La paura di perdere e i fraintendimenti relativi

Nel linguaggio del Sentiero, i temimi perdere, scomparire, irrilevanza ricorrono di frequente: quando vengono letti, o ascoltati da una identità che li interpreta secondo il loro significato corrente, nascono quasi sempre degli equivoci e, non di rado, un rifiuto.
Eppure in ambito spirituale dovrebbero essere ampiamente sdoganati: è risaputo anche dai neofiti che la libertà, è libertà da sé.
Alcuni vedono in questa libertà da sé quasi la negazione della nostra umanità, del significato stesso del vivere, della sua importanza, della sua sacralità.
Provo un certo imbarazzo a discutere dell’ovvio: chiunque conosca l’esperienza dell’ascolto, dell’osservazione, dello stare, del darsi tempo, del pregare, del meditare, del contemplare dovrebbe aver avuto accesso ad una visione più ampia della realtà in cui ha sperimentato la limitatezza del sé personale.
Avere la consapevolezza che l’umano non è riducibile alla sua incarnazione, non credo significhi negare questa e ciò che essa può portare come esperienza, come possibilità, come dono.
Solo una mente prigioniera della propria dualità, può pensare che l’aprirsi sul non conosciuto, sul non riconducibile ai sensi e a ciò che riteniamo oggettivo, voglia dire negare il conosciuto. Tutti sanno, lo spero, che oltre il mondo dei sensi esiste il mondo che un tempo si chiamava il mondo dello spirito, che è possibile sperimentare, che viene quotidianamente sperimentato da tutti coloro che meditano, che pregano, che hanno consapevolezza del loro essere interiore.
Perché mai debba esserci contraddizione, o addirittura incompatibilità, tra l’esperienza del mondo dei sensi e l’esperienza spirituale, è per me un mistero.
Se si ha conoscenza dei propri processi interiori, si sperimenta che l’accesso ad una percezione più spirituale della realtà, l’aprirsi all’ascolto vero, all’osservazione vera, all’accoglienza vera richiedono un farsi da parte della propria centralità egoica.
Con me al centro, vedo solo me. Con la disponibilità a mettermi da parte, si apre un mondo sconfinato perché quella marginalità di me crea le condizioni di una ricettività, di una accoglienza, di una permeabilità alla realtà che accade, impensabile e inaccessibile finché la consapevolezza è occupata dal mio esserci.
Ecco perché noi parliamo di perdere, di scomparire, di irrilevanza: perché sono le condizioni per allargare il nostro sguardo, ma nulla hanno a che fare con la perdita del nostro essere incarnati, del nostro tragitto personale ed esistenziale.
Certo, comportano la perdita della nostra centralità egoica ed egoistica: sarà per questo che alcuni di noi sobbalzano quando usiamo quei termini?

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Immagine da https://goo.gl/mnBs8P

2 commenti su “La paura di perdere e i fraintendimenti relativi”

  1. Strano che sotto questo post non vi sia alcun commento. A partire dal mio ovviamente.
    Stasera (25 feb 2022) partiremo da questo post per confrontarci all’interno del gruppo “i viandanti”.
    Il tema dell’io, dell’ingombro di sé, dell’egocentrismo, dell’egoismo, è molto vasto.
    Col passare del tempo, come è naturale che sia, alcune comprensioni vengono messe in crisi, dubitate, da vari fattori, endogeni ed esogeni, affinché si ricostituiscano più ampie, più solide o anche diverse.
    Oggi concepisco l’io come l’appiccicamento (adesione) che la coscienza ha con l’insieme dei corpi transitori che costituiscono la persona.
    Ecco allora che se aderisce ad un’emozione, la persona diverrà quella emozione, quasi in toto, perdendo di vista le altre sue parti e prendendo di vista quella piattaforma più profonda che il sentire di esistere.
    Ora perché la coscienza sia così stupida da appiccicarsi alle istanze dei propri corpi, resta per me da indagare.
    Vero è che quando si emancipa un po’ e torna alla sua essenza costitutiva, la persona, centro di coscienza (e di espressione), normalmente prende respiro e allarga i propri orizzonti.
    Se poi comunque il mio ego mi portava ad uccidere un cinghiale, forse dovrò assecondarlo anche dopo aver respirato.
    È un’esperienza necessaria alle mie comprensioni.
    Oppure, nel momento che ho respirato, sono tornato a zero, vedo la scena senza essere più schiavo dei bisogni del mio ego e allora rinuncio ad uccidere il cinghiale e mi accontento di mangiare l’erba?
    È qui il mio timore.
    Abbandonare l’io anzitempo per aderire ad un richiamo in tal senso proveniente da qualsiasi percorso spirituale, può essere pernicioso?
    La mia esperienza adolescenziale mi porterebbe a rispondere: “a volte si”.

    Rispondi

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