Doghen, Jinzu (4) Il libero, straordinario agire

Eihei Doghen Zenji
SHOBOGHENZO

L’AUTONOMO E LIBERO OPERARE ()
(Quale è il senso del vivere ?)

Introduzione e trasposizione, Watanabe Koho Roshi

DAI I Zenji (4) è, nella linea di discendenza tradizionale diretta, di maestro in discepolo, il trentasettesimo a partire da Shakyamuni, e fu il discepolo di HYAKU JO Zenji (5), il maestro che in Cina per primo stabili delle regole per la convivenza fra monaci. Sono moltissime in Cina le persone che da allora fino ai giorni nostri hanno attinto all’insegnamento di Dai i Zenji, fra coloro che hanno assimilato la via di Budda come propria norma di vita e che hanno espresso in termini di insegnamento quel veritiero modo di essere.

Una volta, Dai I Zenji stava riposando sdraiato nella propria stanza, quando entrò il suo discepolo KYOZAN (6), al che il maestro cambiò posizione e si girò verso il muro. Kyozan disse che di fronte a lui, discepolo, non era necessario che il maestro facesse complimenti e gesti formali di etichetta. Poi, visto che Dai I Zenji stava per alzarsi, Kyozan, per non disturbare il suo riposo fece per uscire silenziosamente. Il maestro allora lo chiamò “Ehi, Kyozan”. Subito Kyozan rispose.
Dai I Zenji gli disse che durante il sonnellino aveva fatto un sogno e voleva raccontarglielo. Kyozan allora, in silenzio, avvicinò la testa in posizione di ascolto.
Al che il maestro gli disse: Spiegami un po’ tu il mio sogno, di cosa si tratta. Kyozan andò a prendere una bacinella d’acqua e un asciugamano e glieli portò.
Mentre Dai I si lavava il viso e si metteva a sedere, entrò nella stanza un altro discepolo, KYOGHEN (7).

Il maestro, rivolto a Kyoghen, disse: “Adesso io, insieme a Kyozan, ho messo in atto il meraviglioso, illimitato operare. Questo modo di fare è straordinario.”Al che Kyoghen disse che, trovandosi nella stanza a fianco, aveva udito tutto. Allora il maestro: “Se è così, spiega come hai capito cosa è successo.” Subito Kyoghen si alzò, andò a prendere e servì il thè. Dai I Zenji lo lodò grandemente e disse: “Il vostro modo di agire, libero e straordinario, supera di gran lunga quello dei discepoli di Shakyamuni Sharishi e Mokuren.” (8)

Se si vuole concretamente comprendere il libero ed autonomo modo di operare delle persone della via di Budda, è necessario studiare ed indagare in profondità queste parole di Dai I.
Apprendere nel modo giusto il contenuto autentico di questo libero, straordinario agire è, inutile dirlo, apprendere la via di Budda: se non si impara questo modo di agire pieno di vitalità, non ci si può chiamare persone che davvero seguono nei fatti la via dell’essere autentico. Ciò che, a partire da Shakyamuni attraverso la discendenza storica di maestro in discepolo, è stato tramandato e comunicato dalle persone che hanno messo in pratica la via, è la sapienza, è l’atteggiamento concreto che si manifesta come l’operare appropriato a quel particolare momento, in quella data situazione, nei gesti semplici e naturali della condotta della vita quotidiana, come nell’esempio riportato. Non si deve perciò ritenere che la vera pratica consista nell’acquisizione di particolari abilità di carattere tecnico, che si possono ottenere tramite una disciplina ed un training del corpo e dello spirito, come facevano in India (9).

Inoltre, ignorando la realtà della pratica della via di Budda, che è atteggiamento sempre rinnovato e comportamento sempre vivido nella propria vita di ogni momento, non si devono studiare per impararle le parole con cui gli studiosi commentano i testi, come fossero oggetti della ricerca intellettuale (10). Questo insegnamento dell’operare libero ed autonomo da parte di Dai I è sufficiente a mostrare cosa sia la vera pratica religiosa, ma per entrare ulteriormente nei particolari è possibile approfondire l’esame nella maniera seguente.

