Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Osservate questa piccola scena che è accaduta, che cos’è? Definitela. Una scena di disconnessione(2): attraverso la relazione tra me e lei, una relazione diretta, fuori da qualunque schema, abbiamo cercato di indurre una disconnessione, d’accordo?
E allora ditemi, non è la stessa operazione che una persona fa quando si mette davanti al muro a fare meditazione? Che cosa fa una persona quando si mette in una condizione meditativa?
Disconnette rispetto ai processi della propria mente, giusto? Ora guardate che cosa facciamo noi durante questi incontri: continuamente voi siete ricondotti a disconnettere dai processi che vi portate appresso e costantemente siete condotti ad aderire al presente che si manifesta, che è costituito dalle mie parole o da una situazione, o dal silenzio.
Stiamo compiendo un tentativo di superare le forme stereotipate di meditazione e di disconnessione per andare verso una pratica continua e costante di disconnessione: non l’ora o la mezz’ora che mi siedo davanti al muro, ma sempre, sempre, sempre, io ricordo che sono identificato con la mente e mi disconnetto, voglio disconnettermi perché sono stanco, voglio lasciar andare la mia mente.
Questa, secondo me, è una delle particolarità del nostro lavoro: sarebbe più facile vedersi e praticare una forma collaudata di meditazione: più difficile è in situazioni di vita comuni, dove pare si faccia dell’altro, dove invece nella sostanza si è richiamati costantemente a disconnettere.
Allora guardate come tra questa pratica e la vita c’è molta continuità, molta vicinanza, molta di più rispetto all’atteggiamento che sia assume nella meditazione comunemente intesa.
Vorrei arrivare alla meditazione, alla contemplazione come vita, e vorrei che ci allenassimo in queste situazioni, che comprendeste che queste situazioni sono fino in fondo momenti di meditazione in cui voi costantemente disconnettete rispetto a ciò che sorge nella vostra mente.
Ora né qui, né in meditazione, nella mente c’è mai il vuoto, se non in una fase, mi si perdoni l’espressione, “molto avanzata” del cammino.
Nella mente c’è sempre qualche oggetto, c’è sempre qualcosa che transita. Ieri, proprio lei mi citava le parole di un libro di un tibetano che diceva che il vuoto c’è tra pensiero e pensiero, e voi sperimentate che il vuoto c’è tra disconnessione e disconnessione, tra pensiero che lasci andare e pensiero che lasci andare.
Ogni volta si torna sul presente, che è la mia parola, che è la campana, che è la luce della candela, che è il profumo dell’incenso..
Uno ritorna al presente, l’attimo del ritorno è l’attimo del vuoto, dell’assenza: va da sé che quel vuoto in una mente addomesticata è sempre più vasto. E va da sé che ad un certo punto la mente è sempre meno abitata da pensieri e sempre più permeata di un silenzio vasto e profondo, finché qualcosa di più vasto di noi dispone che la partita va chiusa e la mente viene dissolta.
Vorrei trasmettervi la consapevolezza del nostro stare insieme come pratica meditativa e contemplativa: uno stare insieme che per alcuni aspetti nutre la mente, perché ci sono concetti che vi giungono e strumenti che acquisite, ed è giusto che sia così, perché la mente della persona deve anche sofisticarsi e deve diventare sempre più attrezzata, ma dall’altro, costantemente, siete ricondotti all’abbandono e alla disconnessione.
Allora, imparate a stare nella vita, a vivere una situazione, a interpretarla e ad abbandonarla; viverla, interpretarla, abbandonarla: ditemi se questo non è lo spettro entro cui si manifesta l’esperienza umana!
Per interpretarla intendo che ne cogli le intime strutture, vedi ciò che la mente porta come giudizio e come aspettativa su tutto ciò che gli si presenta; così facendo, quel qualcosa, diventa parte e struttura della tua mente e la conduce ad una sofisticazione sempre più alta.
