Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

A me sembra che fondamentalmente noi non ascoltiamo mai, mi sembra che l’uomo sia incapace di ascolto, ma bisogna intendersi sul significato di questo termine e bisogna anche che, mentre io parlo, voi in un qualche modo osserviate la vostra mente.
Evidentemente ascoltare non è semplicemente recepire con i sensi; credo che la realtà non ci giunga mai nell’intimo, o, detto in altri termini, credo che noi non si compenetri mai la realtà per ciò che è, per la semplice ragione che non sappiamo né vederla, né ascoltarla.
Per quanto vi possa sembrare assurdo, dal mio punto di vista, noi passiamo una vita senza vedere e senza ascoltare, e c’è una ragione per cui questo accade: la ragione è che, durante la visione e durante l’ascolto, mai noi siamo liberi da noi stessi, mai siamo liberi da ciò che la nostra mente recita, mai, a meno che non abbiamo già, in gran parte, compiuto un percorso che in un qualche modo ha condotto a domare la mente.
Mentre questo uccello canta, la mente continua con il suo ronzio; mentre io parlo nella vostra mente non c’è quel vuoto, quell’assenza, quella concavità, ma c’è una presenza di un qualcosa che la vostra mente recita, ma non solo: mentre io parlo le vostre menti fanno le loro valutazioni, sono d’accordo, non sono d’accordo, ovvero giudicano, etichettano, misurano, ciò che sto dicendo o ciò che sta accadendo.
Questo accade così in automatico che noi non ce ne rendiamo conto, infatti è possibile che qualcuno di voi non riconosca il discorso che faccio e dica “no, non è così”.
E’ automatico che sulla realtà le menti appongano un’etichetta, in continuazione; tanto automatico da rendere difficoltosa l’azione di svelamento di questo rumore di fondo che la mente introduce.
L’ascolto vero, la visione vera, ci sono soltanto in un atto di contemplazione e questo atto significa che non c’è più attività della mente intesa come attività giudicante, carica di aspettative e di altro.
Il difficile, in tutto questo, è che a noi sembra, nelle nostre vite, di vedere e di ascoltare e di comprendere; forse vi è capitato di aver a che fare con un adolescente o con un giovane, e di vedere le sue posizioni, un certo punto di vista che assume, e dal vostro punto di vista avrete visto, a volte, l’unilateralità di quelle posizioni o asserzioni: ai vostri occhi è evidente che la sua visione è fortemente condizionata dalla mancanza di esperienza, o da un eccesso di egocentrismo.
Avrete sperimentato anche quanto è logorante e frustrante constatare che quel giovane non riesce ad aprire il proprio sguardo, ma è così per tutti quanti noi. Visti da un altro punto di vista tutti noi siamo dei ciechi che vanno blaterando in merito all’ascolto, al vedere, al capire la vita; vanno semplicemente blaterando. La gran parte di noi non è capace di alcun ascolto, è capace solo di un giudizio incessante, ripetuto, ossessivo che si interpone tra la realtà e noi.
Tra la realtà e noi c’è costantemente il giudizio che la mente appone su qualunque cosa accada.
Quindi direi che questo è l’elemento di base dal quale partire, poi possiamo vedere che cosa è possibile fare, che cosa è in nostro potere operare. Di certo noi possiamo vedere mentre parliamo, mentre l’altro parla, mentre una certa situazione accade, viene percepita, come la nostra mente vi appone il giudizio, o come ha una aspettativa, o come si porta appresso tutte le esperienze del passato e facendo ciò, si trova nella condizione di vivere un qualcosa che non è mai nuovo, perché sempre interpretato sulla base delle esperienze del passato.
Costantemente affrontiamo ciò che viviamo sulla base di quanto abbiamo esperimentato in altre situazioni: costantemente misuriamo, valutiamo, ponderiamo ciò che ci accade alla luce di ciò che abbiamo già vissuto, quindi ciò che ci accade viene sempre ricondotto ad uno schema, ad un qualcosa di già conosciuto ed organizzato nella mente, quindi non viviamo la novità, viene meno quella capacità di stupirci.
