L’umano non dà la vita, né la morte

Continuo qui un ragionare iniziato giovedì durante la riunione della Via del monaco, quando A. ha posto la questione della decisione di autorizzare l’alimentazione artificiale in un anziano ai suoi ultimi scorci di vita.
Personalmente ritengo che non sia nell’arbitrio umano dare la morte, e nemmeno la vita.
Ritengo che l’umano – inteso come identità – sia tramite di decisioni che lo precedono e lo vedono come semplice esecutore nella dimensione del divenire.
Faccio un esempio limite per esporre la mia visione: l’assassino non toglie una vita, e l’assassinato non la perde ingiustamente: la Vita, la coscienza priva di alcune comprensioni fondamentali ancora non acquisite, e sulla base della necessità di acquisire dati e comprensioni, rende possibile l’incontro tra i due affinché il primo possa sperimentare il gesto dell’uccidere, e da esso apprendere, e il secondo l’essere ucciso in quel modo per una precisa ragione karmica, quindi relativa ad un apprendimento.
Il calendario dell’assassinato, quando incontra il suo assassino, è già giunto al termine, ecco perché affermo che l’assassino non gli toglie la vita ma, semplicemente, ne sancisce la conclusione.
L’assassinato non muore ingiustamente, termina nel momento stabilito la sua vita e lo fa nella modalità opportuna al proprio procedere esistenziale.
L’assassino, subendo le conseguenze del suo gesto, avrà modo di sviluppare le comprensioni che gli necessitano.
Premesso questo, possiamo affrontare la questione dell’anziano e dell’alimentazione artificiale, o della sua sospensione.
L’anziano muore quando il suo tempo è compiuto, non un’ora prima: l’alimentazione artificiale non gli allunga la vita e la sua sospensione non gliela abbrevia rispetto al calendario dato.
La decisione del parente di autorizzare o meno quell’alimentazione, non ha dunque a che fare con l’allungare o l’abbreviare un’esistenza, e non ha nemmeno a che fare con la dignità di quell’esistenza, ma solo con le motivazioni e disposizioni interiori di quel parente.
Perché affermo che nemmeno la dignità di quell’anziano è in gioco? Perché nulla sappiamo della vita interiore di una persona confinata a letto, magari nella più totale immobilità. Gli impedimenti del veicolo fisico non sono certo di ostacolo alla vita emozionale, cognitiva, del sentire: con il corpo fisico bloccato, tutti gli altri corpi possono operare pienamente, se questo è nella disposizione della coscienza e se essa non ha già iniziato un processo complessivo di escarnazione, quindi di disallaccio sostanziale dai veicoli transitori.
La vita dell’anziano segue una sua timeline, con scene coerenti con gli apprendimenti da conseguire;
la vita del parente segue un’altra linea, con altri apprendimenti: il parente non ha alcuna influenza sulla morte dell’anziano, la decisione di sospendere l’alimentazione artificiale arriverà, ad esempio, proprio in concomitanza con il periodo temporale in cui l’anziano deve trapassare.
Quella che il parente pensa sia una sua decisione, in realtà è operata dalla sua coscienza in piena sintonia con la coscienza dell’anziano.
Ecco allora il senso di quell’affermazione che facevo all’inizio: non è l’umano/identità che decide, ma la sua coscienza. L’umano esegue e non ha alcun libero arbitrio sulle questioni di vita e di morte.
Anche sulle questioni di vita, dunque. Anche sul momento in cui una nuova creatura viene concepita: i partner possono tentare la fecondazione tutti i giorni, ma questa avverrà solo in un determinato giorno, in sincronia con un programma complesso che governerà la gestazione e la nascita sotto determinate influenze cosmiche. E quella fecondazione potrà attuarsi se i due partner sono uniti dallo stesso progetto esistenziale, definito dalle rispettive coscienze e dal disegno karmico, qualcosa che va ben aldilà del loro amore, o di certi “incidenti di percorso”.
Una donna che decide di abortire, dunque di interrompere un processo vitale, non opera mossa dalla sua identità e dalle sue difficoltà contingenti: sceglie sulla base di una necessità esistenziale, di una serie di comprensioni che deve conseguire e di cui il gesto dell’aborto rappresenta il fattore attivante.
È dunque la coscienza, in ultima istanza, con la sua necessità di ricavare dati d’esperienza, che genera il processo dell’aborto e lo fa a partire da non comprensioni che in essa risiedono e che avverte la necessità di superare: non comprensioni che si specchiano nella identità della donna e la conducono a quella scelta.
Il suicida compie il suo gesto, ed esso ha successo, quando il suo tempo è finito, non prima, dunque quando la coscienza autorizza e rende possibile quel gesto che poco ha a che fare con l’autodeterminazione di una identità: è sempre una coscienza, in ultima istanza, che decide.
In questo ragionare ho utilizzato lo schema bruto della separazione tra identità e coscienza per una ragione didattica ed espositiva: in realtà, coscienza ed identità sono strettamente connesse ed indissolubili e l’ampia importanza che l’umano attribuisce al libero arbitrio e all’autodeterminazione, è in realtà molto più relativa di quanto pensa: l’umano è coscienza ed è questa che determina e sceglie nella gran parte dei casi, e lo fa a seconda dei dati e delle comprensioni che ha necessità di estrarre e di conseguire relativamente al processo di unificazione con l’Assoluto nel quale è coinvolta.
Nelle situazioni in cui c’è un conflitto interiore e, apparentemente, è il condizionamento identitario a prevalere, questo non riguarda mai i nodi cruciali dell’esistere quali il nascere o il morire, o certi passaggi fondamentali dell’esistere.


