Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Le stagioni dell’umano e della natura

Se faccio un parallelo tra le stagioni della natura e quelle dell’uomo, mi viene da porre in relazione l’estate con la vecchiaia.
L’estate è dominata dallo stare, dal giungere a compimento di processi la cui genesi è nell’autunno.
L’autunno è l’inizio della vita perché accoglie in sé il frutto maturo, il seme, dell’estate: una vita che finisce deposita il compreso in una vita che inizia.
L’autunno è caratterizzato dalla dominanza di forze introversive, incarnative: le forze cosmiche si calano nel terreno così come nell’interiore dell’umano creando un flusso dal fuori al dentro.
L’autunno ha una caratteristica dinamica: ciò che è stato compreso prepara la nuova esistenza, diviene sostanza e forza di una nuova vita.
Come nel terreno, in autunno, si creano le condizioni per la germinazione del seme, così nell’infanzia dell’umano si generano i corpi dei suoi veicoli, le condizioni perché possa dispiegarsi l’incarnazione umana.
L’autunno matura nell’inverno, il periodo di latenza, quell’essere e non essere proprio dell’adolescenza umana.
L’inverno accoglie le forze del terreno che l’autunno gli consegna e macera il seme con i suoi umori e pian piano questo libera la potenza vitale che racchiude in sé.
L’inverno, come l’estate è dominato dallo stare, dai processi che avvengono lenti e nascosti, inconsci.
Il seme che in primavera spunta dal terreno e avvia il dispiegamento della propria natura, è simile all’età adulta dell’umano: attorno al ventunesimo anno, la coscienza compenetra i suoi veicoli appieno e inizia a realizzare le scene più importanti, gli apprendimenti necessari di quella incarnazione.
Il compreso, frutto dei processi vitali della primavera, trova il suo compimento nella stasi dell’estate: le forze si placano e i semi e i frutti sono esposti al calore del sole, alla sua forza consolidante, alla maturazione piena del compreso.
L’estate è il risiedere nel compimento che non ha più bisogno del fare.
Il ciclo si chiude con il frutto che si stacca dalla pianta e cade nel terreno: un gesto non determinato solo dalla gravità, ma innanzitutto dalla necessità di rimanere nel ciclo del morire e del nascere.


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