<Stava riposando> <cambiata posizione si voltò verso il muro> <fece per alzarsi> <Ehi, Kyozan> <chiariscimi il sogno> <lavatosi il viso si mise a sedere> <Kyozan avvicinò la testa per udire> <portò acqua ed asciugamano>:

tutti questi gesti della vita ordinaria, manifestati in forma concreta di comportamento, uno per uno, sono l’operare libero ed autentico che si addice a quel momento ed a quella situazione. Per questo Dai I Zenji afferma chiaramente “Un attimo fa io e Kyozan abbiamo messo in azione l’operare libero ed incondizionato”. Allora, il modo d’essere compiuto che è conforme al momento ed al luogo è detto il modo di agire libero e diretto e si deve apprendere questo comportamento. La forma che le persone autenticamente sulla via hanno tramandato e comunicato nel modo giusto a partire da Shakyamuni lungo tutta la storia di generazione in generazione, è proprio questo modo di operare libero e diretto dei gesti della vita quotidiana, ordinario, che si vede con uno sguardo, come <parlare di un sogno, lavarsi il viso>: bisogna sapere con la massima chiarezza che proprio questo comportamento di vita è la suprema ed ultima realtà della pratica effettiva della via di Budda.

Dai I Zenji ha detto “Questo operare è straordinario” e quindi la pratica effettiva della via è il lavoro costruttivo e vitale della vita e non si deve convincersi che la pratica equivalga ad una forma di auto soddisfazione statica e di passivo appagamento di sé, prendendo in considerazione esclusivamente l’armonia del proprio interiore stato mentale. Le persone che così intendono, si divertono con il proprio personale stato mentale quieto, e non hanno niente a che fare con l’operare libero e spontaneo che è adeguato al momento ed alla circostanza e che si modifica e si conforma immediatamente alla situazione presente. La persona che, nell’ambito della propria vita quotidiana, mette in atto e fa risplendere ancor più questo modo di lavorare, di comportarsi diretto ed immediato, non si muove sulla base di valori angusti e di idee errate.

Chi interpreta il buddismo sulla base della parola scritta nei testi e commentari, non comprende la realtà dell’operare direttamente di persona nella libertà, e se anche sente parlare di questo modo di essere, non si applica a credere in esso e ad accettarlo. Colui che si appaga di essere in armonia con il proprio personale stato mentale o della sola interpretazione della lettera, irrigidito nelle proprie vedute, non ha in animo di ricercare il funzionamento senza limiti, il lavoro che opera spontaneo senza schemi preordinati. Il vero uomo della via, che aspira ad uniformarsi ad essa ed opera in quella direzione, vive all’intero di questo illimitato incondizionato modo di agire, ed a sua volta diffonde e comunica nel modo proprio questo atteggiamento e questa direzione del modo di vivere.
Se non si comprende e si sa con esattezza che la via di Budda in effetti percorsa (11), è avere e far perdurare un tale atteggiamento, una simile (12) direzione di vita, allora non viene in essere, non prende forma concreta l’immediato libero operare di Dai I Zenji, di Kyozan, di Kyoghen.

4) Dai I (il grande I) è un soprannome di ISAN REYIU (Kuei-shan Ling-yu, in cinese) famoso maestro nato nel 771 e morto nel 853, fondatore della scuola zen Igyo (Kuei Yang) che appunto da lui e dal discepolo Kyozan prende il nome.

5) Hyakujo Ekai (Pai-chang Huai-hai: 749-8141 maestro di Isan, redasse per primo, in Cina, una regola scritta per i monaci zen, chiamata, in giapponese, Hyakujo shinghi (La regola pura di Hyakujo). Hyakujo Zenji poneva l’accento anche sul lavoro dei monaci, che fino ad allora avevano sempre vissuto di elemosine, ed a lui è attribuita l’espressione “Un giorno senza lavoro è un giorno senza cibo”. Si narra che, coerente con questa impostazione, rifiutò il cibo un giorno in cui i suoi discepoli gli avevano nascosto gli attrezzi per lavorare nei campi, a causa dell’età e delle non buone condizioni di salute, impedendogli così di lavorare.

