Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

E’ tempo di prepararsi all’esperienza di novembre, “Il cammino dell’uomo”.
Ciò che andremo a vivere non sarà diverso da ciò che è stato vissuto e, si spera, sarà vissuto in tutti gli intensivi del Sentiero contemplativo.
La differenza di partenza è data dalla presenza di un certo numero di monaci di Fonte Avellana (6 o 7).
Direi che il primo atteggiamento da sviluppare è considerare questi monaci come semplici partecipanti, persone che come noi si confrontano con il ritmo delle giornate e con ciò che esse portano.
Siamo tutti semplici partecipanti, nessuno è speciale.
Da quando ci alziamo a quando ci corichiamo viviamo esperienze che, in maniera più o meno profonda, ci provocano, stimolano, trasformano; questo accade a ciascuno di noi ed è l’elemento veramente unificante: tutti stiamo imparando.
So che in diversi di voi c’è attesa per le lectio del priore Gianni: è un fatto naturale questa attesa, ma permettetemi di mettervi in guardia perché, come tutte le attese, è frutto della mente e dalle sue aspettative condizionata.
Partecipare ad una esperienza di questo genere e partire con delle aspettative è un modo di disporsi sbagliato: se non rimarrete delusi potrete dirvi soddisfatti e gratificati, entrambi atteggiamenti piuttosto discutibili.
Dovete venire vuoti.
Vuoti di aspettativa, vuoti come un secchio vuoto.
Disponibili a vivere con la stessa consapevolezza e dedizione il lavare i piatti, il riordinare la camera, la lectio del priore, o la sessione pomeridiana.
Dovete essere disposti a vivere ogni fatto come il primo ed ultimo fatto della vostra vita, senza alcuna scala di valore in cui incasellare il singolo fatto.
Dovete provare a superare le classificazioni, le preferenze, i giudizi che sempre la mente compone: solo allora riconoscerete la realtà per quello che è.
Se questo non fate, non vedete la realtà ma il racconto della mente sulla realtà.
Vivremo assieme, a stretto contatto, per quattro giorni e mezzo: non condivideremo solo gesti e parole ma anche umori e disposizioni, adesioni e rifiuti, giudizi ed accoglienze.
Sapete, dovreste oramai aver compreso che un’emozione che provate è pervasiva quanto un suono fisico e invade tutto l’ambiente comune; un giudizio, una riserva, un risentimento, una adesione, una opposizione si diffondono nell’ambiente interiore comune con la stessa pervasività di un profumo o di un olezzo.
Per questo dovete vuotare il secchio spesso, continuamente.
Il vostro, il nostro essere vuoti, garantirà il fluire dei processi e l’adesione di tutti al reale.
Saremo 33 o 34 persone, se non coltiveremo questa essenzialità d’essere il nostro stare assieme potrà divenire faticoso.
Questo incontro vede accomunarsi persone senza appartenenza religiosa a persone che hanno fatto una scelta di adesione ad una confessione, ad un cammino spirituale e religioso preciso.
Non è l’incontro tra laici e monaci cattolici.
Non è l’incontro tra nuove forme e visioni del cammino incontro a sé e alla vita, e la spiritualità e religiosità tradizionali.
Non è l’incontro tra filosofie, teologie, cosmogonie.
Non è l’incontro tra cammini diversi, un incontro interreligioso.
Per favore, togliete dalle vostre teste tutto questo.
E’ solo, e niente altro, che un incontro tra persone.
Tutte le volte che incontriamo l’altro da noi, incontriamo un mondo fatto di sentire, di intenzioni, di idee, di emozioni, di azioni: un mondo in gran parte sconosciuto.
L’altro, la sua presenza ci invitano ad aprirci, a disporci all’ascolto e all’accoglienza.
Se nella nostra mente operano archetipi: quello è un monaco, quello è un laico, quello è un prete, quello un ateo, quello un cattolico, noi non percepiamo la realtà ma ciò che la nostra mente dice su di essa.
Dal 20 al 24 novembre incontreremo l’altro così, privo di qualsiasi attribuzione.
L’altro incontrerà noi così, privi di attribuzione.
Se così sarà, allora accadrà il vero incontro, altrimenti sarà soltanto una pantomima, una delle tante.
Se qualcuno di voi ha qualcosa di non risolto con la chiesa cattolica, con la sua teologia e la sua etica e morale, questo qualcosa è personale, tale deve rimanere e non può avere risonanza nell’esperienza di questi quattro giorni.
Ci incontreremo tra persone, non tra appartenenze; ci incontreremo tra sentire prima che tra menti.
Se ci metteremo a scodellare i contenuti delle nostre menti avremo subito fallito; se cercheremo di risiedere (verifica lettura lettera, clicca) e di tornare incessantemente al sentire, allora realizzeremo il vero spirito di questa esperienza: condividere con l’altro tutto l’umano e tutto ciò che lo supera e lo trasfigura.

 

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