L’attimo dopo l’abbandoni, e lì si manifesta quell’assenza, quel vuoto: piccoli o grandi attimi.
Qui si presenta tutta la questione del vivere compiutamente la propria identità e nello stesso tempo abbandonarla: vivere compiutamente la manifestazione di sé e nello stesso tempo abbandonare la manifestazione di sé, uscendo fuori da quelle visioni dualistiche che ci sono anche in vie non dualistiche.
Cosa voglio dire? Cos’è la visione dualistica? Da un lato la meditazione, dall’altro la vita. No, bisogna uscire fuori da questa separazione, tutta la vita può diventare meditazione e contemplazione, e tutta la vita può essere anche manifestazione di sé!
E allora come la mettiamo? Qui è l’interessante, perché finché c’è mente, finché c’è identità, finché quella Vastità non decide che il nostro esserci come mente individuale è finito, la vita è necessariamente quell’oscillare tra identità e non identità: ora emerge il mio esserci, ora la disconnessione dal mio esserci e con essa quello spazio. E’ questo fluttuare, ma non con un artifizio ritmico: allora, io sono in monastero e ho le mie ore di meditazione e di preghiera e quando non ho quelle allora studio, lavoro: passo dalla preghiera alla vita, dalla vita alla preghiera. Tutti voi sapete benissimo che in tutte le vie c’è il problema di far diventare la meditazione, la preghiera, la contemplazione, vita!
Noi ci andiamo diretti su questo, diretti. Non creiamo situazioni particolari dove si raggiungono stati particolari; ci andiamo diretti, voi siete qui e siete interpellati ogni attimo nel vostro intellelletto, nella vostra identità, nell’espressione di voi ma anche nel lasciare andare tutto questo: lasciarlo andare, lasciarlo andare, lasciarlo andare, capite? Pratichiamo la meditazione mentre parliamo, non separiamo, non ritmiamo tra meditazione e parola.
Secondo me il grande scoglio è quello di vivere tutti i piccoli momenti in cui tu sei al computer, tu sei con i tuoi malatini, in cui lei è con i suoi clienti, e lì riuscire ad abbandonare: riuscire da un lato a vivere questa manifestazione di sé che deve esserci, ma dall’altro, mentre la vivi o l’attimo dopo, sorriderci ed essere lì, dentro la cosa che fai, libero da qualunque finalità, lì, dentro quel lenzuolo che stai piegando dopo che il tuo paziente ci ha fatto la pipì! Per un attimo sei completamente colei che si manifesta con il suo giudizio e la sua aspettativa e per un altro attimo sei semplicemente colei che sta dentro l’azione, dentro quel presente che accade, libera da giudizio e aspettativa, senza mordere l’osso, senza niente.
Di più: mentre sei nel giudizio e nell’aspettativa li vedi e mentre li vedi, mentre accadono sai che anche loro sono la Realtà, sono mente è vero, ma se tu non dividi tra mente e realtà, allora sono la Realtà; così impari a sorriderci e loro muoiono!
Quante volte le situazioni che incontri ti costringono a mordere l’osso e ti rodi, ti rodi, ti rodi. E invece impari, da un lato a vederti mentre ti rodi e dall’altro a lasciar andare. In fondo il rodere l’osso è una manifestazione di sé, il lasciar andare è un andare oltre sé, ma entrambe sono la Realtà, non è che il rodere sia illusione e il lasciar andare Realtà!
Che cosa consegue da questo? Consegue qualcosa di molto semplice, ma di veramente semplice: accade che quel lasciar andare ti risucchia, quel gesto del lasciar andare ti prende, si espande, perché in quel lasciar andare interviene qualcosa di più vasto che pian piano ti risucchia. (3)
Attorno a questo ci sarebbe da discutere a lungo, ora getto soltanto dei sassi, poi durante la discussione li sviluppiamo. Voi capite quante cose ci sono da dire su questo, ci sarebbe da fare tutta una analisi su tutto ciò che l’uomo recita da migliaia di anni, quando si ferma e dice” questo è un momento speciale”; stiamo cercando di rovesciare tutto questo, io credo che per persone nuove, in tempi nuovi, ci vogliano interpretazioni nuove, bisogna avere il coraggio di osare interpretazioni nuove, sapendo una cosa fondamentale: il processo di trasformazione non è nelle mani nostre.
