Analisi critica, giudizio, detti dei maestri

Abbiamo discusso sul Forum attorno a questo koan proposto da Sab:
Joshu chiese al maestro Nansen: «Qual è la vera via?».
Nansen rispose: «La via di ogni giorno è la vera via».
Joshu chiese: «Posso studiarla?».
Nansen rispose: «Più studi e più ti allontani dalla via».
Joshu allora chiese ancora: «Ma se non devo studiarla come posso conoscerla?».
Nansen rispose: «La vera via non appartiene alle cose che si vedono, né alle cose che non si vedono. Non appartiene alle cose che si conoscono, né alle cose sconosciute. Non cercarla, non studiarla, non nominarla. Per trovarti su di essa apriti, immenso come il cielo».
Le cose dette dai partecipanti sono attinenti e sviluppano i relativi punti di vista. Mi ha colpito il fatto che il testo di riferimento non sia stato sottoposto a critica.
La critica è una indagine su di un testo, una analisi da molti punti di vista. Il giudizio è un’etichetta che si appone e che marchia il testo: il giudizio è statico, la critica dinamica, rende viva la relazione tra testo e fruitore; essendo basata sull’analisi è in continuo divenire mentre il giudizio ha una maggiore fissità.
Personalmente penso che ogni aspetto della realtà proposta da una mente ad un’altra mente, vada sottoposto a critica; penso anche che ogni aspetto della realtà proposto da un sentire ad un’altro sentire che sia veicolato dal pensiero e non dal silenzio, vada sottoposto a critica. La mente condiziona sia ciò che essa stessa genera sia ciò che la attraversa, comunque e a prescindere.
In origine un maestro ha detto qualcosa; verosimilmente un discepolo l’ha trascritta così come l’aveva capita e compresa; prima di essere trascritta potrebbe anche essere stata tramandata oralmente per decenni. Nei secoli sarà stata copiata più volte. Infine è stata tradotta da un idioma ad un’altro, da una lingua antica ad una moderna.
Qualcosa detto in un certo contesto, ad un certo gruppo di persone, o ad un singolo, è stato fissato, estrapolato dal contesto, lanciato attraverso il tempo e le culture, atterrato su una pagina web.
Per un costume interiore consolidato, mi sono abituato a dubitare di tutto ciò che la mente racconta: mi giungono queste parole, vedo la loro radicalità e sono tutto tranne che colpito.
Si parla della impossibilità di imparare indagando e dell’unica chiave di accesso alla realtà, l’aprirsi.
Apparentemente ineccepibile, sostanzialmente vuoto e impraticabile.
E’ il destino di gran parte del cosiddetto materiale zen presente in sterminate pagine cartacee e digitali.
Se facessimo il cammino a ritroso fino a ritrovarci in quella sala, con quelle persone, troveremmo che l’insegnante, prima di arrivare a quella conclusione lapidaria, aveva argomentato in molti modi differenti, ripetendo più volte gli stessi concetti, quello che era il suo personale sentire e la sua percezione della realtà.
Che cosa significa aprirsi?
Dici: “Mi apro!” e sei subito aperto sull’immensità del cielo?
Non è un processo, l’aprirsi?
Se è un processo, c’è apprendimento: da da un certo grado di apertura consegue un altro grado, più ampio del precedente.
Allora, alla luce di questa semplice osservazione, che cosa significa che non c’è apprendimento?
Significa che siamo già tutti illuminati e quindi non abbiamo bisogno di imparare?
Si, certo, nell’eterno presente, ovvero fuori dalla dimensione del tempo, nell’essere.
E noi, la nostra consapevolezza, appoggia sull’eterno presente o sul divenire?
Se appoggia sull’eterno presente tutto è e basta e il cielo è immenso.
Se appoggia sul divenire, impariamo.
Conclusione: una buona didattica non è basata sulle sentenze ma sul mostrare i mille volti, i molti sguardi possibili, sulla e della realtà.
A seconda di dove risiede la mia consapevolezza, nulla posso imparare o tutto sono indotto ad imparare: sono consapevole che non c’è alcun processo dell’imparare dopo aver vissuto molti processi condizionati dall’imparare.
Mi dischiudo all’essere senza tempo transitando attraverso il tempo: il divenire, l’imparare dichiarano, alla fine del processo, l’impossibilità e l’assurdità dell’imparare e del divenire.
Solo divenendo accade il non divenire e la realtà non è più separata e duale.

2 commenti su “Analisi critica, giudizio, detti dei maestri”

  1. Ho scritto quel post proprio per dire che i detti di maestri vanno presi con le molle.
    Direi dunque di lasciar perdere quelle parole e di concentrarti su un elemento fondamentale:
    Che cosa conosci di te?
    Da qui comincia una via, dal vedere il proprio pensiero, la propria emozione, le azioni, la frustrazione, l’eventuale dolore, la serenità e assecondare quel movimento a cambiare che certamente dentro di te sta bussando.
    Tutto inizia dalla conoscenza di sé: per percorrere questo primo tratto di strada puoi seguire la via psicologica o percorsi simili al nostro.

    Rispondi
  2. vorrei capire, perche ho una grande sete di aprirmi, di trovare la via…ma se non stà nelle cose che se conoscono, nè tanto meno in quelle sconosciute, se non appartegono a quelle studiate e non studiate, se non stà in quello che si vede o non si vede..come faccio ad aprirmi e a trovare la mia via?..non capisco…qualcuno mi potrebbe spiegare meglio?..grazie..

    Rispondi

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