Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Qui e ora. Appunti da un gruppo

Ieri, domenica 13 ottobre 2012, all’eremo.
Pace nello stare qui e ora, lì allora, là, nel futuro, allora.
Pace nelle mie mani piene di luce e vita, pace nella luce delle 9.36 e in quella delle 9.45 e in quella delle 12.15.
Pace dopo la paura di rovesciare le mani coi palmi verso terra, paura di rovesciare la vita, disperderne la luce nella terra, sotto terra…la morte.
Paura della morte, di lasciare la vita così bella, piena, ridente, fertile nel mio viso. Nel tuo, sorella amata e amica, paura di cederla alla terra scura, buia, impenetrabile.
Accetto la voce del maestro, della maestra – la vita – …lascia andare, accogli il cambiamento…giro le mani dal cielo, che me le riempiva di vita, alla terra…le svuoto di tutto, una volta…no è troppo, e ritornano a guardare il cielo, bianco soffitto di una stalla che non ostacola l’azzurro altissimo, il cielo e il sole delle 10 e 29…
Che bella questa energia che arriva… ma poi ritorno alla voce, all’invito  lascio andare, rivolto le mani, accarezzo il ruvido pavimento, ora arrivo alla terra, dalla coppa delle mie piccole mani rovescio e abbandono la vita, la mia, la tua, la sua, la vita di tutti e di nessuno, non mi appartiene e scopro la terra così penetrabile sotto l’impermeabile pavimento, profondissima quiete, affondo le radici assetate delle mie mani.
Lì muoio, lì vivo, lì muoio e vivo. Grazie rob., grazie vita. E ancora l’immagine, veicolata dalla voce maestra, dall’albero maestro, dei poveri profughi nelle barche, assetati in mezzo all’acqua salata, le lacrime…antiche che mi dicono del mio essere senza pelle di fronte al dolore mio, dell’altro, dell’altro che percepisco come il mio, da quando ero piccolissima…sempre senza pelle.
Mi alzo ancora portando nelle viscere quella metafora, i volti di quei profughi hanno un nome, forse rita, lucia, chissà… e fanno male, io a riva, come fa male pensare al malato paraplegico, il suo dolore non mi fa gioire della mia possibilità, toglie fiato e levità alla mia danza, ma accolgo.
Cerco il sole fuori e aria, qualche parola sulla storia di una biblioteca e di una terra lasciata, grazie di questo pane spezzato e di un sogno non ancora raggiunto e accolto nella sua incompiutezza, e lascio andare il discorso a metà, scorro morbida con la vita, mi sorprende un sorriso e un abbraccio da chissà quale costellazione…meravigliosa anche se non familiare, non ancora almeno, ma chissà.
E poi l’invito al gesto del raccogliere, ma piange il mio cuore o la mente, e il mio corpo non sa danzare la raccolta… fa male il pensiero dei profughi e del paraplegico nel ventre.
Nel cuore della vita, nel tan-tien.
Come cantare i canti di sion in mezzo al mare, in un letto di infermo, all’inferno? In terra straniera?
Ma qui e ora in questa terra mi siedo, col mio corpo, accolgo l’emozione e la lavoro, a terra, la accolgo, e semino anche nel pianto… pian piano raccolgo una piccola spiga, poi un’altra insieme al canto del pettirosso delle 9 e 25. Un covone tra le braccia, tra le mani, ancora gonfie di vita e poi ancora vuote e poi ancora proteggo la piccola spiga, il piccolo seme e cammino alle 11 e 17 e ancora giro come un dervishi alle 11 e 23 e in tutta la vita. E l’odio e la maledizione di chi si rivolta per azzannare la mano che voleva condividere perle non fa più male, scorre il ruscello della vita.
Mentre qualcuno si inchina, profondamente umile… la vita. Sacro anche il cane, il nemico-amico, la serpe, la mosca, l’urinare… tutto è vita.
Ora alle 12 e 33 di lunedì 5 ottobre 2012. Grazie al tuo volto e al tuo e al suo. A voi che siete vita.
 
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  1. Grazie…un canto che chiama a raccolta, a danzare, ad Esserci

  2. Quanto armonia c’è, parole che ci sono. Tutto c’è. Chi sei tu piccolo fragile essere in grado di esprimerti così?

  3. Elisa,

    come suona familiare il tuo canto!

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