Doghen, Jinzu (1), L’autonomo e libero operare

Eihei Doghen Zenji
SHOBOGHENZO JINZU

L’AUTONOMO E LIBERO OPERARE (JINZU)
(Quale è il senso del vivere quotidiano?)

Introduzione e trasposizione
Watanabe Koho Roshi

La realtà fondamentale che è lo scopo, il significato vero per coloro che mettono in pratica il perseguimento della via di Budda, vale a dire l’autonomo e libero operare, non è la ristagnante ripetitività di gesti della vita di ogni giorno come bere il thè, mangiare i pasti. non è procedere per forza dell’abitudine e di inerzia, bensì agire vivacemente con freschezza.
Quello che a prima vista sono le azioni ed i comportamenti estremamente usuali della vita quotidiana, è l’operare straordinario, l’autonomo e libero lavoro, lo sconfinato funzionamento. Perciò, colui che con sincerità mette davvero in pratica il perseguimento della via di Budda. dedica fino in fondo con impegno tutta la propria energia e capacità a mettere in opera ogni cosa, ogni accadimento, uno per uno, che incontra momento per momento, situazione per situazione, nell’arco di tutta la propria vita di ogni giorno, uniformandosi alla necessità che è suggerita da quella particolare realtà: allora, proprio lì, si sviluppa e si svolge il modo di vivere libero ed autonomo, che non è limitato da alcuna restrizione. (1)

1) Fin dalla prima frase si delinea il tema fondamentale del discorso: è nell’ambito dell’assoluta normalità dei gesti della vita quotidiana che si manifesta l’operare straordinario, è la libertà incondizionata (jinzu).
E’ necessario perciò chiarire in quale accezione vengono usate parole come <straordinario> e libero ed autonomo.
La straordinarietà di cui qui si parla è insita nell’ordinario. non è qualcosa che da esso esula. E’ la regola, non l’eccezione.
Solo a considerare il funzionamento perfettamente naturale del nostro corpo, c’è da meravigliare e da stupire. con e senza l’apporto delle spiegazioni scientifiche. Chi non considera “straordinario” il potere che fa battere un cuore per anni ed anni, giorno e notte, senza una sosta, o coordinare i muscoli, i nervi, i tendini di una mano per compiere il più semplice gesto, forse non ha mai riflettuto su cosa significhi esser vivo, anche solo fisiologicamente e quale forza straordinaria appunto sia in gioco in ogni istante della propria vita.
E’ a questa straordinarietà che Doghen ci invita ad inchinarci ed a corrispondere, come fondamento del nostro atteggiamento religioso del vivere (e qui va bene intendere religioso nel senso etimologico della nostra lingua, di essere legati in unità alla vita che ci anima).
Non c’è alcun bisogno di ricercare. ottenere e manifestare poteri sovrannaturali per esprimere lo straordinario potere della vita. In questo senso, nel caso per esempio del camminare sull’acqua, lo straordinario sta nel camminare, perché è camminare che è universalmente straordinario, sia che avvenga sulla terra ferma che sull’acqua.
Più delicato è il discorso che riguarda il senso della parola libertà. Troppo siamo abituati a considerare la libertà come l’attuazione del proprio volere. Ma non è certo questo il senso appropriato. nel caso della persona che intende sinceramente mettere in pratica il perseguimento della via di Budda, cioè la via dell’adesione alla realtà autentica.
E’ libertà da ciò che separa me dalla mia vita e molto spesso è proprio il mio modo di vedere la realtà che crea un filtro che mi rende succube proprio nel momento in cui cerco di essere libero. Perciò l’invito all’ascolto attento, che si esprime come adesione di comportamento a quanto la circostanza davvero richiede.
Il discorso teorico è di semplice comprensione, ma qui non si tratta di comprendere una teoria, bensì di mettere in atto un modo di comportarsi. Bisogna travasare nella pratica la comprensione teorica perché il discorso abbia un senso: bisogna cioè accordare sé stessi all’armonia della situazione reale e scordare sé stessi nell’operare a tono.
Non c’è fine a questa pratica {che è la propria vita) e non c’è conseguimento di “perizia”: ogni volta è quell’unica volta.


Il testo è stato originariamente pubblicato sulla rivista “La stella del mattino” in due numeri dell’anno 1999: n.2 (16 marzo-15 maggio) e n.3 (16 maggio-15 luglio). La presente pubblicazione è autorizzata.

Per leggere i brani in sequenza.

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