Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’umiltà

Ci divengono comprensibili scampoli di realtà, in frammenti di specchi si rifrange una comprensione.
Ci sembra di poter parlare dell’Assoluto e non avvertiamo il frastuono del raglio che si leva.
Forse dovremmo solo occuparci di come togliere veli dagli occhi, rimuovere escrementi dal sentiero garantendoci un passo stabile nella precarietà delle ore che passano.
L’umiltà è la piena consapevolezza del raglio, lo splendore del non sapere e del non aver compreso, lo stupore di non avere bisogno alcuno.
L’esperienza dell’umiltà ci consegna nelle mani dell’irrilevanza, del non poterci prendere sul serio, del non riuscire a calcare la scena con la convinzione necessaria all’attore.
Se l’attore non crede alla propria parte, cosa accade di lui? Può solo fare un passo indietro e confondersi nella vita.
Lo interpellavano e gli chiedevano di recitare, volentieri li assecondava, il recitare era la sua vita: recitando tesseva la sconfinata tela dell’amore, quello narrava, quella la sua offerta.
Il tarlo del dubbio aveva fatto il suo lavoro fino in fondo: qualcuno sul palcoscenico, molti altri in platea. E se il giusto rapporto fosse stato un altro? Se lo spettatore si fosse dovuto trasformare in attore e l’attore attuale in spettatore?
Irrilevanti come le foglie di questo inverno negato, trasportati dal vento caldo ci accumuliamo ai piedi delle siepi di olmo, calpestati dai passi discreti dei caprioli.
L’umiltà non è certo un merito e non so neppure se sia un dono, di certo è un fatto: non si sceglie di essere umili, se ne vive la condizione non osando dichiararla.
La via interiore, nella sua capacità di macerarci senza fine, ci rende humus nel composto della vita, nella compagnia dei lombrichi.


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  1. Uno dei figli dell’umiltà credo sia l’ironia, l’umorismo, non certo il cinismo dilagante dei nostri giorni e nemmeno una repressa aggressività che si cela dietro lo scherzo, ma quella sana leggerezza che ci fa sorridere amorevolmente di noi stessi, dei nostri limiti, del mondo che ci circonda e che con parole canzonatorie testimonia quel risiedere consapevole in un sentire radicato.

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