Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Dall’amore, per amore, senza uno scopo personale

Non so quale sia la capacità di amare che si esprime attraverso questo essere che porta il mio nome, e credo anche di non essere granché interessato a scoprirlo.
Non appartenendoci l’amore, non possiamo nemmeno attribuircelo e chi mai, domani, ci dirà “Bravo!” per qualcosa che non ci riguarda e che non è merito nostro?
L’amore, come la vita e come l’acqua, scorre, attraversa e trasmuta ogni realtà e ciò che prima era, dopo può scoprirsi come inesistente.
E’ bastato quell’attraversamento, quell’impatto con il totalmente altro che chiamiamo amore, per vedere molte cose mai viste prima e per rendere nuove quelle già conosciute.
Ho lavorato quasi un decennio nell’elaborazione di un paradigma, di una lettura della realtà che avesse un senso, una logica, una razionalità per il ricercatore che a questa porta ha bussato.
Ho attinto a numerose fonti: lo zen; il Cerchio Firenze; la via della Conoscenza; il Cerchio Ifior. Le ultime tre sono fonti di natura non umana, contenuti della coscienza divenuti disponibili all’umano negli ultimi decenni: svelamento di un mondo interiore e cosmico un tempo riservato solo ai discepoli delle scuole di iniziazione.
Ho indagato queste fonti e non quelle umane, per una ragione molto semplice: la mia domanda esistenziale, e la proposta che intendevo fare al mio prossimo che qui la vita portava, non trovava che balbettii nell’umano, condizionati dal tempo, dalle menti, dal limite di visione e di esperienza.
Per rispondere ad una domanda della coscienza, ho scelto di attingere alle fonti che dal piano della coscienza cominciano con le coscienze e con le menti incarnate.
Purtroppo queste sorgenti di sentire così vaste, chiare e profonde, quasi sempre giungono a noi attraverso la cultura dell’occulto, del paranormale, dello spiritico e questo è un grave limite: quando penso all’importanza dell’insegnamento del Cerchio Firenze 77 e vedo la prima sezione di ciascuno dei libri che contengono le loro parole, riportare i fenomeni che facevano da corollario alle comunicazioni e all’insegnamento, mi cadono le braccia e provo una certa repulsione.
A chi serve conoscere il fenomeno? Al semplice che ha bisogno del miracolo? Per favore..
Ho preso quello che era disponibile come contenuto di sentire e come paradigma e ho lasciato che strutturasse il mio interiore, coniugandolo con il compreso che risiedeva in me, poco o tanto che fosse: da quella realtà interiore, non soggetta a vacillare perché fondata non sul capito ma sul compreso, sono poi sorti i tasselli di quell’insieme semplice che abbiamo chiamato “Sentiero contemplativo”.
Questo è stato il lavoro di almeno un decennio: l’intento era, come ho già detto, di mettere a disposizione un paradigma, una lettura della realtà per persone che non si riconoscono nei paradigmi religiosi e alle quali, tanto meno, basta quello laico corrente.
Quell’opera è compiuta, almeno nelle sue linee generali: il dettaglio spetterà ad altri, se vorranno.
E’ stato faticoso. Entusiasmante in alcuni momenti, molto faticoso negli ultimi tempi.
Mi sono occupato di paradigmi, di realtà, di conoscenza e trasformazione di sé perché era necessario per andare oltre, era il ponte tra due mondi: il mondo del divenire e quello dell’essere.
Casa mia era l’essere, la sua sfera, le sue problematiche e sfide, e l’avevo incontrato fin dall’inizio del viaggio, incontrando lo zen: tutto il resto è avvenuto ad opera dell’amore, per amore e senza motivazione personale prevalente. Certo, nel mentre il tempo passava io imparavo e cambiavo, e questa è certamente la ragione inconscia che mi ha condotto ad occuparmi del divenire: cambiavo me stesso, mentre proponevo il cambiamento agli altri.
Nella mia comprensione, lo zen è l’esperienza del sentire: lì ero due decenni fa, inconsapevole di cosa fosse la natura di quel sentire che sperimentavo, ma che non sapevo spiegare, né articolare in una didattica.
L’amore ha preso in me la forma della didattica, è voluto divenire processo, dispiegamento dell’esperienza e del compreso affinché altri potessero sperimentare quello in loro, con la stessa chiarezza e consapevolezza.
Oggi non ho bisogno di fare alcun parallelo tra il Sentiero e lo zen, anzi, per molti versi ritengo che quel mondo così ricco di sentire sia irrimediabilmente prigioniero di una forma, quella orientale e che, per poter vivere in occidente debba radicalmente morire a se stesso, per rinascere nelle forme del tempo e della cultura che ne incarna il compreso e il sentire.
Nel Sentiero apparentemente c’è poco dello zen; nella sostanza, a mio parere, c’è tutto quello che Doghen – e il Chan prima di lui – sperimentavano, dicevano e trasmettevano un millennio e più fa.
Ma non è di questo che mi interessa parlare.
Una volta che le menti hanno a disposizione un paradigma, possono leggere la realtà con occhi nuovi: se il paradigma che usano concilia la realtà interiore con quella esteriore, l’alto col basso, Dio con l’uomo, allora hanno una possibilità di lettura ed interpretazione unitaria preziosa e ne faranno l’uso che saranno in grado di farne. A me non interessa più e non voglio ancora occuparmi di come le persone leggono la realtà, personale o sociale che sia.
Voglio lavorare su un altro paradigma, quello dell’essere.
La pubblicazione del Dizionario del Cerchio Ifior, che continuerò ancora per lungo tempo, è un gesto di servizio a beneficio di coloro che ancora indagano il paradigma del divenire: mi costa tempo e fatica, ma lo faccio e lo farò volentieri.
L’orizzonte di oggi:
un sentire che parla ad un sentire;
l’esistenza nell’essere non condizionata dal divenire;
la vita come fatto che accade senza tempo.
Esiste un sentire disposto ad ascoltare, ad accogliere un altro sentire, l’essere che bussa e che non parla di un soggetto che diviene, che ha problemi, che deve cambiare e migliorarsi?
O, nella situazione attuale del Sentiero, esistono dei sentire oramai appagati da quanto interiorizzato e intenti più a sistemare il loro puzzle umano, piuttosto che votati ad andare oltre, verso quella compiutezza ultima che conduce l’umano oltre se stesso?
Questa è la domanda che rivolgo a ciascuno di coloro che ci leggono e a quanti partecipano a questo cammino: il mondo interiore assorbito dall’opera della conoscenza e della sistemazione degli aspetti di sé, in me è divenuto secondario da tempo, come posso nutrirvi e accompagnarvi se ad esso non dedico più le risorse interiori? Se non è più quello che mi sento chiamato ad affrontare e a donare?
Se altro vive in me oramai da molto tempo e ha natura molto diversa, più vasta, meno condizionata?
Esiste un secchio per quest’acqua nuova?

