Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Coltiviamo l’illusione senza sosta

La domanda che ad ogni scena del nostro film personale e quotidiano dovrebbe accompagnarci è: ciò che penso, ciò che mi muove, ciò che attuo aderisce alla realtà dei fatti, o all’illusione che permea la mia mente?
Siamo immersi nell’illusione, nell’immaginazione, nella proiezione: gran parte della nostra vita è spesa nell’identificazione con ciò che non è reale, non ha sostanza, è pura creazione mentale.
La mente non produce realtà, produce l’immagine personale della realtà: solo andando oltre la mente si entra nel regno della realtà, di ciò che è, non di ciò che vorremmo, di ciò che ci sembra e ci appare.
Fino ad un certo punto del cammino esistenziale personale, il problema non si pone: la persona vive nell’illusione, non può fare diversamente e dall’essere immersa nell’illusione impara quello che deve imparare.
Quindi qui non si condanna la vita nell’illusione, si dice semplicemente che quello è fino ad un certo punto, ad un certo grado di sentire acquisito.
Da un certo sentire in poi, nella persona inizia a sorgere l’urgenza di vivere con un tasso minore di illusione, di scoprire e vivere la realtà dei fatti.
Noi parliamo a queste persone, non alle prime a cui abbiamo ben poco da dire.
La realtà dei fatti – vi ricordo che per fatti intendiamo tutto ciò che è – emerge quando il velo dell’illusione non copre più il nostro sguardo, quando in noi la capacità di superare l’identificazione, l’auto attribuzione dei fatti, si rafforza.
Se c’è la consapevolezza che stiamo aderendo e alimentando il racconto della mente sulla realtà, allora c’è anche la possibilità di disconnettere questo, di tornare ad un punto zero vuoto di aggiunte, di colorazione e di attribuzione.
Quello che recitiamo su di noi è realtà, o racconto?
Quello che diciamo dell’altro è realtà, o racconto?
Se la lettura di noi e dell’altro è inficiata dall’illusione che oscura le nostre menti, la lettura dei fatti sarà distorta e irreale.
I bisogni, i desideri, le passioni, gli attaccamenti che colorano senza sosta l’operare della mente e dell’identità, li vediamo? E se si, siamo in grado di disconnetterli, o li alimentiamo?
Questo circo fantasmagorico composto da mente ed emozione che assieme danzano, è ben rappresentato nella sfera sensuale e sessuale: esiste la realtà di forze ed energie che potenzialmente possono generare l’esperienza sessuale, esistono dunque fatti di questa natura, ma il loro maturare in desiderio e fantasia sessuale è solo un indirizzo che viene abilitato dal livello di comprensioni raggiunto.
Quelle forze possono anche essere espresse in modo completamente differente, su piani molto distanti da quello sessuale: se utilizziamo quelle forze in ambito sessuale è perché con quelle esperienze siamo identificati e perché esse ci conferiscono un certo grado di senso di esserci, di esistere, una certa gratificazione, fisica, emotiva, mentale, esistenziale.
Se cambia l’identificazione con il bisogno di esserci e di ricevere gratificazioni, cambia anche l’uso che di quelle energie facciamo.
Non vi sto dicendo di divenire casti, ma di coltivare la consapevolezza sulla nostra identificazione con i bisogni che trovano appagamento nella sfera sessuale.
Alla stesso modo, se vediamo la nostra identificazione con i bisogni che emergono nella sfera del riconoscimento, o in quella del potere, per fare degli esempi, potremo disconnetterli e tornare alla realtà dei fatti non condizionati né dai bisogni, né dall’identificazione con essi.
Tutto questo è possibile se siamo pronti, se abbiamo conseguito un sentire che ci permetta di attuare queste consapevolezze e queste disidentificazioni.
Se quel sentire non è ancora maturato, non ci resta che continuare a sperimentare.


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  1. Sperimenterò ancora e ancora…

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