Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Conversazione attorno al legame con i figli,
al soffrire per le loro difficoltà,
al perderli quando la Vita li chiama a sé
troppo presto per noi.

Premessa

Nelle pagine che seguono troverai la trascrizione di una conversazione avvenuta durante un “gruppo di approfondimento sulle dinamiche della mente” che si è svolta nella primavera del 2007.
Questi gruppi di approfondimento non hanno un tema fisso: di volta in volta, sulla base di un impulso fornito da qualcuno dei partecipanti, si imposta e sviluppa un tema relativo al vissuto e si propone uno sguardo che parte da una visione ampia della realtà esistenziale che ciascuno vive.
In questo caso il tema è stato proposto da una donna cinquantenne che qui chiameremo Aprile, che ha perduto in una notte una figlia ventenne e, poco tempo dopo, ha visto un figlio ventunenne entrare in una comunità terapeutica.
La conversazione è condotta da Settembre.

Precisazione
I modelli di pensiero che “dal silenzio” usa, quasi mai fanno riferimento a concetti duali quali, evolvere, trasformarsi, divenire.
Preferiamo muoverci all’interno di logiche non duali che comprendono la realtà come rappresentazione multidimensionale della mente: in questa visione l’accento non è posto sul divenire ma sull’essere, non sul tempo ma sul non tempo, non sulla mente ma sulla non mente, non sulla volontà ma sulla resa.
In questa conversazione il conduttore ha utilizzato linguaggi più vicini alla consuetudine delle menti, perché la delicatezza della situazione lo richiedeva.

Approfittiamo del discorso aperto con Aprile, approfittiamo, se sei d’accordo, della tua situazione, non nei particolari evidentemente, ma della tua situazione per fare un discorso più generale sulla nostra esistenza, l’esistenza dell’altro, la relazione col dolore dell’altro, da un lato; dall’altro lato questo rimanere attaccata della mente a certe situazioni, perché la mente rimane attaccata a certe situazioni, questo lo sapete.
Cominciamo dalla prima questione, discorso difficile oggi, molto difficile, perché abbiamo dei figli tutti quanti. Il grande problema è che quando soffre qualcuno, un collega di lavoro, una persona non vicina, con cui non c’è una prossimità, non c’è un vincolo, con cui non c’è una complicità, quando soffre una persona non vicina, è abbastanza facile mantenere il distacco, ma quando soffre una persona vicina è molto più difficile, quando soffre un figlio, come si fa a mantenere un distacco rispetto alla sofferenza di un figlio!
Una sofferenza seria, esistenziale, di crescita, poche cose come i figli ci mandano nel pallone; il partner non ci manda nel pallone come un figlio, la sofferenza di un figlio ci crea veramente dei problemi.
Quale meccanismo si scatena? Il meccanismo di identificazione evidentemente: tu sei mio figlio ed io non posso non entrare in questa sorta di empatia, mi rimane difficile non entrare in questa empatia perché quasi, se non vi entro, mi sembra di non volerti bene, mi sembra di non coltivare un rapporto con te, mi sembra di lasciarti al tuo destino, mi sembra di non starti a fianco, di non essere tuo padre e tua madre, se non soffro con te.
Come fa un genitore dentro di sé, a pensare: devo lasciarlo al suo dolore, debbo lasciarlo alla sua difficoltà, come fa a pensare questo, non ce la fa, un genitore entra in empatia!
E questo è un moto normale e naturale io direi, ed è una fase che bisogna attraversare; ripeto, tutti abbiamo figli e tutti quanti in una forma o nell’altra ci siamo passati, d’accordo? Poi certamente qualcuno ha dei figli che hanno sofferenze più particolari, anche più intense, però dopo questa prima fase di empatia, quando la sofferenza del figlio è una sofferenza prolungata nel tempo – sto seguendo in questo periodo un ragazzo di diciotto anni con manifestazioni psichiche molto preoccupanti che è in questa situazione da diversi anni, la famiglia è profondamente logorata da questo stato, e non può che condividere il dolore del figlio e lasciarsi anche devastare dal dolore e dalla situazione esistenziale del figlio; d’altra parte in quattro anni ha dovuto sviluppare delle difese – e quello che accade è proprio questo, quando la sofferenza è prolungata nel tempo necessariamente delle difese debbono svilupparsi e allora cosa significa difendersi rispetto al dolore di un figlio?