E’ come se ogni cosa che accade venisse mangiata, venisse divorata, ricondotta cioè ai nostri schemi, alle nostre visioni, alle nostre paure e non osservata in sé, non ascoltata in sé.
Bisogna che su questo facciamo uno sforzo, che impariamo ad osservarci e scopriremo che, in ogni situazione, scatta automaticamente questo rapportare ciò che si presenta con altre situazioni che sono accadute in passato, e questo in modo così automatico che non lo avvertiamo.
Quindi non c’è capacità di cogliere il nuovo, mentre la realtà in sé non si ripete mai, la realtà è sempre nuova; io ripeto questa cosa perché in tutti questi anni veramente ho avuto a che fare con questo atteggiamento, mio ovviamente, e delle persone con cui in un qualche modo cammino, che incontro qui: a volte qualcosa ci giunge nel profondo, una parola, una situazione, riescono a passare il muro, ma ci vogliono centinaia e migliaia di volte, di concetti e situazioni ripetuti e riproposti, perché quel muro di giudizio, di automatismi, di meccanismi, venga superato. Allora ripeti, ripeti, ripeti e pian piano qualcosa passa, questo perché lo schermo della mente è uno schermo forte, spesso, strutturato, lascia passare pochissime cose senza marchiarle, e solo attraverso la ripetizione è possibile, in un qualche modo, trapassarlo.
Quindi, ascoltare significa essenzialmente vedere come di situazione in situazione la nostra mente appone un giudizio su tutto ciò che vive, e come noi siamo identificati col giudizio che appone.
Per poter cominciare ad ascoltare bisogna vedere ciò che la mente fa e bisogna in un qualche modo distaccarsi da questa identificazione, disconnettersi, separarsi da ciò che essa recita: vedere che la mente recita quella cosa e lasciarla andare, non identificarsi, questa è la prima cosa.
Ma per non identificarsi bisogna sapere che la mente non la racconta giusta, bisogna coltivare un dubbio di fondo, questa consapevolezza di fondo: se noi siamo abituati ad andare dietro alla mente e ad aderire a tutto ciò che ci racconta, questo discorso non ha nessun senso. Una persona un po’ navigata nella via interiore sa che deve dubitare della propria mente e di come essa le propone la realtà, di come la interpreta; allora, se dubiti, è possibile una disidentificazione, ma se tu accrediti il valore della tua mente, non c’è possibilità di distacco.
Solo sul terreno del dubbio può crescere un distacco; allora, se ti distacchi da ciò che la mente recita, il suo diventa un rumore di fondo secondario. Non è detto che lei smetta di recitare qualcosa, ma se non ti identifichi quel rumore di fondo che crea non è disturbante più di tanto e può anche essere trascurabile.
Allora, da quel dubitare sorge un distacco, da quel distacco sorge una possibilità di lasciarsi compenetrare da ciò che accade.
Qualunque cosa accada, che sia il canto di quell’uccello là fuori, che sia la mia parola ora, risuona in modo completamente diverso in noi a seconda di come siamo identificati con i nostri processi mentali: meno siamo identificati e più ciò che accade risuona.
Più risuona e più la realtà emerge con forza davanti a noi, dentro di noi, e la realtà porta con sé sempre una pregnanza, una pienezza, uno stupore, una forza.
La realtà è sempre esaustiva, basta a se stessa e basta a riempire una vita.
Quando la realtà è vissuta, nella vita di colui che la vive non manca niente.
Tutta la nostra frustrazione, tutto il nostro malessere esistenziale nasce dalla incapacità di ascoltare e di osservare, e di andare oltre lo schermo posto dai recitati della nostra mente e finché c’è il velo della mente non c’è la realtà, e finché non c’è la realtà non c’è il senso. Quando in una vita c’è un deficit di senso c’è di certo un eccesso di mente.
Quando una vita è piena di domande, è piena di quesiti, è piena di indagini e di ricerca, c’è un eccesso di mente; quando una vita è insoddisfatta, quando una vita è dolorosa, in tutti questi casi c’è un eccesso di mente. Oltre alla mente non c’è nessun dolore, non c’è nessuna frustrazione, non c’è nessun non senso, non c’è alcun vuoto, tutto questo esiste solo ed esclusivamente nella mente: nell’identificazione con i processi della mente che chiudono qualunque possibilità di vivere la realtà.