Tutto questo non funziona se partiamo dal presupposto che a trasformarci siamo noi: se a trasformarmi sono io allora bisogna che mi applichi in un’ascesi e in una disciplina: ma se a trasformarmi non sono io, mi fate capire, se l’artefice della mia trasformazione non sono io ma è qualche cosa di più vasto di me che interviene nello spazio aperto dal mio “lasciar andare”, l’unica cosa che conta è il mio mettermi a disposizione. Io posso andare al night, fare le mie cose e poi mettermi a disposizione, non ha niente a che fare con la vita morale e con tutto il resto, se permettete.
C’è quello che è andato a donne per tutta la vita – vi ricordate questo esempio? lo faceva Soggetto – e poi arriva la Vita e gli spazza via la mente, e invece tu sono cinquanta anni che sei lì in meditazione, davanti al muro, immobile come una statua, e sei ancora inchiodato ai tuoi processi!
Conta il disporsi, il disporsi all’abbandono, avere quella leggerezza lì, avere quella disponibilità a dire basta, a che il “basta” si affermi.
Avere quella disponibilità a dire basta, non è una questione di doti morali, mi spiace! Tu puoi anche essere pieno di contraddizioni e dov’è il problema se con queste contraddizioni ci fai pace, ci convivi e trovi il modo, non caricandole, non enfatizzandole, non dando loro importanza, e poi ti abbandoni a qualche cosa di più vasto e dici “va bene in me c’è anche questo, ma c’è anche quella vastità e io sono disposto ad abbandonarmi..”. Questo processo avviene consapevolmente o inconsapevolmente, in qualcuno avviene inconsapevolmente e lui si abbandona senza nemmeno saperlo, ha quella leggerezza.
Se entriamo nella logica che non siamo noi a trasformarci ma siamo trasformati, le cose bisogna che impariamo a guardarle da tutto un altro punto di vista, non dal punto di vista dell’ascesi e non dal punto di vista delle discipline, da un altro punto di vista.
Questa storia del lasciar andare, voglio prendere lo spunto da una cosa che diceva lui in una delle passate riunioni: lui ad un certo punto è uscito fuori con una affermazione “perché tanto siamo tutti quanti abbandonati!”, quella frase è interessante perché svela su che cosa lui costruisce la sua identità.
Una affermazione di questo tipo porta in luce un meccanismo mentale comune a tutte le menti: la costruzione dell’identità fondata sull’esperienza del passato, su ciò che sono stato, su quelle che sono le mie esperienze. Anche nella via interiore quanto è difficile lasciar andare l’identificazione con ciò che sono stato, con ciò che mi ha qualificato, con ciò che in qualche modo ha espresso il mio essere? Allora, lui ha vissuto l’esperienza dell’abbandono, oggi a cinquanta anni, ancora l’esperienza dell’abbandono è ciò che lo qualifica come individuo. Allora, innanzitutto di fronte alla domanda ” chi sei tu?” risponde “io sono un abbandonato!” poi sono molte altre cose, ma innanzitutto sono un abbandonato.
Guardate come operano le strutture della mente nel presente! Messa così non c’è soluzione: finché tu tieni dentro di te quel programma che recita “io sono un abbandonato” se permettete, non c’è soluzione.
P: io ero quella, l’abbandonata, il mio essere individuo era basato su quello..
