La via nel silenzio e nella discrezione

Da giovani volevamo avere tempo, spazio, orizzonte vasto: la vita è stata generosa e ce li ha donati.
L’umano pensa sempre nei termini del fare: in un eremo non fai, stai.
Quando il mondo vortica, tu sei immobile.
Quando l’umano desidera, nulla ti attraversa.
Difficile comprendere, quando tutta la vita è azione condizionata, cosa significhi lo stare, l’essere senza condizione.

continua..La via nel silenzio e nella discrezione

Finire in pace

Scrive una lettrice che qui chiameremo Ina:
“Anni fa ho avuto la sensazione netta della chiamata, una forza irresistibile che mi ha dirottata dalla vita solita, ho frequentato gruppi spirituali, fatto ritiri. […] col tempo ho lasciato i gruppi […] non c’è più nessuno con cui rapportarmi […] andrebbe bene anche così se ogni tanto non pensassi (come dici tu) di essermi persa […] vuoto..quello sì, la chiamata non la sento più, sono tornata a una realtà insipida […] non ho una pratica spirituale, meno che mai ne vedo il senso, i miei compagni di pratica sono i canti dei merli, i cespuglietti d’erba […] potrei dire che vivo di questo e in questo trovo gioia […] le paure […] mi hanno lasciata da lungo tempo […] ci sono per tutti ma così lontana da tutti […] è un po’ quello che ho sempre desiderato, l’eremitaggio.. e ora ci sono per davvero nell’eremo, rabbrividisco solo al pensiero di tornare in un gruppo di pratica, non amo i ritiri e le letture si sono ridotte..non c’è più ricerca […] È qui che si arriva? Distacco dal mondo, isolamento? Sì, c’è pace….e poi