Questa è una faccenda veramente seria perché o la comprendiamo o siamo destinati ad un tunnel di sofferenza senza fine.
Per comprendere questa cosa dobbiamo partire da un assunto fondamentale: che il figlio non è nostro ma è della Vita. In noi è radicata questa disposizione profonda che recita che il figlio è nostro, è un qualcosa che appartiene al nostro ambito, è qualcosa che in una molteplicità di modi ci riguarda e di cui siamo responsabili; tutte cose vere, assolutamente sacrosante, ma che non tengono conto di un fattore, non tengono conto che il figlio, al di là del fatto che noi l’abbiamo generato, il figlio appartiene alla Vita e ha un progetto, un percorso, una sceneggiatura relativa al suo film, un qualcosa tra lui e la Vita, non tra lui e noi, dove ci siamo anche noi, certo, ma dentro l’economia del suo film e del suo percorso; questo è un aspetto che il genitore a volte fa difficoltà a comprendere.
Il genitore ha sviluppato questa relazione affettiva, empatica col figlio ed è portato in qualche modo, inevitabilmente, ad inglobare il figlio nella sfera della sua esistenza, invece la realtà non è in questi termini: il figlio è della Vita, questo è fondamentale e il genitore concettualmente lo capisce anche, ma tra il capirlo concettualmente e invece il sentirlo c’è di mezzo un abisso, ma proprio un abisso grande.
Dire che un figlio appartiene alla Vita significa dire che un figlio ha un progetto suo, un percorso interiore, un laboratorio esistenziale, con cui si misura e che è la ragione per cui vive, che sostanzia il suo esistere: tutto il resto è funzionale al compimento di questo processo.
Quando parlo di progetto non parlo di un aspetto consapevole, parlo di un qualcosa per cui è venuto al mondo, di forze che dentro di lui devono crescere, devono svilupparsi, devono maturare, devono manifestarsi; di una persona che deve trovare il suo posto, la sua espressione, che deve trovare la sua autocomprensione; parlo di un processo intimo, profondamente intimo che sorge dalla “personalità spirituale”, poi riguarda ovviamente anche la personalità psichica, ma innanzi tutto di un qualcosa che avviene nell’intima profondità delle forze spirituali di quella persona.
Ciò che riguarda il progetto esistenziale di una persona evidentemente è sempre frutto di quella sceneggiatura, di quello Sceneggiatore che dicevamo, di quella azione e progettualità più vaste della comprensione umana, con la quale uno viene al mondo; quindi i nostri figli sono venuti con un loro progetto esistenziale, e con questo dobbiamo fare i conti, se voi permettete.
Attenzione bene a pensare che essi siano un foglio bianco, tutto da scrivere, che non abbiano alcun percorso esistenziale impresso nel loro intimo; a pensare che siano venuti qui e sfortuna ha voluto che siano venuti in famiglie, si siano ritrovati in famiglie dove hanno subito abusi o dove hanno avuto un eccesso di madre, una carenza di padre o dove, in un qualche modo, siano successe sciagure e via dicendo che li hanno traumatizzati: attenti a pensare che la Vita così, per caso, distribuisce i figli, dove capita capita. Se non comprendiamo questo non capiremo mai come possiamo affrontare situazioni di sofferenza prolungate nel tempo, o anche acute, non ha importanza; non capiremo che quando quel figlio entra in quella famiglia lo fa sulla base di un qualcosa che interiormente lo porta e lo vincola e che sorge dalla sua relazione con lo Sceneggiatore, su un qualcosa che lui nel profondo del proprio essere sa che è bene per sé e allora, in quel tempo e in quell’ambito di rappresentazione, quella famiglia lì è quella più adatta per il suo processo esistenziale di trasformazione.
