Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il tasso di dolore nella via spirituale

Domande e risposte sulla via e sul vivere 2

Chiede Maya: Spesso osservando le persone che non si fanno troppe domande e che sembrano molto inconsapevoli mi sembra che facciano una vita più serena e meno dolorosa della mia. Vanno al lavoro e fanno quello che devono fare e basta. Magari si lamentano, ma sembra un lamento così tanto per fare due chiacchiere. Perché chi cerca invece soffre così tanto? O è il contrario, chi soffre è “costretto” a cercare?

Non sappiamo mai cosa c’è nell’intimo del nostro prossimo, sappiamo invece che nella cosiddetta normalità i rapporti avvengono all’ombra di maschere più o meno velanti.
In ogni persona avvengono processi di conoscenza-consapevolezza-comprensione.
Alcune incarnazioni sono caratterizzate da una maggiore intensità, in genere una incarnazione intensa si alterna ad una meno intensa.
Allo stesso modo ci sono stagioni, in una vita, in cui la macerazione è maggiore: una persona attorno ai 40 anni è certamente immersa in un passaggio esistenziale rilevante.
Chi cerca, chi indaga se stesso e la natura della realtà, scopre innanzitutto il proprio limite e questo è, quasi sempre, molto doloroso.
Tutte le immagini di noi che abbiamo edificato non reggono all’impatto della consapevolezza che, velo dopo velo, scopre l’illusione, rivela la nudità dell’essere: i nostri limiti, le cadute, gli egoismi, le doppiezze nulla ci è risparmiato e nulla passa senza provocare una disillusione, uno smarrimento, un dolore per quel che siamo, o non siamo.
Affrontare se stessi è il passo fondamentale che conduce ad affrontare la vita in modo risoluto, non nascondendosi, non avendo paura, non raccontandosi storie, imparando ad osare.
Molti non affrontano se stessi e procedono per prove e tentativi in modo del tutto inconsapevole. E’ sbagliato? E perché mai, è il loro modo di procedere, quello possono, quello fanno.
Puoi tu Maya fare in quel modo? Non credo; per te, evidentemente, è stato tessuto un altro disegno: indossalo e vivilo così come ti è dato e come ti è possibile.
Il dolore e la fatica sempre parlano di una resistenza e di un conflitto di varia ampiezza tra coscienza ed identità: superato il primo dolore che riguarda la propria inadeguatezza ed il proprio limite ontologico, poi si tratta di vedere, di scoprire, l’origine del conflitto, le mille situazioni in cui non obbediamo al dettato della nostra coscienza ma, in vario modo, cerchiamo di forzarne l’indirizzo per seguire il progetto delle nostre menti che, non di rado, non corrisponde a quello della  coscienza.
In quella difformità di progetto sorge il dolore, si genera la fatica.
Infine considera la funzione propedeutica del dolore: cerchi perché soffri. Chi di noi non ha iniziato un cammino interiore perché pungolato da un malessere esistenziale?
Se il dolore è il frutto acerbo del conflitto coscienza-identità, e se la coscienza “vive” per acquisire comprensioni, allora c’è una spinta della coscienza a creare in continuazione scene e, nelle scene, c’è l’inevitabile frapporsi di una lettura e di un bisogno soggettivi: dalla spinta delle due forze (coscienza ed identità) sorgono il conflitto, il dolore, la fatica. Direi che tutto questo è fisiologico, una persona sana vive inevitabilmente e consapevolmente queste dinamiche.
Una persona nella via spirituale a questo di certo non si sottrae e guarda alla vita e al suo quotidiano con gli occhi dell’operaio che entra in officina per la sua giornata di lavoro.


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