S: era basato su quello, come in altri era basato su un lutto, su una violenza. Vedi come le menti a volte recitano un qualcosa, lo danno per scontato e non si accorgono che è li che si stanno fregando, in quella identificazione con il loro passato, perché finché c’è quel passato in piedi il nuovo non può sorgere, come fa a sorgere, dove sorge? Non c’è alcun lasciar andare, non si apriranno spazi perché l’identificazione chiude ogni spiraglio.
P: Anche nel momento in cui sei consapevole dell’uno e dell’altro, però continui a tenere il vecchio, perché anche se ti dà dolore, è tuo, e finisci per cercare quello; è contorto effettivamente..
S: Cosa conferisce?
P: Una identificazione della mente che sente che c’è..
S: Che sente che c’è, specifica..
P: Che si riconosce, lei si è sempre vista così, e questo le da sicurezza, una sorta di sicurezza.
P: Le dà vita, esistenza.
S: Un senso d’essere, di esistere. Guardate che una delle questioni fondamentali nostre è il poter sperimentare il senso di esistere, innanzitutto, e poi di esistere distinto dall’altro, ma le due cose vanno di pari passo: il senso di esistere con il senso di esistere come individualità. Ma certe situazioni di dolore, ad esempio fondate su eventi tragici dell’esistenza, ci conferiscono una pregnanza, come una gioia ci dà una pregnanza, come una esperienza spirituale particolare ci dà una pregnanza, ci conferisce quell’intimo profondo senso di esistere.
Dicevamo, non ricordo più in quale gruppo, che ad un certo punto, lungo il percorso, all’inizio le montagne sono solo montagne, poi divengono straordinarie, poi ridiventano solo montagne; c’è una fase in cui anche lungo la via spirituale, la mente si nutre di esperienze particolarmente pregnanti, tipo esperienze spirituali di un certo rilievo: quella sensazione di vastità, quella sensazione di gioia, tutte cose che ti gratificano particolarmente e che sono la droga di tutti i viandanti della via interiore, che ogni tanto si fanno delle pere con questo! Allora vanno all’incontro con quel maestro lì, con quel maestro là, ovunque possono trovare queste forti sollecitazioni.
Questo è fisiologico lungo il cammino, ma ad un certo punto scompare, e scompare perché? Perché tendi ad abbandonare tutto ciò che è eccitazione della mente, e queste sono manifestazioni eccitatorie della mente anche se estremamente sofisticate. Ad un certo punto c’è solo una piccola normalità; diceva Suzuki -un maestro dello zen- l’illuminazione? Niente di straordinario, un fatto normale! La riduceva ad un fatto ordinario, interessante!
Ed ha ragione, finché l’illuminazione è un fatto straordinario tu sei ancora nei processi eccitatori delle mente!
Tante volte penso a quel che ha vissuto Ramana Maharshi dopo che da giovanissimo ha avuto questa manifestazione eclatante e ha trascorso lunghi periodi in stati di coscienza veramente particolari: se voi andate a vedere siamo dentro a tutto un ambito di manifestazione di una struttura mentale ancora attraversata da processi molto profondi che la disarticolano; il Ramana illuminato non lo vedi lì, in quelle manifestazioni vedi semplicemente una rappresentazione che avviene all’interno di un copione individuale e culturale.
Il Ramana illuminato lo vedi dopo, in quest’omino gentile che tutti i giorni faceva sulla sua collinetta lo stesso tragitto, che parlava pochissimo e stava quasi sempre zitto, gentile, riservato; lì lo trovi, non nei fenomeni che rappresentano una fase di passaggio, lì siamo nelle “montagne eccezionali” .
Dopo sono persone calate in una normalità, veramente in una normalità e qui sarebbe interessante comprendere a fondo quale è la “normalità” dell’uomo, perché è chiaro che questo termine si porta appresso un’ambiguità!
Tutto questo processo richiede l’abbandono del passato, vedete come le menti si riconoscono in uno stato, in una modalità: io sono l’abbandonato, io sono il ferito, io sono il tradito, questo lo dovete vedere, vedere mille volte, perché questa è proprio la natura intima della nostra pratica e del nostro cammino.
