Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

d-30x30Possedere. Dizionario del

È tipico dell’essere umano – sottolineano le Guide nei loro interventi – non rendersi conto di ciò che possiede, di non apprezzare ciò che ha, di non sentirsi fortunato, felice per le cose belle che lo circondano e che rendono vive e vivibili le sue giornate.
Ed è altrettanto tipico dell’essere umano il rendersi conto di tutto ciò che di buono possedeva e di cui usufruiva soltanto nel momento in cui queste cose, per un motivo o per l’altro, gli vengono tolte.

Messaggio esemplificativo (1)

 Fratelli, sorelle, la vita che state vivendo quotidianamente, è già irta di difficoltà, di ostacoli ma, malgrado questo, che cosa fate voi, in verità, per impedire che essa si inasprisca ancora di più, per aiutarla a fluire in modo più pacato e per questo, più facile da affrontare? Creature mie, se voi davvero riusciste ad apprezzare quello che possedete, non solo a parole, ma proprio per intima convinzione, riuscireste ad essere molto più felici e ad affrontare con serenità molto maggiore ciò che, inevitabilmente le esigenze della vostra vita evolutiva vi conducono a sperimentare.
Voi sapete, figli miei, che io non sono solita fare discorsi molto complicati, tanto che spesso essi vengono giudicati anche troppo semplici, tuttavia questa volta, vorrei parlarvi attraverso la mia analisi non dotta, ma sentita, di una frase del Maestro Gesù la quale, così spesso citata, non è quasi mai altrettanto spesso compresa e messa in atto: «Beati i poveri, perché loro è il Regno dei cieli!» Quante volte, fratelli, quante volte, sorelle, avete sentito questa frase, e quante volte, avete veramente cercato di capirla fino in fondo? Vi prego, miei cari, non rispondete che la frase è semplice da comprendere e che, infatti, voi la comprendete perfettamente! Vi prego col cuore di non dirlo, perché sarebbe troppo facile per chiunque – e quindi, anche per me – dimostrarvi che non state dicendo la verità, né a me, né a voi stessi! Se, infatti, voi aveste compreso davvero quelle parole, come mai vi ascolto così spesso, nel corso delle vostre giornate, fare conti su conti, tormentarvi per cose che dovete pagare e comperare, criticare, più o meno violentemente, chi già possiede queste cose senza, magari, avere fatto nulla di evidente per meritarsele?
Fratelli, sorelle, beato è il povero che riesce a non desiderare più del poco che possiede, perché davvero, allora il regno dei cieli sta per essere suo! E voi, che pure poveri non siete, quante cose desiderate ottenere, cose che, quasi sempre, una volta ottenute non diventano altro che trampolini di lancio per altri desideri, più o meno irraggiungibili? Fratelli, sorelle, beato è il povero che riesce a non provare invidia per ciò che gli altri posseggono, perché, davvero, allora, le porte del regno  dei cieli sono spalancate davanti a lui! Ma come non desiderare, come riuscire a non restare condizionati da ciò che, in continuazione, la cultura in cui vivete vi pone come mete desiderabili, da conquistare a qualunque prezzo? Sarebbe così semplice, miei cari, riuscire in ciò, se voi solo voleste farlo: basterebbe che ogni giorno guardaste ciò che già possedete e cercaste di gustarlo fino all’ultima goccia. Purtroppo, invece, vi lasciate sovrastare dai vostri affanni e non ponete soverchia attenzione a ciò che avete e che, dentro di voi, deprezzate sotto la spinta del vostro egoismo, che vi vuole vedere in competizione con i vostri fratelli, in continua, silenziosa lotta per cercare di avere quello che loro hanno e, possibilmente, anche qualcosa in più, in modo da valorizzare voi stessi.
«Beati i poveri, perché loro è il Regno dei cieli!» disse Gesù, ed è stato facile a chi ne aveva l’interesse, usare questa frase a scopi politici e propagandistici, ben lontani da ciò che il Cristo intendeva dire, perché Egli, in realtà, non intendeva esaltare la miseria, non intendeva dire ai suoi fratelli di diventare come San Francesco che tutto si levò per seguire il suo ideale di povertà. Egli intendeva dire, miei cari, che il regno dei cieli, il culmine dell’evoluzione spirituale dell’uomo, sta nella comprensione che la felicità non risiede nel possedere beni materiali, nel guadagnare, nell’essere avidi. Egli intendeva dire che proprio chi meno possiede, se semplice e umile nel suo poco possedere, più ha la possibilità di accorgersi di quanto, in realtà, possiede; più ha la possibilità di accorgersi che non solo lui, ma tutti gli uomini possiedono immensi patrimoni ed immense ricchezze che non usano e non sanno sfruttare nel modo più utile, perché neppure si accorgono di possederle.
