Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Lo stato interiore del risiedere

Un brano di Soggetto, maestro della via della Conoscenza.
La versione integrale.

La via della Conoscenza parla di stare in, di risiedere, che significa essere fissi in ciò che ogni essere porta in sé come radice profonda. Vivere è essere in relazione con ciò che vi circonda, scoprendone una profondità che va al di là della superficie su cui ancora vi attestate: è un mondo che esiste, ma che voi potete intravedere soltanto attraverso fugaci flash che vi fanno intuire che c’è altro che non è possibile trattenere, e far proprio, perché è irriducibile ad ogni pretesa.
Lo stato interiore di cui parla la via della Conoscenza porta l’uomo a permanere in una immobilità interiore, pur continuando a vivere i suoi tre elementi costitutivi, che sono pensiero, emozione e capacità di azione. In colui che vive uno stato interiore il punto d’osservazione rimane fisso, mentre voi umani siete continuamente sballottati dal modo con cui la vostra mente reagisce ad ogni sollecitazione della vita.
Tutte le volte in cui voi umani incontrate qualcosa di non gradito nella relazione fate ricadere la colpa sull’altro; solo dopo aver intrapreso un percorso cosiddetto evolutivo, incominciate a imputarla anche a voi stessi. Poi, incontrando la via della Conoscenza, l’uomo incomincia a riconoscere i limiti propri ed altrui senza più imputare colpe ad alcuno; egli guarda ogni limite con tenerezza perché ne vede la fragilità, e questo mostra come si possano vedere le stesse cose in modo diverso. Da quel momento si apre davanti ai suoi occhi un mondo che eccede lui e l’altro essere in relazione. E’ un mondo in cui la parola “limite” perde di significato dato che tutto è già perfetto in sé. E’ un mondo in cui lo stimolo all’agire non nasce per produrre o per modificare alcunché: viene definito un agire nel non agire mosso da ciò che eccede il mondo costruito “per sé”. E’ un mondo in cui si riconosce ciò che c’è già e niente più è da aggiungere. Ciò che c’è non manca di nulla e, se anche se ne vede l’incompletezza, si riconosce che comunque niente può essere completo nel mondo del relativo, in cui tutto è in sé limitato dal nascere e dal morire. E’ il mondo della continuità di impermanenza, e cioè di frattura dopo frattura, in cui ciò che è piccolo si dischiude e mostra aspetti ancor più piccoli.


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