiamo come continuità e come frattura [36G]

Per riassumere, mentre il principio di causalità fa parte dell’abituale logica con cui la mente dell’uomo interpreta ciò che accade, il principio di gratuità viene posto in campo qualora l’uomo senta il bisogno di trovare comunque una risposta che lo soddisfi laddove gli pare non essercene, vale a dire tutte le volte che i conti non gli tornano.

E così, per farseli tornare, lui si rifà a ciò che esula dalla sua umanità, cioè invoca l’intervento divino; in tal modo affida la spiegazione e la risoluzione di quello che accade, e che – lui dice – lo riguarda, alla misteriosa azione di un Dio, cioè di un’Eccedenza Superiore a cui assegnare compito e capacità di riportare armonia laddove l’uomo vede caos e inspiegabilità.

Quando l’uomo affronta il bilancio di quella che chiama la ‘sua vita’ – vale a dire la sua esperienza nel quotidiano – nel considerare il percorso già fatto e quello che sta portando avanti, così come quello che potrà compiere un domani, si costruisce uno stretto rapporto fra come è ora e come è stato, e quindi cerca di trovare, alla luce di com’era prima, una motivazione attribuibile a certi avvenimenti che lo hanno formato e portato a essere come si vede attualmente.

Questo perché l’uomo, nel portare avanti una ricerca interiore, tenta sempre di darsi una spiegazione di sé basata sulla continuità del suo ‘io lungo quella che lui considera la sua storia dalla nascita al momento attuale.

Ma quando questa continuità, che comprende tutto ciò che egli ha sperimentato negli anni, non giustifica in modo soddisfacente chi ora lui è diventato, allora ricorre al principio di gratuità.

Attraverso questo principio, quello che gli appare disordine nel suo passato, riletto rispetto al momento attuale, trova spiegazione in una sincronicità di fatti nei quali lui viene sorretto a opera di un’Eccedenza – principio di gratuità – in quelle che chiama le conseguenze delle sue azioni – principio di causalità -.

L’uomo che si impegna in un cammino evolutivo vive contemporaneamente sia l’esigenza di continuare a essere conforme e coerente con se stesso, che quella di trasformarsi, di migliorarsi e poi di perfezionarsi per riuscire a incarnare certi valori o certi ideali che si è dato come meta. Perché lui ritiene che ci sia una continuità nel suo percorso di vita, benché consideri anche la possibilità di una frattura in quella continuità che ha reso possibile che lui, oggi, sia così com’è.

Questo contrapporre continuità e frattura racconta come egli veda in quel suo tragitto di vita la continuità come conseguenza del proprio agire, mentre veda la frattura solo alcune volte come risultato addebitabile a sé, e più frequentemente come prodotto dell’azione di un’Eccedenza – in molti casi raffigurabile nel Divino, altre volte l’uomo parla anche impersonalmente della vita – che si introduce come un cuneo in quella sua continuità causandone una frattura. Quindi l’uomo si spiega il mistero del vivere attraverso i due principi, solo apparentemente antitetici, di continuità e di frattura.

Fonte: La via della Conoscenza, “Ciò che la mente ci nasconde“, Gratuità, p. 33

In merito alla via della Conoscenza: quel che le voci dell’Oltre ci hanno portato non sono degli insegnamenti, non sono nuovi contenuti per le nostre menti, non sono concettualizzazioni da afferrare e utilizzare nel cammino interiore. Sono paradossi, sono provocazioni o sono fascinazioni, comunque sono negazioni dei nostri processi conoscitivi e concettuali.
Non hanno alcuno scopo: né di modificarci e né di farci evolvere. Creano semplicemente dei piccoli vuoti dentro il pieno della nostra mente. Ed è lì che la vita parla.

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Abbreviazioni: [P]=Prefazione. [V]=Vita. [G]=Gratuità. [A]=Amore.
Le varie facilitazioni di lettura: grassetto, citazione, divisione in brevi paragrafi sono opera del redattore: i corsivi sono invece presenti anche nell’originale.


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6 commenti su “Ci interpretiamo come continuità e come frattura [36G]”

  1. Alcune esperienze vissute hanno offerto la possibilità di dubitare della linearità del tempo. Eppure nulladi più naturale è fare paragoni tra un prima e un dopo.
    La chiave credo sia l’umiltà, il non attribuirsi né meriti né demeriti, perché tanto alla fine, tutta l’acqua va al mare!

  2. Per quanto ripetiamo nel Sentiero che non ci sono mete da raggiunge in modo del tutto automatico mi ritrovo a ragionare in termini di “progresso”, “miglioramento”, “incremento di comprensione”.

    Credo che voler omettere questo aspetto equivarrebbe a “rimuoverlo”, come credo che sia normale, in quanto “incarnati”, essere in diversa misura “condizionati” da quella dinamica. È la dinamica dell'”ego”, del sentirsi il “centro della vita”, “il parametro” rispetto a cui tutto è misurato.

    Potrei dire che questa adesione all’ “egocentrismo” pian piano scema quando arrivato le comprensioni, ma ancora qui ragiono e mi esprimo secondo una logica del “divenire” e dunque di un “soggetto che migliora”.

    D’altra parte la “gratuità” è l’irruzione dell'”effimero”, del “grande boh” che spezzano la fugacità inconsistente della continuità supposta.

    Classificare il “grande boh” come “gratuità” credo che sia l’estremo tentativo dell’uomo di “addomesticare” “l’effimero”, renderlo un evento della continuità, perlopiù circoscritto e dunque in qualche modo controllabile.

    In verità, penso che il rapporto sia inverso, ovvero la nostra esistenza è costituzionalmente l’effimero, dunque la gratuità sostiene ogni cosa.
    Nulla è dovuto, nulla è garantito.
    In questa opacità, che esclude la possibilità di essere compresa razionalmente, tentiamo di costruire una continuità.
    Non può che sorgere compassione.

  3. Continuità e fattura sono due facce della stessa medaglia…
    Non può consistere l’una senza l’altra…
    È così perfetto il gioco della vita.

  4. Ritrovo tutto il mio vedere il percorso della mia vita in questa descrizione. Mio è ripetuto con consapevolezza.
    Ho sorriso molto.
    Finché ci sono da vedere progressi li attribuisco a me e alla continuità della mia vita.
    Quando ci sono eventi frattura preferisco attribuirli a forze esterne.
    Questo avviene automaticamente a livello identitario.
    Con uno sguardo più profondo è possibile osservare che continuità e frattura sono funzionali alle comprensioni da acquisire o comunque risultato delle comprensioni acquisite.

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