Vedere ciò che la mente recita e attimo dopo attimo disconnettere;però, anche qui, attenzione, perché questa del disconnettere è una faccenda che ha molte implicazioni. Tu disconnetti in un qualche modo quando ci sono delle condizioni: per disconnettere devi essere stanco, non poterne più, altrimenti se ancora non c’è questa stanchezza per certe modalità della propria mente, si finisce per aderire alla pratica della disconnessione quando ancora invece abbiamo bisogno di spenderci sul piano dell’identificazione e dell’espressione di sé.
Le cose le abbandoni quando veramente le hai vissute, le hai portate a compimento, quando hai condotto ad una qualche maturità i tuoi processi di individuazione e sei sufficientemente stanco di te, allora puoi cominciare a mollare.
Attenzione al discorso dell’ascesi: allora, nell’alimentazione abbandono la carne perché in certe vie interiori è indicato questo; in alcuni casi va bene ma in altri magari il tuo corpo o la tua mente hanno ancora bisogno di questo, allora è meglio che la mangi, finché dentro di te qualcosa ti porterà a non mangiare più carne.
Questa fiducia nella Vita che ci accompagna e ci sostiene noi non l’abbiamo! Da perfetti sapientoni dobbiamo intervenire e attuare questa o quell’altra pratica che accelera il percorso! Ma non è così, la Vita ci accompagna e quando il tuo sistema non vorrà più carne ti dirà basta! In mille modi te lo dirà ma devi imparare ad ascoltare, devi fidarti della Vita, fidarti di Lei e dubitare della tua mente.
Naturalmente ti vedi come colui che mangia carne, ti vedi come colui che sta approfittando della vita di qualcun altro che è stata donata per la tua alimentazione, ti vedi in tutto questo, ti vedi ma non forzi i processi. lasci che i processi sorgano dal tuo intimo, questa è la chiave.
Tu vedi, osservi, manifesti, sei stanco, lasci che i processi sorgano dall’intimo: ti disconnetti quando ci sono le condizioni per la disconnessione, cioè quando tu sei stanco, perché finché una cosa ci attrae vuol dire che non siamo stanchi e allora direi che è bene viverla.
Ora facciamo un po’ di silenzio ad occhi chiusi.
Ora aprite gli occhi e state semplicemente con i sensi vigili ad osservare il presente: chiaramente gli occhi chiusi ci portano ad una forte introversione, gli occhi aperti creano una condizione completamente diversa, attraverso i sensi giungono mille stimolazioni alla mente e noi viviamo normalmente con gli occhi aperti, non con gli occhi chiusi. Imparate ad osservare, a vivere, a stare, a vedere i pensieri che transitano come nubi nella mente e a non seguirli, questa è la chiave, non seguirli. Il problema non è se la mente pensa, il problema è se io mi identifico con il contenuto della mente! Attenzione su questo.
Che la mente sia attraversata da pensieri fa parte del gioco; lungo il cammino, di disconnessione in disconnessione, poi diventa sempre più silenziosa, la questione non è lì, ma nell’identificazione con quanto essa recita.
Ora c’è questo suono, c’è quella luce, ci sono questi colori, c’è la mia voce, tutto questo noi lo consideriamo la realtà e ad essa aderiamo, però se un pensiero transita nella nostra mente non lo consideriamo la realtà, lo consideriamo un problema. Abbiate pazienza, un pensiero che transita nella mente non è altro che un pensiero, ha lo stesso valore della campana che suona o degli uccellini che cantano!
Una emozione che sorge dal nostro intimo, dal nostro ventre ha lo stesso valore del cinguettio di quell’uccello, abbiate pazienza!