Dunque una persona viene condotta nella vita, in questo ambito rappresentativo, perché la vita non è altro che rappresentazione – di questo abbiamo parlato tante volte – da quel qualcosa più grande di lui: non possiamo analizzare questo argomento se non tiriamo in campo sempre quel qualcosa di più vasto di noi: mi raccomando, perché se perdete di vista questo, avete perso di vista tutto quanto; il discorso che faccio non ha nessun fondamento sul piano puramente umano, se devo affrontare una questione così soltanto nei suoi aspetti psicologici, lasciamo perdere, andiamo a casa.
Una cosa così possiamo affrontarla ed ha senso affrontarla solo se si chiama in campo qualcosa di più vasto. Quando un figlio viene in una famiglia quella parte interiore di lui che chiamiamo spirituale, che possiamo chiamare anima o sé, chiamatela come vi pare, non importa, sa che ciò che l’aspetterà è importante per il suo sentire interiore, per il dispiegarsi del suo sentire interiore, per l’evolvere, se volete usare questo termine, della sua coscienza.
Se non ci fosse una motivazione perché mai una persona dovrebbe vivere l’avventura dell’incarnazione? C’è evidentemente un movente, un pungolo, un qualcosa che la sospinge. Sapete che quando una persona non ha più questo movente, quando più nulla la spinge allo sperimentarsi, allora esce dal così detto ciclo delle rinascite: tutti concetti che a noi non interessano, ma che qui utilizziamo per giungere al nocciolo di ciò che ci interessa dire.
Quindi una parte profonda della persona sa, questo deve esservi chiaro; e quindi non si nasce nel luogo sbagliato, non si nasce nel tempo sbagliato, non si nasce nella famiglia sbagliata, ma si nasce sempre nella famiglia più opportuna, non ho detto nella migliore, nel tempo più opportuno e nel luogo più opportuno, non ho detto nei migliori, per il proprio lavoro interiore, per i processi di trasformazione nei quali la persona è coinvolta.
Nella realtà della mente, da essa creata e da essa sostenuta, la rappresentazione avviene in questi termini e secondo queste logiche: se facciamo difficoltà a comprendere questo, allora tutta la vita non può apparirci altro che caratterizzata da una buona dose di follia.
Nella realtà della mente, dentro i parametri della mente, le cose stanno così: da un altro punto di vista le cose non stanno affatto così, ma nella realtà creata dalla mente questo è il suo disporsi apparente.
Quindi quando un figlio viene e quella famiglia alleva quella piccola creatura, essa è affidata, letteralmente affidata, a qualcuno perché questo qualcuno (il genitore) possa essere messo nella condizione di fare il proprio lavoro interiore; quindi quel figlio è il collaboratore efficace di quei genitori. Questi, a loro volta, sono i suoi collaboratori efficaci fin dal primo giorno di vita, affinchè in questa creatura si possano sviluppare le forze necessarie attraverso i conflitti necessari, le frustrazioni necessarie, le gratificazioni necessarie, gli accadimenti necessari a che possa compiere il suo percorso interiore, il suo processo interiore; perché, vi ricordo, la vita è trasformazione dell’intimo, la vita è trasformazione della coscienza, la vita è, direbbero i maestri, trasformazione del sentire di coscienza.
Quindi il genitore è il collaboratore efficace che sta a fianco di un figlio che fa il suo percorso nella trasformazione. Quando un figlio diventa grande, necessariamente va incontro al compimento del suo compito esistenziale, necessariamente; man mano che diventa grande, che cresce, che si emancipa fisicamente, affettivamente, mentalmente dai genitori, man mano che questo processo di crescita avviene, il figlio si affranca dalla dipendenza e continua ad affrontare passo dopo passo, in una forma nuova, il suo processo interiore.
Quelli che noi chiamiamo i problemi del figlio, le difficoltà del figlio, sono le sue sfide, i suoi momenti di apprendimento, le sue occasioni di trasformazione; sono le possibilità che la vita offre a lui, o a lei, di conoscere se stesso, di fare i conti con le proprie forze interiori e di vivere dei processi che lo trasformano nell’intimo.
