Fare le cose per bene

Che cosa significa? Che cos’è una cosa fatta per bene? Intendo una cosa fatta ad arte? E se uno è un “impedito” allora non farà mai le cose per bene?
Evidentemente non è una questione di destrezza o di abilità e nemmeno di concentrazione e di attenzione, è qualcosa d’altro.
Qual’è l’intenzione che mi muove? Sto occupandomi del mio tornaconto, sono in balia della mia emozione, della mia mente? Ciò che mi spinge è la mente, l’ego o qualcosa di più vasto e meno condizionato, la “mia” coscienza? Qualè la differenza tra un’azione compiuta sulla base di una spinta che giunge dalla coscienza e una che deriva principalmente da un bisogno della mente (ego)? L’azione della coscienza, di qualunque natura sia questa azione, conduce la persona a misurarsi con la realtà per acquisire dati e ampliare il suo sentire e non porta ad una frammentazione, contrapposizione, competizione fine a se stessa: esiste una spinta al trovare la sintesi piuttosto che la contrapposizione, la collaborazione piuttosto che la competizione, gli elementi che unificano piuttosto che quelli che dividono, l’atteggiamento che spiega e dispone secondo un senso logico piuttosto che la visione caotica e illogica.
L’azione determinata dall’ego tende a dividere e ad affermare il particolare sul generale, valorizza il frammento piuttosto che la rete che unisce i frammenti.
Una cosa fatta bene non è una cosa tecnicamente ineccepibile ed eseguita in efficienza, è un’altra cosa, il fluire di gesti e azioni sorrette da un’intenzione non egoica: il risultato sarà quel che sarà, qui non ha rilevanza, qui conta il processo, il cantiere aperto in cui ogni azione è sorretta da un’intenzione che non riconduce a sé e al proprio bisogno ma, libera da questo bisogno, agisce nella gratuità.
La cosa fatta bene avviene nella gratuità, nella leggerezza di sé.

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