Allora voi capite che in una via interiore è fondamentale imparare ad ascoltare, imparare a vedere; è fondamentale.
Ed è fondamentale accorgersi quando siamo in un eccesso di mente: accorgersi singolarmente, in gruppo, in qualunque situazione, accorgersi quando si sta creando una eccitazione mentale che ci porta sempre più lontani dalla realtà e lì, imparare a tacere, fare un passo indietro, non identificarsi con quello che la mente racconta, lasciar andare, lasciar andare, lasciar andare, aspettare che ci sia un placarsi dell’eccitazione della mente e poi lasciare che la realtà sorga e si imponga.
Più la mente si eccita, più racconta di sé e meno percepiamo la realtà.
Non si può imporre alla mente di tacere facendo leva su di un deliberato della volontà: il disconnettersi dai processi mentali è esso stesso un processo e si fonda sul dubbio, sul non dare credibilità alla mente, sul riconoscere che la mente non siamo noi; la mente è soltanto uno strumento, è soltanto un marchingegno, un automatismo.
La mente, di suo, tende al protagonismo, determina l’individuo e, nel suo programma, c’è la necessità di manifestarsi, finché non giunge ad una stanchezza di questo tentativo reiterato e ossessivo di manifestazione.
Per un lungo tratto l’individuo ha bisogno di manifestarsi, questa è la ragione per cui la mente è costantemente presente ed è etichettante, giudicante, carica di aspettative, perché attraverso tutta questa attività la mente diventa pregante in sé, ha senso di esistere, si qualifica come individuo separato da tutto il resto e che vive una vita a sé stante: questo è il grande fenomeno illusionistico che la mente crea.
Allora, delle persone della via questo lo devono sapere, devono riconoscere queste modalità della mente, devono vedere come la mente opera e devono imparare pian piano a disconnettere.
Qui, noi non facciamo altro che ripetere, ripetere, ripetere innumerevoli volte pochi concetti espressi ora da un punto di vista, ora da un altro; così avviene che le persone sono condotte ad una maggiore attenzione rispetto a se stesse e a ciò che accade attorno a loro, ad una maggiore attenzione.
Se sono attente ai loro processi interiori allora possono scoprire che nel processo che sta accadendo, nell’osservazione, nell’ascolto di quello che accade adesso, si introduce sempre quel rumore di fondo della mente che giudica, etichetta, brontola, mastica sassi.
Osservate come la mente mastica sassi in continuazione, come brontola e si lamenta in continuazione, come è vittima in continuazione, come è protagonista in continuazione: osservate. Se non osservate questo, non c’è possibilità di andare verso l’ascolto.
Ora, tutto ci insegna quando si è in una via interiore – non parlo a chi non è in una via interiore, non mi interessa – tutto ci parla del cammino che stiamo compiendo, e quindi, tutto ci testimonia che non ascoltiamo, parlando oggi dell’ascolto, che non vediamo, tutto ci parla del fatto che su ogni realtà mettiamo del nostro, la mente mette del suo.
Ora, la realtà è fatta in modo tale che quello su cui stai lavorando, quello su cui devi lavorare ti viene presentato in continuazione: quando hai una qualche questione da risolvere, un atteggiamento da modificare, da plasmare, da abbandonare, la vita ti presenta continuamente l’opportunità di affrontarlo, continuamente, finché non ci fai i conti fino in fondo, non impari a riderci, non impari a non dargli importanza e credibilità; questo accade in una via interiore.
In una via “non interiore” accadono altre cose, le persone imparano in un altro modo. Nella via interiore si impara in questo modo diretto, la vita ti presenta quello attorno a cui tu hai bisogno di lavorare, ovvero, la persona nella via interiore è consapevolmente all’interno di processi: processi di trasformazione, processi di coscienza, processi di consapevolezza, chiamateli come volete, e tutte le scene, come in un sogno, sono finalizzate a quel processo, sono funzionali, all’interno di quel processo.
