Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Tratto dal volume 5 de: “L’Uno e i molti” pagg. 230-234, Cerchio Ifior

Il sentire, figli e fratelli, non è qualche cosa come voi potete immaginare che “diventa”, il sentire è qualche cosa che è, attimo per attimo, uguale a se stesso. Certamente alle parole dei Maestri voi avete l’impressione che il sentire sia un divenire, ma ricordate che fate parte del teatro delle ombre e che tutto ciò che vivete è un’illusione, e anche quest’impressione che il vostro sentire si accresca sempre di più appartiene anch’essa al mondo delle illusioni poiché il sentire, il vero sentire, non diviene ma è. Ananda
Come è difficile a questo punto riuscire veramente a comprendere quello che è il mio sentire, fratelli! Se tutto ciò che io vivo, tutto ciò che compio come esperienza è davvero illusione, allora anche il sentire che io manifesto o che penso di manifestare nel corso della vita è illusione…e questo concetto difficilmente riesco veramente a comprenderlo. Billy
Il fatto che il sentire non divenga ma sia, significa che in realtà voi avete già raggiunto tutto il massimo sentire che voi potreste raggiungere. E’ soltanto la vostra percezione, la vostra immedesimazione negli attori del teatro delle ombre che vi crea l’illusione di essere in movimento e di manifestare ora una, ora un’altra porzione di sentire.Questo, alla fine, è il compito più difficile che noi abbiamo, compito che cercheremo di perseguire nei cicli che verranno, quello di farvi veramente comprendere non soltanto con la mente, non soltanto a parole, che l’illusione la vivete veramente in tutti i momenti delle vostre vite: voi – e questo dovete arrivare a comprenderlo fino in fondo – siete già infinitamente migliori, più grandi, più pieni d’amore di come adesso vi sembri di essere; e questo non può essere che un motivo di conforto, di speranza e di certezza per tutti coloro che riescono ad afferrare e far propria la realtà e la profondità di questa verità.
All’interno della favola che avete esaminato questa sera c’è un unico personaggio che ha abbracciato il suo sentire e giustamente, creature, lo avete individuato anche voi indicandolo come l’anziano marito della donna malata. (1)
Oh, quante parole avete usato nel corso della discussione!, eppure, miei cari, ancora una volta c’è qualche cosa che non avete notato, qualcosa che nell’infinita sottigliezza del fratello Ananda vi è sfuggito. Certamente quell’uomo, quell’anziano tremante, ha raggiunto la pienezza del suo sentire e lo dimostra il fatto che spontaneamente egli è come è, ed è a un punto tale che il suo amore abbraccia il sentire dell’altra persona, si immedesima in essa e compie quell’atto consapevole che tutti gli altri, distratti dalle attrazioni dell’illusione circostante, compivano in modo approssimativo o sbadato, egoistico, prendendo cioè il chicco d’uva per la sua compagna.
Ma è qua che si manifesta il vero sentire, che va oltre quel sentire così come voi lo concepite solitamente, poiché colui che veramente ha raggiunto il sentire, certo, agisce spontaneamente come voi dicevate però il suo sentire diventa a misura dell’altro; e dover diventare a misura dell’altro significa che questa spontaneità deve essere indirizzata in modo tale che il proprio sentire, la propria spontaneità servano d’aiuto all’altra persona; altrimenti sempre e comunque l’uomo veramente evoluto non farebbe altro che dare e donare agli altri. Cosa è che si nota in quelle poche parole che descrivono l’immagine di Ananda?
Dopo aver preso il chicco d’uva l’uomo si ferma un attimo, una frazione di secondo; in quella frazione di secondo egli compie un adeguamento al suo sentire, alle necessità del sentire dell’altro, e la necessità del sentire dell’altro è tale per cui il suo sentire gli dice che egli deve si dar mostra alla persona amata ma anche a tutti gli altri che sono attorno che un atto d’amore è facile compierlo anche soltanto dando un chicco d’uva, tuttavia l’insegnamento non può fermarsi a questo punto ma deve andare oltre e deve mostrare alla compagna che richiede con egoismo che egli certamente va incontro ai suoi desideri, e non soltanto, ma fa più di quanto essa richieda in modo tale che, sbucciando il chicco d’uva e togliendone i semi, la donna noti questo atto, si renda conto che le è stato dato più di quanto ha chiesto e in quel momento abbia la possibilità di meditare più a lungo e con maggiore attenzione su se stessa.
Riuscite a capire il concetto? Ecco quindi che il Maestro come dicevate voi non sempre soltanto può dare la carezza o la gioia, ma il suo comportamento nei confronti di chi ancora deve crescere è tale che il suo sentire, rivolgendosi verso l’altro, percepisce quali sono i suoi bisogni evolutivi e di crescita, e quindi agisca in conformazione a ciò di cui l’altro ha bisogno, che non è quello che l’altro chiede!
Quasi mai voi chiedete ciò di cui avete veramente bisogno, troppe maschere vi mettete per farlo! Molto spesso avete bisogno di una parola dura, molto spesso avete bisogno di un attimo di sofferenza per fermarvi ed osservare con attenzione ciò che state facendo, dicendo e compiendo, ed ecco allora che il Maestro anche in questi casi, come atto d’amore vi darà ciò che veramente dovreste richiedere. Scifo