Se non comprendiamo che le sfide che i nostri figli si trovano ad affrontare sono sfide assolutamente fondamentali e insostituibili che fanno parte del loro processo di crescita e di trasformazione, ahimè, faremo come tanti genitori oggi fanno, cercando di evitare ai propri figli tutte le frustrazioni.
Così facendo impediscono loro di crescere nelle situazioni che invece a loro appartengono: ai figli non si possono togliere le frustrazioni, non si possono togliere le scene della loro vita perché se ne togli una, comunque la Vita gliene darà un’altra, perché la vita è quello che è e il processo su quel figlio lo conduce avanti.
Stiamo attenti come genitori, in ogni età ma soprattutto quando i figli cominciano ad essere grandi e autonomi, a non interferire troppo con i loro processi: allora, quando i figli cominciano ad essere grandi – per “figlio grande” intendo il figlio dopo il ventunesimo anno di età, quando nella dimensione costitutiva dell’essere tutte le forze cominciano ad essere presenti in modo completo, dopo il ventunesimo anno di età – a quel punto si presenta sempre per il genitore una grande scelta che è quella di farsi indietro e di lasciare che il proprio figlio, la propria figlia, sviluppino quel processo interiore che si gioca tra loro e la Vita, tra la Vita e loro e sempre di meno con noi, sempre di meno con noi come genitori; più il figlio cresce più la partita è tra lui e la Vita, sempre di meno è con noi.
Il protagonismo che abbiamo avuto lungo tutto l’arco della crescita e che aveva un suo senso ed anche una sua necessità – sebbene anche qui ci sarebbe molto da discutere, perché un figlio piccolo è già un essere che va per la sua strada, ad ogni età va per la sua strada – comunque quel protagonismo ad un certo punto diventa pernicioso e bisogna ritrarsi.
Il figlio si trova di fronte delle forze che dentro di sé non sono maturate, delle forze che sono da maturare, che sono da strutturare, degli ostacoli che sono da superare, delle difficoltà che sono da imparare ad affrontare: è la sua esistenza, questo lo dobbiamo comprendere, non è la nostra esistenza, permettete. E’ la sua esistenza di essere che ha un suo percorso e che risponde alla Vita e la Vita lo interroga: la nostra mente di genitore questo lo comprende ma fa difficoltà a metterlo in atto.
Che cosa accade in noi?
E qui dobbiamo capire che cosa accade in noi allora, le difficoltà dei nostri figli possono essere veramente grandi, alcuni di voi hanno figli in difficoltà, altri no, ma guardatevi attorno; tutte le volte che io lavoro con un giovane, lavoro in fondo con un figlio, dietro c’è una famiglia che soffre, ne sono perfettamente consapevole, ma io vedo quel figlio lì e lo vedo come essere, non lo vedo come figlio, lo vedo come persona che sta conducendo il suo percorso, il suo processo, che ha una partita aperta con la Vita e la Vita lo interroga.
Lo vedo come essere indipendente che va per la sua strada, non posso, non debbo, non voglio vederlo come genitore, perché altrimenti introduco una distorsione.
Quanti giovani in tutto il mondo, ieri sera chi di voi ha visto la trasmissione “Che tempo che fa” avrà visto di quel giovane della Sierra Leone che ha fatto il soldato bambino, dai tredici ai quindici anni, ha fatto il soldato bambino ed ha fatto e subito cose atroci; oggi è ambasciatore dell’Unicef ed è uno dei pochi, evidentemente, che si è salvato.
Trecento mila bambini in tutto il mondo che sono soldati bambino, è sbagliato? Non saprei, è la loro vita, sono i loro processi, abbiate pazienza, sono i loro processi interiori, è la partita che c’è tra loro e la Vita, è il loro programma, il loro film, è la loro sceneggiatura; attenti al giudizio e attenti a dire “sono situazioni sbagliate”, è il loro film.
