Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

“Tu donna, tu uomo puoi dare qualcosa a Dio”: scomparire a sé e a Dio

Gesù alla donna, che gli dice: “So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa” (Gv 4,25), risponde: “Sono io che parlo con te” (v. 26). Qui c’è il Messia, ed è nell’immagine di uno che ti parla; non nell’immagine di uno che ti giudica, ma di uno che ti parla. È la buona notizia. 
La buona notizia non è una parola che ti svergogna o ti condanna, ma una parola che ti interpreta, ti incuriosisce circa il desiderio di altro che abita la tua sete. Dietro le parole di quel profeta seduto al pozzo la donna incomincia a prendere contatto con una parte di sé che le era nascosta e ora le viene svelata. L’acqua comincia a zampillare dentro di sé. Ora le sembra di intuire dove attingere l’acqua viva. “Dammi da bere” (v.6). L’indigente è Dio, l’indigente è Gesù. Tu, donna, tu, uomo, puoi dare qualcosa a Dio. A questo Dio assetato. Anche questo appartiene allo stile di Gesù. Appartiene al suo stile valorizzare qualcosa che è in te, qualcosa che è nelle tue mani …(Da: Angelo Casati, Incontri con Gesù).

Parole profonde e vissute, ma che non mi convincono.
“Tu donna, tu uomo puoi dare qualcosa a Dio”.
Confesso che sono brani come questo che suscitano in me un estraniamento dal complesso mondo cristiano.
Il mio punto di vista è questo: quella donna che “ora sembra intuire dove attingere l’acqua viva” quando incontra Gesù è già pronta a dire “Dammi da bere!”
L’incontro con Gesù l’aiuta a svelare, porta alla luce ciò che essa aveva già compreso.
Perdonate l’ardire, ma non è l’incontro con Gesù il determinante, quell’incontro è solo ciò che svela quanto era già giunto a maturità: la vita, le esperienze vissute hanno generato quella maturità, Gesù è la levatrice.
Io non voglio accorgermi dell’indigente mosso dalla consapevolezza che questo è Dio, è Gesù: voglio accorgermi di lui perché non avendo alcun interesse per me non posso che accorgermi dell’altro da me.
Essendo morto alla centralità di me, scopro tutto ciò che è attorno a me e di cui sono parte irrilevante.
Non voglio che l’amore sgorghi in me al ricordo/consapevolezza che tu sei Gesù, voglio che sgorghi perché in me è maturo quello sgorgare.
Nel momento in cui mi rammento che l’altro è Dio, è Gesù, mi annichilisce il peso del mio egoismo e del mio non vedere e questo non mi aiuta, mi fa solo sentire peggiore.
Non voglio amarti in quanto Dio, voglio essere capace di lasciarmi attraversare dall’amore che è oltre me ed oltre te.
33 Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; 34 avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Luca 10,33-35
Nel Sentiero contemplativo diciamo: conosci te stesso, fai esperienza della vita e questo ti condurrà a scoprire l’amore che ti costituisce e che è natura di tutte le cose.
Quando quell’amore in te sarà maturo sboccerà da solo, o sarai aiutato a partorirlo da qualcuno che incontrerai lungo il cammino, ma sarà stato il vivere, l’osare, lo sbagliare ad averlo condotto ad essere “vita che ti attraversa e ti fa scomparire”.

Immagine: Théodule Augustin Ribot,
Il Buon Samaritano http://goo.gl/XPNGWe


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