Alcuni di voi potranno affermare di avere molto poco, di non togliersi nessuna soddisfazione, di dover lottare in continuazione con i conti per far quadrare il bilancio della famiglia e condurre un’esistenza decente, arrivando al punto di giustificarsi con la responsabilità che dà loro l’avere dei figli.
Certo, miei cari, proprio noi abbiamo sempre affermato che i figli hanno il diritto di avere dai genitori tutto ciò che questi possono loro dare, ma noi parlavamo dell’affetto, della comprensione, dell’educazione, dell’insegnamento, del rispetto degli altri, oltre che di se stessi. Quante volte, invece, sento qualcuno affermare: «I miei figli devono avere tutto quello che io non ho mai avuto!» e, quasi sempre, questa frase riguarda un vestito in più, un divertimento in più, quel sovrappiù del sovrappiù, che la maggior parte di voi considera essere sinonimo di felicità. Fratelli miei, sorelle mie, considerate le vostre giornate spassionatamente! Ognuno di voi provi a guardarsi attorno e ad elencare su di un pezzo di carta le cose che lo circondano e di cui, in realtà, potrebbe tranquillamente e senza alcun danno, fare a meno! Fatelo, e poi vedremo se avrete ancora l’animo di lamentarvi per qualcosa che non avete o per i «quattrini» che, temporaneamente, vi difettano. Considerate che, per quante cose voi abbiate segnate in sovrappiù sul vostro foglio di carta, con tutta certezza ve ne sono altrettante che non avete segnate, e che pure sono parimenti in sovrabbondanza.
Quanti di voi, fratelli o sorelle, hanno, non dico uno, ma due televisori, o registratori in casa! Quanti di voi non hanno da parte parecchie paia di scarpe che il più delle volte, restano negli scaffali perché soppiantate – per le esigenze del vostro Io, per il quale essere alla moda significa valorizzarsi – da altre scarpe? Quanti di voi hanno in casa libri che non leggeranno mai, acquistati sotto l’impulso del momento e poi trascurati? Quanti di voi non mangiano il cibo essenziale al buon mantenimento del corpo, oppure si nutrono con foga e ingordigia di cibi notoriamente dannosi alla salute e, forse proprio per questo, più costosi degli altri?
Compilate la lista che vi ho suggerito, miei cari, e resterete voi stessi meravigliati di quante cose inutili e superflue possedete, e capirete da voi stessi quanto la vostra mancanza di soldi, così spesso lamentata e causa di affanni, sia dovuta in gran parte anche a queste cose; e capirete che i vostri pensieri, le vostre preoccupazioni, i vostri dolori, così come le vostre effimere gioie sono dovute in massima parte proprio a queste cose in più che avete desiderato possedere e che quindi, non dovete maledire il destino o la vita o Dio stesso per tutto questo, ma capire che, voi stessi, con quanto volete e desiderate, siete gli artefici della vostra vita.
Essere semplici e umili, essere poveri nel senso cristiano, equivale – figli nostri – a saper godere ciò che si possiede. E voi, fratelli e sorelle, riuscite a farlo? Riuscite a godere della vostra buona salute o vi accorgete di averla avuta solo allorché una malattia vi fa constatare la differenza? Riuscite ad assaporare un bicchiere d’acqua, apparentemente insapore, o avete bisogno che manchino altre bevande e che la vostra gola sia riarsa dalla sete per riuscire a farlo? Riuscite a soffermare i vostri occhi su una scheggia di pietra e ad osservarne con meraviglia la forma ed ogni sua caratteristica, o i vostri occhi si fermano soltanto se colpiti dalle pietre colorate che altre persone ostentano sul loro corpo e che voi non possedete?
Beati i poveri che riescono a scoprire le ricchezze contenute nella loro povertà, senza lasciarsi distrarre ed attrarre dalle false ricchezze che altri esseri possiedono, perché loro è il regno dei cieli! Fratelli, sorelle, essere poveri, semplici, e umili non significa non possedere niente, ma significa scorgere la ricchezza di quanto già si possiede, molto o poco che esso appaia agli occhi degli altri uomini! Viola

1  Morire e vivere, pag. 168 e segg.

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte prima. Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior

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