Io capisco che è dura, capisco che è durissima da accettare una cosa così, come è durissimo da accettare, non so, il destino di decine di migliaia di bambine tailandesi che si prostituiscono agli occidentali, come è difficile o è impossibile da accettare il destino di quante decine di migliaia di bambini, o anche di adulti, che vendono parte del loro corpo, i loro organi; ma è il loro film, è la loro vita, è il loro processo interiore.
Una cosa è la protesta, la ribellione per le umane ingiustizie, per la sopraffazione, lo sfruttamento: una cosa è la protesta che nella propria umanità è sacrosanta e quando non c’è induce perplessità su quella persona, altra cosa è l’osservare la realtà della vita individuale e collettiva, ora con i paradigmi della mente, ora da un punto di vista non limitato dalla mente umana, dalle emozioni e dal principio di individualità e di dualità.
C’è, nel percorso interiore della persona, un momento in cui la realtà non viene più letta con gli strumenti della mente: se oggi ciò che dico vi sembra folle, può darsi che domani dal vostro intimo sorga uno sguardo diverso, che vi porterà a comprendere la rappresentazione chiamata vita non più nei termini di una eterna lotta tra bene e male: una visione questa che dal mio punto di vista nulla spiega ed anzi tutto ottunde.
Continuiamo.
C’è una realtà della mente e nella mente e nel tempo, e c’è una realtà che esula le logiche della mente e del tempo: la persona della Via è chiamata a saper interpretare la realtà.
Attenti a pensare che la Vita ha fatto delle sceneggiature balzane, che alcune vite sono sbagliate, attenti a pensare che la sofferenza di un figlio, di una figlia, di qualcuno, sia folle, sia ingiusta e sia, come dire, inutile.
Io so che un genitore, ovviamente, entra in grande crisi per il dolore di un figlio, però stiamo attenti perché non sappiamo qual è l’economia intima e profonda di quel figlio, noi possiamo a volte sapere – e di rado lo sappiamo – qual è l’intima natura della nostra economia esistenziale, ma come facciamo a sapere perché a quel figlio capita quella sofferenza, che cosa deve lavorare nel profondo, come facciamo a saperlo quando non sappiamo quasi niente di noi e come facciamo a dire che le sfide che quel figlio si trova ad affrontare sono sbagliate, sono ingiuste.
Attenzione su questo, è giusta la ribellione della mente che dice: “ma tutta questa sofferenza, non è giusta!”, la capisco questa ribellione della mente, la trovo anche giusta e spesso anche necessaria, però a questo punto del nostro ragionare mi sorge un problema: che cosa porta un genitore a farsi carico, ad entrare in empatia con un figlio?
Un processo assolutamente naturale nella mente di un genitore: la mente di un genitore è strutturata in un certo modo e quindi non può non entrare in empatia, e non può non soffrire per un figlio; il problema non è questo, ma quando questo diventa uno stato che perdura nel tempo e di fronte al quale noi non reagiamo.
Ad un certo punto dobbiamo comprendere quel moto di espansione, quel moto di empatia, quel moto di inglobare nostro figlio nella nostra vita; questo facciamo, lo inglobiamo nella nostra vita e non riconosciamo l’alterità della sua vita; quando noi facciamo questa operazione stiamo alimentando la nostra mente e i suoi processi eccitatori.
Oltre il giusto e naturale moto di empatia subentra una distorsione quando invece dovrebbe, in qualche modo, subentrare una forma di “distacco”, necessaria perché altrimenti non si regge la situazione: noi continuiamo, invece, a soffrire, a soffrire, a soffrire.
Questo viene a realizzarsi perché la nostra mente costantemente cerca e si alimenta di situazioni che la sballottano, che la eccitano, che le danno senso, che le danno pregnanza, che le danno pienezza; voi ricordate che la mente è un marchingegno basato sull’eccitazione, cui non interessa se si eccita per il piacere o per il dolore, non è vero?
