Quello che la pratica dello zazen è [zq5]

Da Charlotte Joko Beck, ZEN QUOTIDIANO
Sedere è essenzialmente uno spazio semplificato. La vita quotidiana è un incessante muoversi: cose da fare, gente con cui parlare, situazioni che si succedono. In mezzo a tutto ciò, è molto difficile percepire ciò che siamo.

[…] La meditazione non riguarda uno stato particolare, riguarda il meditante. Non è rivolta a fare, finire o aggiustare qualcosa: è rivolta a noi stessi.
Senza semplificare la situazione, abbiamo scarse possibilità di gettare una buona occhiata su noi stessi. Tendiamo a guardare ciò che non siamo, sempre qualcos’altro. Se qualcosa non va, a cosa rivolgiamo l’attenzione? Alla cosa che non va, agli altri: e lì individuiamo i colpevoli. Non guardiamo noi, guardiamo fuori.

Dicendo che la meditazione è rivolta al meditante, non invito a qualche forma di autoanalisi. Non è questo. Allora, cosa facciamo?

Dopo aver assunto la miglior postura possibile (cioè equilibrata, comoda), sediamo e basta, facciamo zazen. Cosa vuol dire ‘sediamo e basta’? Vuol dire la cosa più difficile, più esigente.
In genere, in meditazione, gli occhi non sono chiusi. Ora però vi chiedo di chiudere gli occhi e di sedere e basta. Cosa succede? Un po’ di tutto… Una fitta alla spalla sinistra, una pressione al fianco… Portate l’attenzione al viso, percepitelo. Ci sono tensioni? Attorno alla bocca, sulla fronte? Spostate l’attenzione più in basso: percepite il collo. Poi le spalle, la schiena, il petto, l’addome, le braccia, le cosce. Percepite le sensazioni che vengono a galla. Percepite il respiro, che entra ed esce.

[…] Praticando in questo modo diventiamo familiari a noi stessi, alla nostra vita e al modo in cui ci rapportiamo a essa. Constatando la comparsa dello stesso pensiero centinaia di volte, abbiamo scoperto qualcosa di noi che ignoravamo. Può darsi che il pensiero vada incessantemente al passato o al futuro. Alcuni rimuginano le situazioni, altri le persone, altri ancora se stessi.

[…] Il segreto della vita sta nell’avere fiducia nelle cose così come sono. Parole, queste, che non vogliamo assolutamente sentire. Posso essere assolutamente certa che l’anno prossimo la mia vita cambierà, sarà diversa, eppure sarà sempre così com’è. Se domani ho un infarto, mi affido all’infarto; per il semplice fatto che, se ce l’ho, ce l’ho. Mi consegno alla vita così com’è.

[…] Lo Zen è fatto per la vita attiva, la vita impegnata. Imparando a conoscere la nostra mente e le emozioni create dal pensiero, vediamo meglio la direzione e i bisogni della nostra vita, che di solito abbiamo sotto il naso. Lo Zen è fatto per la vita attiva, non per una vita di passiva rinuncia. L’azione deve però fondarsi sulla realtà. Azioni fondate su falsi schemi mentali, basati a loro volta sui condizionamenti precedenti, non poggiano su una base solida. Capire a fondo gli schemi mentali ci permette di capire quel che dobbiamo fare.

Non si tratta di riprogrammarci, ma di liberarci di tutti i programmi vedendone l’irrealtà. Riprogrammarci significa saltare dalla padella nella brace. […]

Praticare lo Zen non è semplice come parlarne. Anche chi ha sviluppato una certa comprensione di ciò che sta facendo, a volte tralascia la pratica fondamentale. Quando sediamo correttamente, tutto il resto si prende cura di sé. Perciò, che siamo solo all’inizio o che sediamo da cinque o da vent’anni, la cosa essenziale è sedere con grande, meticolosa attenzione.

Charlotte Joko Beck, ZEN QUOTIDIANO, Amore e lavoro, Ubaldini, Roma.
La prefazione al libro e la presentazione di Charlotte.
Qui puoi scaricare il libro (non so come academia.edu e l’autore del caricamento risolvano il problema del copyright).
In questo post e nei successivi sono riportati solo alcuni brani del volume.


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9 commenti su “Quello che la pratica dello zazen è [zq5]”

  1. Praticando in questo modo diventiamo familiari a noi stessi, alla nostra vita e al modo in cui ci rapportiamo a essa.

  2. “Non si tratta di riprogrammarci, ma di liberarci di tutti i programmi vedendone l’irrealtà.”
    Inchino profondo.

  3. Direi che la meditazione è la forma prima di gratuità. La si pratica e basta, più la si pratica e più la pratica ti chiama.
    Il resto è una conseguenza.
    Direi anche che l ‘attenzione alla postura, al respiro, alle parti del corpo,
    casomai dovrebbe precedere l’ inizio della pratica, non farne parte.

  4. Sedersi per fare zazen è tornare a casa. Mi siedo e cresce serenità, tutto il resto è fuori.
    I pensieri vengono, se ne vanno ma c’è stabilità, sono a casa.

  5. Sedersi vedere salire il mondo e vederlo fluttuare.
    Noia, dolori, vecchi fastidi, un’autostrada di pensieri che vedi e accetti o anche non accetti.
    Due dita che si toccano, non fermo il respiro e li mi appoggio.

  6. I pensieri ricorrenti, le tensioni corporee, i dolori frequenti che si ripresentano nello stesso punto dello zz. È vero, ciò che prima non ci era accessibile o che non riusciamo a percepire o che trascuravamo ci diventa stranamente familiare, intimo: una nuova, a tratti straniante, conoscenza di sé.

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