Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Se dovessi procedere da solo nel viaggio incontro a me stesso e all’essere della vita, come potrei farlo?
Chi mi svelerebbe? Chi mi mostrerebbe impietosamente il mio limite? Chi, per il solo fatto di esistere, mi metterebbe nella condizione di non potermela raccontare, di non mistificare la realtà mia e delle cose?
La comunità è, innanzitutto, il luogo del mio svelamento: un luogo privilegiato e protetto, un luogo che ho scelto consapevolmente e deliberatamente per facilitare l’incontro con me stesso.
La comunità è una delle officine principali della mia vita, ad essa affianco la mia famiglia ed il mio lavoro.
Tre ambiti differenti ma uniti dalla stessa funzione di base: fornirmi le condizioni d’esperienza per affrontare ciò che sono e ciò che che, ineluttabilmente, divengo.
Tre ambiti in cui il cammino da ego ad amore diviene vivente.
La comunità è il mio sostegno. Quando mi perdo posso trovare una parola, un indirizzo, una possibilità di chiarezza e di orientamento, perché in essa c’è chi, per esperienza e comprensione, può accompagnarmi; perché l’organismo comunitario in sé, in quanto composto da molteplici sentire differenti dal mio, può vedere ciò che io non vedo.
La comunità è il mio rifugio nei momenti di fragilità e non mi farà mancare quella vicinanza affettiva che mi permette di sentirmi accolto e sostenuto nel mio procedere incerto e traballante.
La comunità è la possibilità di procedere assieme: nessuno procede da solo lungo la via della conoscenza; tutti gli esseri si impattano, si confrontano e si sostengono senza sosta nel viaggio incontro a se stessi.
Più il sentire si amplia, più è evidente che nessuno è solo e che tutti procedono nel cammino della comprensione simultaneamente, grazie alle molteplici relazioni che l’esistere implica e impone.


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