6) Kyozan Ejaku (Yang-shan Hui-chi: 807-883)

7) Ksoghen Chikan (Hsiang-yen Chih-hsien: m.898)

8) Sharishi (Sariputra, in sanscrito) e Mokuren (Maudagalyayana) due dei dieci principali discepoli di Shakyamuni. Il primo si dice eccellesse in sapienza, il secondo nel possesso di poteri soprannaturali.

9) Doghen si riferisce alle scuole yoga indiane dell’epoca di Shakyamuni, che predicavano i più severi esercizi per ottenere stati spirituali particolari e vari poteri speciali ad essi connessi, cui Budda reagi, perché del tutto estranee allo spirito religioso di ricerca della via universale. Senza risalire indietro nel tempo. né spostarci nello spazio. questa precisazione si applica perfettamente alle tante scuole nostrane che spacciano religione promettendo risultati extra, ed in genere all’atteggiamento di chi cerca di avvicinarsi alla via religiosa per trarne personale profitto.

10) Le ultime due frasi stigmatizzano due atteggiamenti diversi: quello di chi, come abbiamo detto. cerca di trar profitto dalla pratica religiosa. intendendola come un’esercitazione volto al raggiungimento di uno scopo personalmente vantaggioso, e quello di chi confina la religione nell’ambito dell’attività intellettuale, dell’affinamento della conoscenza che non coinvolge la sfera comportamentale dell’individuo. Questa non è una critica allo studio ed all’approfondimento intellettuale qualora siano propedeutici alla messa in pratica di quanto studiato, bensì un invito a non seguire la via dello studio fine a se stesso, ignorando la messa in opera.

11) A parole <via> e <percorrere>, <via> e <pratica> appaiono realtà distinte perché si dicono con espressioni diverse in forma consequenziale: (percorrere la via>, <la pratica della via> e simili. Di fatto. però, si tratta di un’unica realtà assolutamente inscindibile: non esiste (se di via di Budda si tratta) una via che non sia attualmente percorsa, non esiste una via <da percorrere>. ma solo la via come percorso in svolgimento. Altrettanto, non esiste vero percorrere (se di via di Budda si tratta) che non sia il percorrere proprio quella via. Non basta conoscere le caratteristiche della via di Budda. perché la via sia tale, così come non basta darsi da fare con buona volontà e muoversi, perché il proprio movimento sia quello della via.
Via e percorso sono un’unità inscindibile che coinvolge tutto l’essere, separate solo per necessita di espressione linguistica.

12) Ricorrono molte volte nel testo espressioni sintetiche come <tale> <simile> <questo>. riferite all’operare libero ed immediato jinzu). Bisogna far attenzione, leggendo. a non annacquare il senso dell’espressione. non ponendo l’accento su queste paroline, che non sono messe li tanto per dire. Tale: come? Simile: a cosa? Questo: quale? Vanno riferite in modo preciso e non ambiguo a situazioni reali di cui Doghen ha già parlato. “Un tale atteggiamento” è esattamente l’atteggiamento di Kyozan nei confronti del suo maestro. delineato a pag.4, una simile direzione di vita” è esattamente la direzione che ispira il modo di muoversi delle tre persone Dai I,  Kyozan, Kyoghen. Poiché non è possibile volta per volta esplicitare tutti i riferimenti, è indispensabile che il lettore faccia per suo conto questa operazione, omettendo la quale lo studio perderà inevitabilmente interesse.


Il testo è stato originariamente pubblicato sulla rivista “La stella del mattino” in due numeri dell’anno 1999: n.2 (16 marzo-15 maggio) e n.3 (16 maggio-15 luglio). La presente pubblicazione è autorizzata.

Per leggere i brani in sequenza.

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