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  1. E’ probabile, Maria, che se avessimo la stessa ampiezza di sentire non potremmo esserci di aiuto..
    Certamente una sfasatura nell’ampiezza del sentire permette un travaso, una comunicazione ed uno stimolo alla trasformazione.
    Fatto salvo che tutti imparano da tutti.

  2. caro Roberto, grazie per la tua onestà, il tuo post, in particolare la tua domanda mi interpella. Personalmente credo che ci sia ancora molto lavoro da fare sul mio puzzle umano anche se mi sento avviata sulla via della conoscenza, quindi se devo rispondere alla tua domanda mi viene da dire che il mio secchio ha bisogno ancora e forse a lungo di quell’acqua “primordiale” a cui attingere per andare oltre. La tua domanda ne evoca però una a mia volta, quando dici : ” il mondo interiore assorbito dall’opera della conoscenza è divenuto per me secondario …..non è più quello che mi sento di offrire…se altro vive in me ed ha natura più vasta, esiste un secchio per questa nuova acqua ?” non ti riferisci ad una uniformità di sentire che per ragioni connaturali non sussiste se non in parte negli incamminati nel sentiero? la tua ampiezza di sentire non può coincidere con la nostra anche se da lei traiamo nutrimento. Grazie

  3. grazie Roberto……il nostro cammino dura da tempo……sono stata sempre in ascolto e ho recepito tutto quello che era necessario per la mia vita interiore …ho conosciuto il sentire e si è spalancato un mondo….non credo che la conoscenza di sè arrivi ad una fine, sarebbe più facile senza ostacoli contingenti…ma il secchio è sempre li..ad accogliere acqua nuova

  4. Ciao Roberto, non so se riuscirò mai a fare a meno dei ringraziamenti, ma ora sento di ringraziarti immensamente per tutto.
    Il secchio per quest’acqua nuova l’ho sempre sentito vicino.

  5. Ad oggi sento che l’opera della conoscenza di sé, non sia ultimata. Ho idea che questa curiosità mi accompagnerà a lungo…
    In quasi due anni di frequentazione del Sentiero, molto è cambiato, l’approccio e lo sguardo alla vita è cambiato! Ma ancora l’identità oscilla tra l’imporsi e lo scomparire. Quando però si passa dall’essere al divenire, percepisco l’autentico sentire.
    Grazie Roberto per gli strumenti che ci doni!
    Il secchio è lì, pronto ad accogliere acqua nuova…il secchio è grande!

  6. Caro roberto, grazie per queste sincere parole. Mi rifaccio a questa frasa e non so se l’ho compresa bene: “nella situazione attuale del Sentiero, esistono dei sentire oramai appagati da quanto interiorizzato e intenti più a sistemare il loro puzzle umano, piuttosto che votati ad andare oltre, verso quella compiutezza ultima che conduce l’umano oltre se stesso?” in me c’è un sentire certamente non appagato da quei contenuti che vanno ben oltre il puzzle umano, ma dall’altra parte ci sono aspetti dell’umano stesso che necessitano di attenzione, perchè è per me evidenti che se rimangono non conosciuti e compresi possono solo che minare la capacità e la direzione che si traducono nello scomparire e nell’essere attraversati.

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