Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Stranieri ai nostri passi

Che cosa può allontanarti dalla realtà? Da quel risiedere stabile, privo di dubbio, neutrale?
Fondamentalmente, il credere di esserne parte; l’adesione al pensiero che afferma: esisto e partecipo della realtà degli esistenti.
Lo sguardo profondo porta ad un’altra conclusione: c’è la realtà delle forme, del tempo, dello spazio, del mutamento, ma è realtà senza contenuto, semplice accadere di un film muto.
Diviene esistente quando viene sentito, quando una coscienza visita quel fotogramma e dice: lo vestirò, per degli scopi che perseguo.
In quell’attimo, attraverso l’identificazione e la presenza di uno scopo, una realtà vuota e solo apparente diventa sostanza per colei che la abita, terminale da cui ricavare dati.
Questo è il processo del vivere: allacciamenti e scollegamenti da frammenti di film secondo le necessità della coscienza, che diventano rappresentazione dotata di una continuità in virtù della memoria e della conformazione degli organi di senso dei vari corpi.
Ma se l’esperienza mi ha condotto a comprendere che non posso interpretarmi come l’esistente? Se quello che ho sempre definito “il mio essere” appare come un vestito vuoto?
Quei fotogrammi vengono sempre meno percorsi da una coscienza alla ricerca di dati, ciò che la partecipazione a quella rappresentazione poteva produrre si è andato esaurendo: a quel punto il nostro camminare nella vita si accompagna ad un sentimento di estraneità, di lontananza.
Diveniamo stranieri ai nostri passi.

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