Un nuovo vocabolario: dubbio, lasciare, smarrimento, vuoto, irrilevanza [V18]

Nell’incontro col contro-processo della via della Conoscenza l’umano fa i conti con l’immagine che si era fatto della vita, e allora inizia a domandarsi: “Se ogni atto è in sé compiuto, che senso ha migliorarlo per migliorarsi? E, quindi, che senso ha evolvere spiritualmente?”.

Tutti voi, che vi definite individui in cammino, pensate che, se la vita ve ne offre l’occasione, sia possibile utilizzarla per migliorarvi; non vi sorge il dubbio che sia proprio l’incontro con la vita, a un tratto, a mettere in crisi quei vostri concetti che utilizzate come metro di misura per stabilire la distanza fra voi e gli altri e per capire quanta strada avete percorso verso la vostra evoluzione. Perché l’irriducibilità della vita demolisce quel mondo che l’uomo si costruisce, creando un vuoto dentro di lui attraverso la totale negazione dei processi della sua mente.

La vita è il nuovo, momento dopo momento, giorno dopo giorno, contro cui cozza la vostra mente, che ha bisogno di appoggiarsi sul già conosciuto e sul già sperimentato perché vi rassicura contro l’imprevedibilità, contro i mutamenti inaspettati, contro l’insicurezza che nasce dai timori.

La vita è l’imprevedibilità che voi temete, perché mette in crisi la solidità e la consistenza che create per darvi sicurezza.

La vita è profondo mistero, e quindi è la sconfitta del mondo che vi siete costruiti sulle certezze, così come dell’immagine che avete dell’altro da voi e della speranza di continuare a esserci, maturando e trasformandovi.

Quel che vi impedisce di riconoscere la vita è solo un velo, però quel velo è così resistente da non poter essere scalfito a opera vostra.
Dubitare delle proprie certezze e lasciar andare i propri concetti porta inesorabilmente a uno smarrimento, dentro cui si apre un vuoto che parla della propria irrilevanza.
Lì c’è la vita.

Fonte: La via della Conoscenza, “Ciò che la mente ci nasconde“, Vita, pag. 19.

In merito alla via della Conoscenza: quel che le voci dell’Oltre ci hanno portato non sono degli insegnamenti, non sono nuovi contenuti per le nostre menti, non sono concettualizzazioni da afferrare e utilizzare nel cammino interiore. Sono paradossi, sono provocazioni o sono fascinazioni, comunque sono negazioni dei nostri processi conoscitivi e concettuali.
Non hanno alcuno scopo: né di modificarci e né di farci evolvere. Creano semplicemente dei piccoli vuoti dentro il pieno della nostra mente. Ed è lì che la vita parla.

Per qualsiasi informazione e supporto potete scrivere ai curatori del libro: vocedellaquiete.vaiano@gmail.com
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Indice dei post estratti dal libro e pubblicati
Abbreviazioni: [P]=Prefazione. [V]=Vita. [G]=Gratuità. [A]=Amore.
Le varie facilitazioni di lettura: grassetto, citazione, divisione in brevi paragrafi sono opera del redattore: i corsivi sono invece presenti anche nell’originale.


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7 commenti su “Un nuovo vocabolario: dubbio, lasciare, smarrimento, vuoto, irrilevanza [V18]”

  1. Ognuno di noi ha meccaniche diverse, diversi gli strumenti.
    Ognuno, per come è equipaggiato persegue la Comune Via dell’Unità.

  2. Mi verrebbe da dire con un motto più che abusato: “dove c’è smarrimento c’è casa”. Il paradosso è evidente come del resto lo è la vita stessa che non si muove lungo una linea retta, né ha la forma di una struttura ben ordinata.
    Questo è vero, ma la vita non è per questo “caos”; lo è solo per l’identità che vorrebbe qualcosa di diverso rispetto a quello che la vita stessa, invece, presenta. Il nostro sentire relativo in quanto tale non vede in atto il Reale in tutta la sua perfezione e allora derubrica questa sua miopia costitutiva sotto la voce “caos”, ma così non è.
    L'”imprevidibilità”, “il profondo mistero” non sono assimilabili alla mancanza di ordine ma alla nostra costitutiva incapacità di “vedere” il Disegno.
    Ciò che la vita continuamente ci sussurra è non cercare di “vederci chiaro”, “non cercare di controllare”, semplicemente “affidati”, fatti “ascolto”e “ubbidiente”.

    Una seconda osservazione. In questi anni molto si è insistito sulla questione di assumere non solo una pratica ma una “routine spirituale” che sia espressione adeguata del nostro sentire.
    Ma tale ritmo, tra stare e fare, che a fatica riusciamo a imprimere al nostro quotidiano, alla luce di quanto scritto nel post, non rischia di diventare un’ulteriore gabbia con cui, in modo più raffinato (e dunque pernicioso perché avvallato dall’identità che si sente quieta), tentiamo di arginare la forza dell’effimero che preme sulle nostre vite?

  3. Non sempre quello smarrimento è sostenibile: è come se meccanismi di salvaguardia impediscano non tanto di sperimentare il vuoto quanto di sostenerlo a lungo.

    Come quando in una lunga nuotata ad un certo punto manchi l’aria e, nonostante la volontà, si è costretti a fermarsi.

    Non so dire se ciò è insito nella condizione umana. Così è ora, forse a presagire una nuova possibilità

  4. Riconosco che non ho quasi mai certezze sul come muovermi. Di contro sono caparbia nel lasciare i concetti che credo acquisiti.
    Pertanto veli che nasconde la vita è ancora spesso.

  5. pensavo in questi giorni…quando viene demolito ciò che costruiamo, le certezze vengono meno ed esitiamo a voler correggere in nostro dire o fare, e allora le nostre azioni sono in maggior sintonia col nostro sentire e più naturali.

  6. Si credo per sentire personale che la vita sia li.
    Credo che quel sentire possa diventare accessibile dopo un percorso lungo e senza tregua, incessabile (almeno questa è la mia esperienza).
    Scaglia dopo scaglia cadono le foglie (che ci illudiamo siano protettive) e resta l’essenza.
    Un po’ come nel tronco della palma che cresce. Man man che la pianta cresce vedi l’essenza del suo tronco e le foglie restano solo segno, traccia remota.

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