Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’inaspettato, la tensione, l’osare

Il vivere ha sempre un grado di imprevedibilità, non c’è giorno che non porti scene inaspettate, impreviste, fuori dalla possibilità del nostro controllo.
L’impossibilità di controllo e l’essere in balia del non previsto, sempre generano una tensione interiore di vario grado.
Non sappiamo se saremo in grado di affrontare la situazione e, molto spesso, un senso sottile e profondo di inadeguatezza mai risolto definitivamente, riaffiora.
Bene. Non c’è soluzione. Ci teniamo l’imprevedibile con tutto quel che porta.
Siamo tesi? Ci sentiamo inadeguati? Viviamo attimi di paralisi? E allora?
Dobbiamo imparare a vivere le Caporetto della nostra mente.
Non lo so! Sono in confusione! Mi hai spiazzato! Fammi respirare che è meglio..
In quella Caporetto sta l’importanza del processo attivato dell’imprevedibile e dell’ingestibile: lì vediamo quanto l’identità recita di sé, dal disagio che sorge per la nostra incapacità a rispondere adeguatamente comprendiamo quanto siamo attaccati all’immagine di noi svelata dall’accadere.
Quei momenti di sudori freddi sono lo svelamento che ci necessità: tutta la narrazione su di noi e di noi per un attimo vacilla. Bene.
La via d’uscita? “Non lo so, non lo so fare, non sono capace ma posso provarci, dammi tempo che mi riprendo”.
Dichiarare il proprio disorientamento, la propria momentanea incapacità, la propria impreparazione di fronte al non previsto ci libera dal dover essere quello che non siamo.
Il potere del “non lo so ma ci provo!”, dello stare davanti all’altro con tutta la propria umanità limitata senza voler, dover essere diverso da quello che si è: questo è un aspetto dell’osare e del vivere fino in fondo.
Caricarsi sulle spalle il limite, piccolo o grande che sia,senza vergogna e senza alcun senso di perdita e affrontare l’accadere con la serenità, con la disposizione al gioco di chi non ha niente da dimostrare e niente da perdere perché sa, ha compreso che l’unica posta in gioco è l’imparare, la bellezza senza fine dell’imparare liberata dall’ammissione di non conoscere, di non sapere, di non essere adeguati in quell’ambito.

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