Oltre un certo limite nell’atteggiamento del genitore che si fa carico del dolore del figlio si introduce una distorsione, oltre quel certo limite, e la distorsione è nella natura della mente che ad un certo punto va a cercare l’eccitazione e la trova nel dolore; so che questo è un discorso difficile e so che più di tanto non vi piace.
Però questo discorso non possiamo non farlo noi che ci occupiamo di mente e della conoscenza della mente e di percorsi interiori; non possiamo non fare il discorso su come al di là dello slancio materno o paterno ad un certo punto la mente va alla ricerca di situazioni che la fanno sentire ad un certo livello e tenore di consistenza, che le danno una certa vitalità, che le danno un senso di essere e un senso di esistere.
Lì, in virtù della sofferenza di nostro foglio, entriamo nello sballottamento della mente che, nel lungo periodo, diventa elemento costituente la nostra identità.
Allora, vi faccio un esempio, l’esempio classico che faccio sempre e che è quello del depresso, perché non mi va di fare l’esempio del padre o della madre che sono legati ad un lutto, non mi va perché suonerebbe troppo forte, ma vi faccio l’esempio del depresso che è legato alla sua depressione. Perché tante depressioni non si risolvono? Perché il depresso è legato alla sua depressione.
Ci sta bene nella sua depressione? Ma no che non ci sta bene, non ci sta bene assolutamente, ma la mente del depresso ci sta bene? Allora è più complicato, la mente del depresso da quegli angoli di umido, di dolore, di tristezza e anche di disperazione, da quegli angoli lì trae forte sballottamento e forte eccitazione, non solo, la personalità del depresso si struttura con i mattoni del sentire depresso, con quei mattoni lì si struttura, con quelle emozioni, con quei pensieri e con quelle azioni nel corso degli anni o dei decenni: ad un certo punto il depresso è la depressione, la depressione è la sua esistenza, non solo, la depressione è la sua identità, attenzione, e lui non può e non vuole distaccarsi dalla depressione perché si distaccherebbe da ciò che lo costituisce.
Vi ricordo che noi siamo costituiti di emozioni, di pensieri e di azioni. Se tu coltivi per decenni determinare emozioni, determinati pensieri, determinate azioni di un certo tipo, con una certa caratterizzazione, alla fine non sei che quello; la mente è il suo contenuto, l’identità è il frutto del contenuto della mente, non altro l’identità è che interpretazione dei contenuti della mente.
Allora se io vivo per anni nel buio, negli angolucci del dolore o vivo per anni nella devastazione della disperazione, questo diventa il materiale con cui sono costituito, alla luce di quel modo io mi interpreto, alla luce di quel modo interpreto la realtà.
Ricorderete quando discutemmo con Maggio di questo, del fatto che lui si interpretava come l’abbandonato, lui leggeva tutta la sua esistenza come colui che è abbandonato e partiva quindi da un sentire interiore, da una emotività, da una concettualità, da esperienze precise che lo costituivano e alla luce di quelle, di ciò di cui era costituito, interpretava la sua realtà personale e la realtà generale degli esseri umani.
Il grande problema di ogni persona e in particolare di un genitore quando vive situazioni devastanti, è che non riesce a distaccarsi perché, quasi, di fronte a un figlio che se ne è andato, di fronte a un figlio che sta male, quasi sente di tradirlo; come posso dimenticare un figlio che non c’è più, come posso, lo tradisco! Se torno a vivere, lo tradisco!
Se lo dimentico, come posso dimenticare un figlio che sta male, che è in una sofferenza acuta, lo tradisco; ecco questa è una struttura concettuale precisa su cui vi pregherei di riflettere, ma di riflettere tanto, perché è un qualcosa che la mente recita, ma che veramente non è vero.
Non tradiamo quel figlio che se ne è andato o che è in una sofferenza, non lo tradiamo affatto, la questione non sta in questi termini; quello che facciamo invece, se non alimentiamo quel dolore, se non alimentiamo quel senso di perdita e di separazione, è accorgerci che la nostra mente si sente di perdere qualcosa che per lei invece è di vitale importanza.