continua..Finire in pace

Una piccola storia

Tra i monti, molto lontano dal mondo, c’era un eremo dove vivevano due eremiti.
La loro età era avanzata ma non definibile; abitavano l’eremo da molti decenni, si nutrivano dei frutti del bosco, delle erbe selvatiche e dei prodotti del loro minuscolo orto. Vestivano di abiti disadorni, larghi e piuttosto consunti, sempre gli stessi. Ai piedi portavano ciabatte in tutte le stagioni.
Si scaldavano con una stufa a legna e trascorrevano le loro giornate nella quiete e nel silenzio. Nessuno dei due amava parlare e lo facevano solo quando era necessario.
Nelle loro vite nulla mancava. Un tempo nel loro interiore molte erano state le domande e l’ansia di risposte li aveva sospinti a cercare e a sperimentare.
Da molto tempo nelle loro menti non c’era più alcuna domanda, né alcun bisogno di cui valesse la pena parlare, o per cui fosse necessario adoperarsi.
Dal mondo venivano a visitarli persone che avevano saputo della loro esistenza; queste percorrevano il lungo sentiero tra i monti sospinte da un’inquietudine, una insoddisfazione, una domanda.
I due eremiti ascoltavano e, senza la pretesa di possedere alcuna verità, dicevano ciò che secondo loro poteva essere detto in quella situazione.
Le persone, dopo aver lasciato dei doni fuori dalla porta d’ingresso, riprendevano il cammino per ritornare nel mondo alcune con il volto chiaro e fiducioso, altre preoccupate, altre ancora visibilmente insoddisfatte ed irate.
Così era da decenni e tutto questo avveniva nel ritmo di una vita senza pretese, semplice e discreta.
Un giorno giunsero all’eremo persone ricche di motivazione e di domande; esse furono accolte nella cucina illuminata dalla debole luce del giorno, ciascuna di loro portava sottobraccio doni voluminosi.
Gli ospiti posero le loro domande, ascoltarono in silenzio le risposte; fu loro servita una tisana di frutti del bosco con noci sgusciate e del pane raffermo.
A metà del pomeriggio, quando già la luce nella stanza era calata, i padroni di casa accesero due candele.
Uno degli ospiti osservò: “C’è poca luce, servirebbero altre candele!” Senza attendere la risposta, dall’involto sottobraccio tirò fuori due candelabri, ciascuno di sette candele e disse agli eremiti: “Datemi del fuoco e le accenderò, così vedremo meglio e potremo continuare a discutere confortati dalla luce”.
I due eremiti si guardarono un po’ stupiti, dei due l’uomo si alzò, prese una sola candela dai candelabri, la appoggiò in una ciotola e la accese.
L’ospite sembrò infastidito, forse in cuor suo desiderava che tutte e quattordici le candele fossero accese; all’eremita sembrava che le due candele accese all’imbrunire bastassero a fare una luce cui nulla mancava ma, per non offendere l’ospite, aveva accettato di accenderne una terza.
La conversazione continuò e oramai si avvicinava la sera, il fuoco nella stufa stava morendo e la temperatura nella stanza era diminuita.
Dall’attaccapanni gli eremiti presero due pesanti mantelle di colore scuro, semplici e piuttosto lise e con esse si coprirono; poi da una cassapanca tirarono fuori delle coperte e le offrirono agli ospiti.
Uno di questi, dal pacco che aveva portato come dono, estrasse una mantella molto bella, di un bel colore, ricca di decorazioni e la offrì dicendo: “Prendi questa, è fatta dai migliori artigiani secondo le ultime e più sofisticate tecniche di tessitura!”
I due eremiti si guardano perplessi: le loro mantelle scendevano sulle spalle come fossero parte del corpo e, sebbene fossero vecchie, ben assolvevano alla funzione, i loro corpi erano al caldo: quelle mantelle, i due eremiti, la cucina, l’eremo, il bosco, il tempo che scorreva erano come un unico essere cui nulla mancava; i due sentirono che indossare quella nuova mantella avrebbe significato rompere quella unità di tutte le cose.
Dissero all’ospite: “Alla nostra vita nulla manca: il bosco ci nutre, il torrente ci disseta, l’eremo ci protegge dalla pioggia, la legna ci scalda. Questa mantella così bella che ci hai portato può essere molto utile ad altri, donala a qualcuno che conosci e che sai che affronta l’inverno senza il conforto della stufa che arde”.
L’ospite insistette e l’eremita rispose: “Se osservi attentamente, se rimani qui con noi per alcuni giorni, o per alcuni mesi se vuoi, potrai fare esperienza del nostro modo di vivere, potrai comprendere il ritmo del giorno e della notte, delle stagioni, del divenire; potrai comprendere perchè la vivrai, l’unità sostanziale di tutte le cose e di tutti gli esseri, l’unico respiro che unisce le nostre vite al bosco, alla terra, al lupo e al capriolo. Quando avrai compreso e vissuto in te questa unità allora il tuo silenzio, il tuo occuparti della stufa, il tuo andare a fare legna nel bosco, il tuo ingegno nel costruire un sistema di convogliamento dell’acqua dal tetto al pozzo saranno un dono gradito, utile e necessario”.
Gli ospiti ascoltarono e tacquero, non furono necessarie altre parole; per tutta la sera e anche durante la cena nessuno parlò.
Gli eremiti si ritirarono nelle loro rispettive stanze, gli ospiti distesero le loro coperte, le tre candele furono spente e il silenzio della notte attraversata dal volo muto del barbagianni coprì il loro sonno.



Senza il tempo, senza una direzione, nella vicinanza

Nella buca delle lettere
un fringuello dormiva
con il capo coperto dall’ala.
A passi lenti
Enni ed io siamo tornati
il silenzio era assoluto.

Questa è la nostra vita qui, all’Eremo dal silenzio: noi sappiamo che per tanti le giornate e le ore non sono facili, mai la consapevolezza di questo ci viene meno.
Il nostro modesto contributo al cambiamento della realtà è vivere secondo ritmi, valori, disposizioni interiori non condizionate dai bisogni del proprio piccolo e limitato orizzonte.
Ora che l’alba è già chiara e prende forma questo primo giorno del nuovo anno, mentre ci prepariamo al lavoro del mattino, un sentimento di vicinanza, un inchino profondo al cammino di ognuno è ciò che possiamo donare.

L’immagine è tratta da: http://alessiodileo.blogspot.it/2009_12_01_archive.html

 

L’ultimo giorno dell’anno nell’eremo

L’ultimo giorno dell’anno
diradi la siepe di olmi
e fai spazio alle querce giovani.
Il freddo pungente del mattino
le foglie su cui cammini
la presenza silenziosa degli uccelli.
Nella mente senza pensieri
scorrono le immagini mute
delle persone amiche
le cui difficoltà conosci.

La foto è di Luciana Bartolini