La reale natura contemplativa degli intensivi che forse vi sfugge

Le persone che frequentano gli intensivi, soprattutto se non sono assidue, corrono il rischio di non comprendere e non assaporare la reale natura contemplativa di essi.
Queste persone, ma non solo esse, incorrono in un errore di fondo: considerare il momento delle sessioni come il centro di ogni giornata.
È un errore grave: le sessioni sono un momento tra i tanti, sicuramente tra tutti, secondo il mio personale punto di vista, quello meno contemplativo.
D’altra parte, non è quella la loro funzione: una sessione, dopo i canti iniziali dei quali parlerò in seguito, è essenzialmente un momento formativo, il tempo in cui la persona lavora degli aspetti di sé per conoscerli, trasformarli e infine abbandonarli.
Dunque una sessione prepara il terreno all’esperienza contemplativa e, data questa natura, a volte può essere un momento particolarmente alto del nostra stare assieme, anche vibratoriamente, altre volte può essere l’opposto e risultare pesante e magari limitante.
Questo è una dato che non si può modificare, è parte del procedere interiore delle persone e va visto, vissuto e poi abbandonato.

Dove e quando un intensivo libera la sua potenzialità contemplativa?
In tutti i momenti, direi, nella capacità che la persona ha di vivere e dimenticarsi di sé in ogni momento, ma in particolare durante i canti, i tempi vuoti, il lavoro in cucina, i pasti, la liturgia con i monaci.

I canti
Cantiamo due volte al giorno per circa venti minuti ogni volta: i partecipanti che sono oramai addentro al canto, possono sperimentare quanto esso permetta l’alleggerimento di ogni identificazione, lo sprofondare in ogni sensazione, il crearsi di un ambiente vibratorio alto e di profonda comunione.
Il canto è una autentica pratica contemplativa, accessibile a tutti purché abbiano una minima dimestichezza col cantare e con i nostri testi.
Certo, per coloro che questa dimestichezza non hanno, l’esperienza contemplativa non si dischiude: invito queste persone a liberarsi di alcune resistenze che magari le percorrono, e a provare a superarle abbandonandosi a quell’onda vibratoria che naturalmente si crea.

I tempi vuoti
Durante gli intensivi ci sono diversi tempi vuoti: il dopo pranzo e il dopo cena in particolare. Questi tempi credo che non siano vissuti appieno e spesso vengono sostituiti dalla naturale tendenza a socializzare.
Mi auguro che con il tempo sempre di più siano le persone che, dopo la naturale socialità post-pasto, si ritirino in solitudine facendo due passi lungo il sentiero, o stendendosi sul letto in silenzio senza avvertire la necessità di alimentare ancora la relazione, il parlare, il dire.
In quel tacere, in quella solitudine necessaria, in quell’allontanarsi dagli altri e stare-in-sé, c’è la possibilità di veder affiorare un puro stare, un semplice abbandono, una semplicità d’essere, declinazioni tutte dello stato contemplativo.

Il lavoro in cucina
Almeno tre ore al giorno vengono impiegate da un certo numero di persone per preparare i pasti e per riassettare: credo che si possa migliorare il modo di vivere questo tempo.
Credo che la cucina debba essere un luogo off limits per i non addetti e che in essa debba regnare il silenzio di persone che sprofondano nei gesti che compiono e ai quali non aggiungono niente con le loro menti.
Vi chiedo: c’è momento meditativo e contemplativo migliore?

I pasti
I pasti sono tre momenti della giornata che, simultaneamente, realizzano tre condizioni:
– la socialità;
– la formazione;
– la meditazione e contemplazione.
A seconda delle situazioni e dei partecipanti, ora prevale un aspetto, ora un altro, ma, per chi sa vivere il presente, i tre momenti sono sempre ben presenti e ben identificabili: il viverli pienamente dipende soltanto dalla nostra capacità di non portarci dietro un pensiero o uno stato, di passare con estrema rapidità da un condizione all’altra senza che la precedente ci condizioni.

La liturgia con i monaci
Come sapete, essa è pratica benvenuta per alcuni, ostica per altri: agli uni e agli altri vorrei dire che essa è uno dei momenti più alti dei nostri intensivi e questo per alcune ragioni:
– il venerdì e il sabato, i vespri accadono alla fine di una giornata faticosa e a volte sfibrante per tutti noi: se abbiamo la capacità di stare nella nostra stanchezza e di abbandonarci alla liturgia senza riserve e senza proteste e pretese, essa diventa un momento di comunione profonda tra di noi e con i monaci: piena ed autentica contemplazione;
– se coloro che hanno delle proteste riescono a non farsi condizionare, hanno modo di andare oltre sé, movimento che sempre apre sugli spazio sconfinati e non condizionati della contemplazione;
– la liturgia dei primi vespri del sabato è semplicemente meravigliosa, chiude il ciclo di una settimana e apre sull’avvento del giorno di Dio, la domenica: la sua potenza simbolica è straordinaria e, se siamo capaci di assaporala, essa ci conduce senza sforzo nello spazio incontaminato dell’essere;
– la liturgia di lodi della domenica mattina: se sapete entrare nello spirito dei salmi e degli inni, scoprite la forza che gli attraversa, forza che da sapienza diviene saggezza ed infine lode al Creatore. Vi chiedo: c’è qualcosa di più grande e di più contemplativo dell’innalzare lodi a Dio?
Se questo non riuscite a viverlo, interrogatevi.

Come vedete, complessa è la natura degli intensivi e molteplice la possibilità di oscillare tra il divenire e l’essere, il proporsi e lo scomparire, il fare e lo stare.
Vi invito a meditare accuratamente queste parole e ad apprestarvi al prossimo imminente intensivo tenendo conto di esse e dell’orizzonte che aprono.


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4 commenti su “La reale natura contemplativa degli intensivi che forse vi sfugge

  1. Grazie. Diversi elementi di riflessione. Sui tempi morti avrei qualcosa da ridire: in genere vivo le giornate degli intensivi come scandite da ritmi molto serrati che mi creano qualche difficoltà. Mi sembra sempre di essere un po’ di corsa. Forse dipende in parte dal fatto che in cucina ci devo stare comunque sempre per la preparazione dei pasti gluten free. Ma non credo sia l unico motivo. Non so. Forse è la mia natura bradipica ma mi sembra che si avvicendino rapidamente troppe cose. L essere puntuali più volte al giorno mi pesa un po’. Almeno questo è il ricordo che ho in questo momento…

  2. Natascia: durante la preparazione dei pasti una certa relazione è inevitabile.
    Se si risiede in sé, quel momento che si apre all’altro non è un problema.
    Se invece una parola tira l’altra e ci si identifica in quella dinamica, allora il problema c’è.

  3. Mi ritrovo con quanto detto. Ma non nascondo la difficoltà, ad esempio, di stare in silenzio durante la preparazione dei pasti.

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