Cos’è questa divisione tra ciò che è mente e ciò che è realtà, che divisione è? E’ una formulazione didattica, per farsi comprendere, ma bisogna superarla; il problema non è la mente, ma l’identificazione con i suoi processi! Nell’identificazione c’è un trattenere, un portare nell’attimo presente tutti i contenuti della mente: c’è un giudizio che viene apposto, una etichettatura, quindi non c’è la Realtà ma il pensiero sulla realtà.
Più non ti identifichi e più la mente diventa vuota, è l’atto di non identificazione che svuota la mente, perché è come quando qualcuno ti chiama e ti dice “vieni con me, vieni con me, vieni con me!”, e tu gli dici una volta, due volte, un milione di volte “no con te non ci vengo!” prima o poi si stanca e se ne va. Con la mente è la stessa cosa; se tu non la alimenti, non la accrediti, pian piano si svuota; è un organismo energetico, ogni volta che ti identifichi le conferisci forza ed energia, ogni volta che non ti identifichi le togli energia e spazio.
Quindi ripeto il concetto: noi tendiamo a considerare la realtà e la mente, e in questa visione didattica la mente è rappresentata come colei che si oppone alla realtà: non funziona così, ciò che si oppone alla realtà è l’identificazione con i processi mentali, non la mente in quanto tale. Poi va da sé che il processo di identificazione è un processo mentale; qui ci interessa dire delle parole chiarificatrici sul pensiero e sull’emozione che non sono un problema in sé nella via interiore, diventano un problema a seconda di come ci si relaziona con essi. Non abbiamo l’obiettivo di cambiare la mente ma, vedendola, di non andarle dietro. Utilizziamo la consapevolezza che è una proprietà della mente per disconnetterci dalla mente stessa.
Non è una questione di lana caprina, c’è tutta una saggezza dietro a questo, altrimenti finisci per demonizzare alcuni aspetti di te, per non accettarti. Il fatto che nella tua mente possa transitare questo o quello, o il fatto che dal tuo ventre possano salire degli istinti o dei desideri: è quel che è, come il canto degli uccelli fuori, in questo momento.
E’ la realtà, su tutti i piani, è la realtà e basta. Adesso la dico grossa: se tu sei completamente identificata con il maestro tale, che si esprime da un altro piano eccelso di coscienza e via dicendo, abbi pazienza, qual è la differenza tra l’essere identificato con quello che il maestro eccelso dice e l’essere identificati con la propria pulsione sessuale? Dov’è la differenza? Non sei nel niente, nella vita che ti attraversa come un vento: non sei in quel nascere e morire, nascere e morire, non sei lì, senza aggiungere niente a ciò che accade. In quello che vivi porti la tua identificazione, ci sei tu con il tuo giudizio, con la tua aspettativa. Quella realtà ti riguarda, ha per te una pregnanza particolare, non è vento che va, è vento che ti tocca. Sei in una identificazione, certo la puoi considerare una identificazione estremamente evoluta e ti risulta più digeribile di una identificazione con il muladhara, ma sempre identificazione è, abbiate pazienza!
Siamo nella logica dell’alto e del basso, sei prigioniero di un qualcosa di molto sottile o luminoso, oppure sei prigioniero di qualcosa di rosso, sanguigno, legato alla terra, sempre prigioniero sei! Quando tu vai oltre il piano del maestro che trasmette insegnamenti di valore incommensurabile, quando vai oltre le pulsioni che salgono dal tuo muladhara, che cosa c’è?
C’è la realtà semplice, semplice; da quell’osservatorio semplice semplice puoi vedere la somma eccitazione dell’uno aspetto e dell’altro!
Pian piano vorrei demolire tutto questo continuo dividere tra alto e basso, nobile e non nobile: quando tu vivi in una disconnessione costante, ripetuta, continua, quando abiti nella disconnessione, c’è la realtà nella sua estrema semplicità, ordinarietà.