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8 commenti su “L’umano non dà la vita, né la morte”

  1. Ai primi incontri di OE a cui ho partecipato sentendo queste parole che spiegano il ” lavoro” della coscienza, sono rimasto un pochino perplesso, ma non ho giudicato. Quelle parole sono rimaste lì a fermentare ed ora FORSE mi par di capire. Odo piuttosto chiaro. Non solo, lo sento un processo del tutto naturale.
    Questo non vuole dire che agisca “per coscienza”, ma capire questo meccanismo di insegnamento mi ha fatto smontare determinate situazioni e scene che si ripetevano all’infinito.
    Se non agisci per coscienza ma per egoismo, il karma crea la situazione di ritorno che potrebbe benissimo non essere gran che simpatica.
    Fermarsi e dire: “Cosa diamine sta cercando di dirmi la vita?” mi ha aiutato molto.
    Grazie Roberto.

  2. Grazie, la spiegazione è stata chiara ma come Natasha e Sandra spesso mi sono chiesta che responsabilità ho se a scegliere é la coscienza?

  3. Grazie, questo post ha fatto ancora una volta chiarezza su un argomento assai delicato che, quando si presenta a noi personalmente, pone comunque interrogativi, se non si hanno strumenti per discernere.

  4. Mi ritrovo in linea con le parole di Natascia, capisco il senso profondo ed è chiaro, ma ad una lettura superficiale il rischio può sembrare quello di non essere responsabile delle proprie scelte, la comprensione avviene tramite l’esperienza e l’esperienza tramite delle azioni che avranno poi una portata karmica….non so ma avrei bisogno di un approfondimento.

  5. Credo che sia necessario comprendere bene il senso di queste parole. Temo ci sia il rischio, ad una interpretazione superficiale, di sottrarre l’individuo dalla propria responsabilità. Certo non influente nei passaggi cruciali descritti, ma visto che le scelte, originano un karma, se non in linea con la coscienza, l’attenzione non deve venir meno e pensare, non sono io che scelgo, ma la coscienza, potrebbe essere fuorviante. Mi piacerebbe approfondire questo aspetto. Perché non di rado mi trovo di fronte al dilemma!

  6. Chiaro. Spiegato molto bene.
    A lungo si è parlato di questo tema ma ora grazie alla situazione contingente la fisionomia assume un contorno ancora più definito.
    Grazie!

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