Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Tratto dal periodico Vidya, Novembre 2009

Giusto e non-giusto, come ogni altra coppia di opposti, appartengono al mondo del divenire; sono il risultato di una frammentazione, di un vedere parziale perciò imperfetto. Il non-giusto, come il giusto, nasce infatti da una concezione riduttiva della Vita, dall’incapacità da parte della coscienza di accogliere in se stessa la totalità.
All’individuo, nel suo viverre fondato sul dualismo, il non-giusto fornisce un alibi alla “guerra” e ammanta la sua coscienza di “eroismo” e “nobiltà”. Le crociate nascono dalla passione, che è cieca, e, nel voler imporre il “giusto”; esse non si avvedono di imporre l’ingiustizia, che è assenza di comprensione, è auto-affermazione e violenza.
Ciò che è moralmente giusto per un individuo può non esserlo per un altro e, per lo stesso individuo, quello che è giusto oggi può non esserlo domani. La morale è frutto di opinione, è un parto della mente, un prodotto dello spazio e del tempo. Qualunque giudizio, dunque, è mutevole e sempre inesatto. Il Giusto tuttavia esiste, a livelli di Principio, e alla sua nota universale, che è l’imparzialità, tentano di rifarsi le leggi umane nel regolare i rapporti interindividuali. Ma l’individualità è, per sua natura, faziosa; agisce sotto la spinta dell’attrazione-repulsione; pareggia sempre per se stessa, innanzitutto, e, momentaneamente, per questo o per quello. L’individualità è giustiziera. La sua giustizia, perciò, non può essere Giusta. La Giustizia appartiene solo all’Anima. E l’Anima non giudica e non condanna. E’ di là dal sentimento; fa solo aprire gli occhi alla coscienza perché veda, perché ritorni consapevole, anche se questa potrà agire verso se stessa senza amore, come ha sempre fatto con tutti, giudicandosi e condannandosi. La sofferenza, allora, pur inevitabile, non sarà inutile se servirà a disporla alla comprensione, sia dell’errore-oggetto, sia di colui che lo ha commesso-soggetto. Ma per comprendere il “giudicato” bisogna porsi al di là del “giudice” (la mente), in quel punto al centro che consente al riflesso di coscienza incarnato di ricongiungersi al suo Principio, a quell’Uno che è Saggezza e perciò libertà dal giusto e dal non-giusto.

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