Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Quando non abbiamo più un progetto

Prendo le mosse da questo manifesto europeista lanciato da Nicola Zingaretti che vi invito anche a sottoscrivere.
L’umano senza progetto muore: finisce la sua creatività, finisce la sua socialità, finiscono la sua cultura e la sua vita interiore.
Muore interiormente perché, essenzialmente, quello che noi chiamiamo umano altro non è che la rappresentazione di un processo del sentire che si mostra in divenire nel tempo: il processo che da ego conduce ad amore, quello è l’umano che viene rappresentato ogni giorno, ad ogni latitudine.
Un progetto è un processo ha un’origine ed un fine: quello umano inizia con l’ignoranza e l’inconsapevolezza e termina con l’esperienza dell’amore.
Ci sono due categorie di persone che possono permettersi il lusso di non avere progetto:
– gli anziani che non si sentono più coinvolti attivamente nel processo incarnativo e non hanno più la necessità primaria di acquisire dati e comprensioni: volgendo la loro vita al termine ed essendo già in pieno sviluppo un altro processo, quello della sistemazione ed elaborazione dei dati acquisiti durante una vita, essi possono non assecondare la tensione primaria indotta dal progetto esistenziale che innerva ogni vivente;
– le persone che stanno chiudendo il ciclo delle nascite e delle morti e che vedono sciogliersi il loro legame con le esperienze stesse e con l’azione del karma che di esse è la regista.
Tutti gli altri, consapevoli o meno, hanno bisogno di un progetto e, nei fatti, l’hanno: ogni incarnazione ha una sua direttrice che, da un sentire di un certo grado, conduce ad un sentire più vasto.
Il progetto esistenziale dei singoli non riguarda le scene che essi si trovano a vivere, non c’è alcun destino preordinato, ma la tensione interna all’intenzione che li muove e il governo di essa.
Se così è per i singoli, non lo è forse per le coppie, per le società, micro o macro che siano?
Una coppia senza un progetto esistenziale finisce per riempirsi di trastulli per reggere il non senso e la frustrazione: l’educazione dei figli non è l’estrinsecazione del progetto esistenziale dei due, almeno di una parte di esso?
Qual’è il respiro esistenziale di una coppia? Come lo si legge, come si porta a consapevolezza, come lo si elabora e lo si arricchisce consapevolmente, insieme e ciascuno per conto proprio?
Di cosa si nutrono i due? Di cosa nutrono i figli? Quale orizzonte si danno e quale offrono alle creature che la vita gli ha assegnato? E se i due non hanno figli, come si dispiega, tra loro e oltre loro, l’officina degli affetti e dell’amore, come si mantiene vivo il fuoco creativo? E come si muore d’inedia?
Non è questa una questione centrale anche per tutte le società? Quando una collettività di individui non rimane porosa, aperta, permeabile alle influenze, agli stimoli, alle contaminazioni, alla possibilità del cambiamento e della rigenerazione continua muore nei miasmi della palude della propria necessità di quiete e di stabilità.
La stabilità è un passaggio, non può essere il fine. In sé, la stabilità è mortifera.
Dobbiamo ringraziare per il limite che il popolo britannico ha mostrato con il recente referendum: è un calcio in bocca che ci riattiva e ci porta fuori dalla palude delle nostre ipocrisie e dalla troppo lunga notte del progetto esistenziale comune di singoli e di popoli.


Se hai domande sulla vita, o sulla via, qui puoi porle.
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  1. E’ così, per troppo lunghi anni la UE, nata per favorire la pace e lo sviluppo sociale della sua popolazione, si è adagiata a far prevalere gli interessi dei singoli stati e della finanza. Speriamo che questa crisi porti a riscoprire il progetto originale per cui era nata.

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