Quindi tutto ciò che vi accade nella vita di tutti i giorni parla di voi e parla del vostro processo interiore.
Le prossime settimane, se andrete a vedere, se ne avrete la capacità, le potrete leggere alla luce dell’argomento di oggi, della vostra difficoltà ad ascoltare: la vita vi porterà mille situazioni per porvi nell’evidenza che non ascoltate, che non comprendete, che siete ottusi, chiusi.
Chiusi dove? Chiusi nelle menti, nel recitare delle menti, non aperti, trasparenti, liberi di fronte alla realtà che viene e vi spiazza; legati a tutto il recitare della mente che si è strutturata nel tempo ed è diventata meccanismo, automatismo, struttura.
Se voi osservate, le nostre menti parlano in continuazione, ma questo non è un problema, è che noi attribuiamo un valore, un senso, una credibilità a quel che cianciano, questo è il dramma.
Che una mente parli non me ne può fregare di meno, perché in fondo è il suo mestiere – mica posso impedire al fegato di secernere succhi! – il dramma è che noi gli attribuiamo un senso.
Allora, ci sono questi uccelli che cantano, c’è questa luce, ci sono tante persone, tante situazioni; nella vita quante cose accadono in una giornata, quante situazioni!
Quante volte la vita ti mette in crisi, in un angolo; lì dobbiamo vedere, di fronte ad uno stimolo, di fronte ad una cosa nuova, di fronte ad un imprevisto, dobbiamo vedere come la mente comincia a sciorinare il suo rosario e, soprattutto, nelle situazioni di routine, come continuamente mastica qualcosa.
Mastica pensieri, macina giudizi, macina aspettative: dobbiamo imparare a vedere quel qualcosa di così naturale che è questo sferragliare della mente e, ripeto, il problema non è quello ma il nostro aderirvi.
Se noi non ci identifichiamo passa in secondo piano, diventa quel qualcosa che non ha importanza e poi alla fine tace. Invece, nell’identificazione, alimentiamo il rumore, perché le diamo spazio e credibilità.
La cosa di per sé è semplicissima: si tratta di non andare dietro a questo sferragliare: vederlo e lasciarlo andare. Da un altro lato è complicatissimo perché in palio non c’è soltanto l’identificazione con uno strumento automatico e meccanico che è la mente: in palio c’è l’identificazione con l’espressione di sé, considerando la mente sé, il suo sferragliare è manifestazione di sé, quindi caricata di una grande valenza.
Nel momento in cui ci identifichiamo con un processo mentale non c’è in campo solo quel processo, da quell’identificazione viene secreta la nostra personalità, identità, senso di esistere: attenzione, non esiste nessuna personalità e non esiste alcuna identità – e questo a tempo debito vi diventerà più che chiaro – esiste un qualcosa che scaturisce da un processo di identificazione.
Quella che chiamiamo individualità e personalità di per sé non esiste in alcun modo, su nessun piano, a nessun livello; ovvero, non esiste nulla di ciò che noi definiamo essere individuo, essere mondo individuale separato, però esiste nella percezione nostra e diventa concretezza tangibile nel momento in cui noi aderiamo al processo che la mente compie.
Da quella identificazione nasce la personalità, non nasce dal fatto che c’è qualcuno che fa una cosa, che ne dice un’altra e che ne ascolta un’altra ancora, la personalità non nasce da quello, ma dal fatto che con quel fare c’è una identificazione e viene affermato “questo accadere è mio, questo accadere è un qualcosa che mi riguarda e mi esprime e mi definisce, mi delimita, mi conferisce senso di esistere”.
Nel momento in cui io mi attribuisco un accadere lì sorge il principio di identità, da quel gesto lì; di per sé non esiste alcuna identità, di conseguenza, di per sé, non esiste alcuna molteplicità, di conseguenza esiste soltanto l’unità. Un passo alla volta: non voglio che vi cuciate addosso queste cose sulla base di un ragionare logico.

(1) Stralci tratti dal gruppo di approfondimento del 2.3.2008

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