C’è lo svuotamento di te e del tuo essere anche colui che vive le grandi esperienze, e veramente ti percepisci come un essere irrilevante, assolutamente insignificante. Ed insignificante è tutto ciò che ti accade, e da tutta questa insignificanza nasce da un lato una grande leggerezza e dall’altra una grande risata. A quel punto ciò che accade non ti riguarda, è ciò che accade, non ti interpella, non dice “accade per te”. Accade e basta, appartiene alla Vita, non a te. Qualsiasi cosa, pensiero, emozione, azione, accade e basta!
P: tu parlavi di questo lasciar andare gli schemi, in me uno schema molto forte è quello di dover far qualcosa per abbandonare, il mio impegno nell’abbandonare: sono dentro uno schema che mi dice di disconnettere e devi fare questo, questo e questo e allora avrai abbandonato la presa..
S: tutte le volte che entriamo nel “debbo fare questo” dobbiamo sospettare, tendiamo ad introdurre una forzatura. L’unica domanda è: che cosa sta accadendo? Non che cosa debbo fare ma che cosa sta accadendo; nel momento in cui ti vedi, che cosa sta accadendo? Nell’atto di consapevolezza c’è già gran parte del lavoro; a quell’atto di consapevolezza può essere associato un desiderio di vivere ancora quella realtà e quindi la vivi, oppure può essere associata una stanchezza. Nel primo caso, semplicemente, devi osare di vivere quella realtà perché la vedi e perché c’è ancora un qualche cosa che ti spinge a viverla, quindi devi osare di viverla fino in fondo. Nel secondo caso invece c’è una stanchezza e allora su quello essere stanca tu puoi far sorgere la disconnessione. Però stiamo attenti: la disconnessione come un qualcosa che ti imponi o come qualcosa che sorge?
P: a volte sorge, a volte me la impongo..
S: tu ti accorgerai, nel tempo, mentre cammini o fai qualsiasi altra cosa, che quando vedi una determinata dinamica che ti invade la mente, quando la vedi, l’attimo dopo sei già tornata alla consapevolezza dei tuoi passi.
P: mi accorgo che non riesco più ad impormi certe pratiche, ad esempio una meditazione dinamica per scaricarmi..
S: all’inizio c’è un ricordarsi di disconnettere, un gesto volontario che porta l’attenzione da un oggetto psichico ad un altro o a niente – e questo è un passaggio indispensabile – ma, man mano che ci si allena, non c’è più sforzo né volontà: la disconnessione semplicemente sorge dal nostro intimo per moto proprio. Allora, a volte, vorresti rimanere attaccato a qualcosa e non ti è possibile, vorresti ricordare e invece sparisce, vorresti stare in quello stato e quello sparisce. Ad un certo punto la disconnessione è veramente un tarlo che lavora in profondità e scava, scava..

(1) Trascrizione di parte di un gruppo di approfondimento (11.03.2007)

Nel testo: P=Partecipante, S=Settembre

(2) Disconnessione è un termine ampio: lo si può intendere, riduttivamente, come distacco o, andando più in profondità, come non connettere tra loro pensiero, emozione ed azione. Di norma la mente pone in relazione continua questi tre elementi e li ordina in un tutto coerente, giudicandoli e etichettandoli per, infine, attribuirli al soggetto che li sperimenta. L’atto del disconnettere equivale ad affermare “c’è un pensiero, c’è un’emozione, c’è un’azione”. Non viene affermato “c’è un mio pensiero”, oppure, “quel pensiero è legato alla tal emozione”. Si prende atto di quel pensiero in sé, di quell’emozione in sé e non la si attribuisce ad un soggetto. “Dico che ci sono, non che sono miei!”

(3) Il lasciar andare è rinunciare alla pretesa di essere gli artefici della propria esistenza. Quando si opera in questo modo si apre la porta all’Ineffabile, al Non Essere che opera una disaggregazione e una dissoluzione del percepirsi come unità definita e separata.

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