Se io ad un certo punto devo distaccarmi da un figlio perduto non posso, tutto in me si oppone a quel distacco. Ma questo non ha a che fare col figlio perduto, abbiate pazienza, questo ha a che fare con un meccanismo della mia mente, dove io non voglio abbandonare un oggetto che appartiene alla mia mente e che nella profondità la sballotta, la eccita e le conferisce senso.
Capisco che questo è un discorso molto duro ma il non volere abbandonare, il non volere abbandonare il nostro passato o il non volere lasciare che i nostri figli vadano incontro al loro progetto esistenziale, il non lasciarli – certo li lasci con un dolore, lasci un figlio che sta male, mica lo lasci con un sorriso sulle labbra, lo lasci con un dolore dentro – ma nonostante quel dolore lo devi lasciare al suo cammino, lo devi lasciare a quello che la Vita produce in lui.
Lo devi lasciare; capisco che la mente si oppone, ma si oppone radicalmente non perché non è nell’interesse del figlio, state attenti su questo, si oppone non nell’interesse del figlio e neppure per conservare un legame con lui o con lei, ma per ragioni più profonde e più sottili, intrinseche alla natura della mente: si oppone perché perde un oggetto di eccitazione, di sostanziazione, un qualcosa che le dà senso, significato; le dà pregnanza, le dà pienezza, le dà senso di esistere, le dà senso di esserci. Qualcosa di fondamentale che le conferisce individualità, personalità.
Questo è il grande problema. E così vale per un figlio che è andato; rimaniamo attaccati a quello: quel figlio non ha bisogno di noi, però la nostra mente ha bisogno dell’immagine di quel figlio e del legame con quel figlio.
Ma allora chiediamoci perché, se quel figlio non ha bisogno di noi, chiediamoci perché soffriamo tanto nel lasciarlo, e ci diciamo che lo tradiamo se lo lasciamo, non è forse un meccanismo interno, intrinseco, intimo della nostra mente?
So di fare discorsi difficili e dolorosi e che sembrano fatti da uno che non conosce il dolore; che un figlio se ne sia andato o che un figlio abbia una difficoltà è qualcosa che appartiene alla Vita, non appartiene a noi, non appartiene a noi. Quello che noi possiamo fare è vedere il movimento delle nostre menti, l’attitudine delle nostre menti, il nostro avere bisogno di oggetti, di situazioni, di persone, di affetti, di emozioni, di pensieri a cui legarci e come da questo trae senso e si struttura la nostra esistenza.
E’ naturale che un genitore faccia tutto il possibile per un figlio, il problema non è questo. E’ con quale visione interiore fa tutto questo.
Il grande rischio che corri, Aprile, è di fondare i tuoi anni presenti e i tuoi anni futuri sul dolore, e più tu fondi sul ricordo di colei che se ne è andata, e più tu fondi sulla presenza di costui che soffre, più tu diventi quel dolore lì e più di quel dolore non potrai farne a meno, la tua mente non potrà farne a meno, perché la costituisce e ti costituisce come persona.
Se ti è possibile puoi invece pensare a colei che se ne è andata e a costui che soffre, le puoi pensare come due persone non abbandonate dalla Vita, ma che la Vita continua a portare nel palmo della Sua mano. E ci vuole, rispetto a questo, una apertura di credito nei confronti della Vita, ci vuole un gesto di fiducia, un gesto di abbandono: tu guarda come lo stare dentro il tuo dolore toglie la fiducia e toglie l’abbandono!
La vita non è follia, e non è una follia se questa ragazza a vent’anni se n’è andata, e non è una follia se questo ragazzo a ventuno ha dei problemi; è qualcosa che appartiene all’intimo delle loro vite: puoi provare, se ti riesce, a lasciare alle loro vite quello che è delle loro vite, soffri il tuo dolore ma impari anche ad abbandonarti, a distaccarti dal tuo dolore, continuando a vivere, perché credo che loro vogliano che tu viva e perché credo che loro abbiano bisogno della tua vita, non della tua morte lenta.

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