Riportiamo il testo della favola di Ananda oggetto della discussione di cui si parla:

Favola del chicco d’uva

Un giorno Krsna suonò lo zufolo per chiamare i suoi servitori affinchè gli eseguissero un compito particolare, ma il suono restò senza risposta perché tutti i suoi servitori erano già lontani per agire secondo i suoi desideri.
Ritenne allora che era giunto il momento di ammettere un altro essere umano tra i suoi deva e si informò, allora, di quali fossero le persone più piene di amore sulla terra. Gli vennero consigliati un fratello e una sorella che vivevano assieme al vecchissimo padre e alla vecchia madre, bisbetica e gravemente malata di stomaco e i quali, tuttavia, mostravano a tutti la loro grande pazienza e il loro grande amore nei confronti dei genitori.
Sorridendo, Krsna suonò tre volte lo zufolo e al terzo suono egli ebbe l’aspetto di un ricco zio dei due fratello che viveva in terre lontane e che da molti anni non vedevano. Suonò lo zufolo ancora tre volte e al terzo suono fu davanti l’uscio della casa dei due fratelli, a cui bussò. Il fratello maschio gli venne ad aprire e, riconosciutolo, gli fece grandi feste, facendolo entrare nella casa e chiamando a gran voce la sorella. Finito il momento delle reciproche felicitazioni si sedettero a parlare nella stessa stanza in cui il vecchio padre stava seduto, quieto, su di una seggiola, accanto al letto dove la madre giaceva.
Krsna cominciò a narrare delle terre che aveva, dei suoi possedimenti, delle sue mandrie e i due fratelli ascoltavano rapiti dalla descrizione di tali meraviglie. “Ho sete, figli miei, ho sete… oh, quanta sete che ho, datemi un bicchiere d’acqua – incominciò a lamentarsi la vecchia in modo petulante – non ne posso più, ah che sete!”.
Krsna intanto spiegava le stoffe meravigliose che le sue lavoranti producevano intessendo le fibre più pregiate e dai colori più delicati. “Quanta sete che ho – continuava intanto la vecchia – datemi un bicchiere d’acqua prima che io muoia, un po’ d’acqua, un po’ d’acqua…”.
Il figlio prese la caraffa posata sul tavolo, riempì un bicchiere e, attento a quanto continuava a raccontare Krsna, diede il bicchiere alla vecchia madre.
“Figlio mio, ho detto acqua, non vino! Dammi l’acqua, il vino non posso berlo!” si lamentò la vecchia, e continuò su quel tono fino a quando non ebbe il bicchiere d’acqua.
Krsna descrisse la sua casa dalle mille meraviglie e dal grande parco fiorito.
“Un chicco d’uva – riprese la vecchia – prima di morire vorrei un chicco d’uva, un bel chicco d’uva dolce!” e, intanto, Krsna descriveva le fontane aggraziate, le vesti eleganti delle sue figlie, e le statue e.. “Non chiedo altro un chicco d’uva, figli miei, – strepitava la vecchia – non è poi molto, un chicco d’uva! La figlia prese il cesto dell’uva che era sul tavolo e lo appoggiò ai piedi della vecchia, sul letto, ritornando poi accanto a Krsna che continuava a raccontare. “Ma è lontana – si lamentò la vecchia – non ci arrivo, il chicco d’uva dolce è troppo lontano.. insisteva con voce robusta e capricciosa.
“Insomma, basta che allunghi la mano e la puoi prendere!” esclamò la figlia senza distogliere lo sguardo e l’ascolto dallo zio affascinante.
Il vecchio padre, lento lento e tremolante, si alzò dalla sedia e, piano piano, si avvicinò al cesto d’uva. Da un grappolo staccò un chicco e avvicinò la mano tremante verso il viso della moglie. Poi la sua mano esitò, si fermò e tornò indietro. Con le dita malsicure e incespicanti il vecchio tolse la buccia al chicco d’uva, gli tolse i semi poi lo mise tra le labbra della moglie.
Krsna suonò lo zufolo e il tempo si fermò. Guardò i quattro esseri umani immobili nella stanza maliziosamente.
Suonò una prima volta lo zufolo e il figlio divenne cieco ad entrambi gli occhi. Suonò una seconda volta lo zufolo e la figlia ebbe le mani rattrappite per sempre. Suonò una terza volta lo zufolo e la vecchia, pur restando gravemente malata, ebbe altri trent’anni di vita. Suonò una quarta volta e il vecchio ritornò giovane ed ebbe l’immortalità.
Poi Krsna lo prese per mano e lo condusse con sé, beneamato tra i suoi servitori. Ananda

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