Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

In questo scritto viene affrontato il tema del perdere se stessi, condizione necessaria affinché possa prendere forma e manifestarsi un modo di vivere non condizionato dalla mente e impregnato del sentire proprio della meditazione e della contemplazione.

Allora Gesù disse ai suoi discepoli:
“ Se qualcuno vuol venire dietro a me
rinneghi se stesso, prenda la sua croce
e mi segua. Perché chi vorrà salvare
la propria vita, la perderà; ma chi perderà
la propria vita per causa mia, la troverà.
Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se
guadagnerà il mondo intero, e poi perderà
la propria anima? O che cosa l’uomo
potrà dare in cambio della propria anima?
Matteo 16, 24-27

Il nostro lavoro consiste nel togliere, non nell’aggiungere, questo l’abbiamo detto molte volte ma non credo che sia chiaro e sufficientemente interiorizzato. E comunque quello del togliere, del perdersi, dell’abbandonare può essere anche un concetto affascinante, ma poi si scontra con tutte le dinamiche della mente tese all’affermazione di sé, e quindi rimane lettera morta oppure diventa un modo, molto sottile, di affermare se stessi dicendo:”voglio scomparire” dove l’accento è posto sul “voglio” e non sullo “scomparire”.
Quello che qui interessa affrontare è questa tensione tra l’affermazione di sé e l’abbandono di sé. Non c’è nessuna ragione per cui una persona debba abbandonare se stessa, perché mai dovrebbe farlo? Per seguire qualcun altro? Perché qualcuno ha detto che va fatto così? Perché un essere non dovrebbe utilizzare del palcoscenico del mondo per la manifestazione della propria fisicità, emotività, intellettualità? Perché non dovrebbe manifestare se stesso quando tutto nella vita, apparentemente, narra la manifestazione della propria caratteristica individuale, della propria specificità, della propria unicità?
Non sperimentiamo noi forse l’esclusività dell’essere di quell’albero, di quell’animale apparentemente uguale a tutti quelli della sua razza, eppure noi sappiamo, conoscendolo attraverso la frequentazione, profondamente diverso da ogni altro? Non sperimentiamo noi forse l’infinità varietà delle personalità umane e la loro irripetibilità? Tutto non canta forse l’individualità come sostanza dell’esistere su questo pianeta?
A chi scrive sembra di si, sembra che questa sia la realtà della vita come appare ai nostri occhi, come viene percepita dai nostri sensi, come viene interpretata dalle nostre menti.
Se questa è la realtà come appare allora è naturale che la persona dedichi la propria esistenza all’edificazione, alla manifestazione della propria identità.
Questi due termini: edificazione e manifestazione: l’identità si edifica, l’identità si manifesta. In ogni stagione della vita l’uomo conduce esperienze ed esperimenta modalità nel rapporto con sé e con il mondo, dalle quali deriva un disporsi, uno strutturarsi della sua mente: da questo strutturarsi prende forma un’immagine di sé, un’autorappresentazione, un comprendersi in un certo modo. Quest’autorappresentazione ci orienta nel dedalo di scene che la vita ci presenta: scieglieremo, cercheremo quelle coerenti con l’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi, scarteremo le altre, non conformi. Proporremo scene coerenti con l’immagine che abbiamo costruito di noi. Quindi ciò che vivremo, come atto attivo e come atto passivo, come scena creata e come scena subita, sarà sempre all’interno di una visione coerente con l’autorappresentazione di fondo che ci sostiene.
L’esperienza è costantemente ricondotta a sé, l’esperienza ha senso perché può essere mangiata, integrata, accorpata all’esistente, convalidandolo o anche smentendolo, ma comunque è sempre riconducibile ad un postulato di fondo: colui che compie questa esperienza sono io, attraverso questa esperienza io divento un’entità tangibile, io sperimento me. Io divento me attraverso la relazione con te. Tu sei il mio specchio, tu mi accogli o mi rifiuti, mi salvi o mi opprimi, mi dai la vita o me la togli, comunque, nella relazione con me tu mi confermi in quanto esistente.
E questo è il primo di tutti i miei bisogni: sentirmi d’esistere.
Poi, io ho molti altri bisogni, tutti posti in relazione con questo primo e fondamentale.
Abbiamo detto che ogni stagione della vita dell’uomo porta con sé i frutti dell’identità, molti o pochi che siano. Quindi, la vita, guardata da questo punto di vista, non è che uno sgranarsi di un lungo rosario in cui ogni grano è l’affermazione di un bisogno legato assieme in quella corona che canta l”io esisto”. Il vivere come canto del proprio esistere: molto poetico!
E’ così? Certo che è così, almeno fino a quando questo angolo visuale, perché di angolo visuale si tratta, di una interpretazione, di una delle interpretazioni possibili, fino a quando questa visione che pone sé al centro e la vita come asservente questa centralità, non entra in una fase di stallo o di crisi.
Lo stallo e la crisi. Ci sono vite apparentemente bloccate, che non si dispiegano, a cui è praticamente impossibile anche il complesso gioco dell’identità di cui abbiamo parlato prima. Forze interiori contrastanti si confrontano e confliggono e ciò che ne scaturisce è una paralisi, una mancanza di direzione, un’assenza di slancio creativo. Questo perché lo slancio creativo deriva, secondo il programma di fondo condiviso dalla propria mente e dalla generalità delle menti, dalla spinta all’affermazione di sé e del proprio diritto ad esistere. Ma questo processo che per alcuni è lineare, per altri non lo è affatto: allora, siamo di fronte a quelle persone che stentano a trovare la propria strada, la propria collocazione, il proprio ambito di rappresentazione. Questo conflitto è di fondo, tra una spinta che ti vuole portare nella vita e un’altra che ti trattiene? Si certo, ma non basta. Che cosa ti trattiene, dando per scontato che la spinta ad andare è presente? Che cosa ti blocca in mezzo al guado, in uno stallo, che non è il non saper scegliere tra azione e contemplazione, ma è quel non sorgere di un’immagine di sé, che non si forma, non prende corpo. Come è possibile che in questo percorso dall’identità alla non-identità, che è la sostanza del vivere, qualcuno si inceppi, all’apparenza senza soluzione?
Forse la chiave per comprendere sta proprio in quell’incepparsi, in quella paralisi, in quella non evoluzione. Dovrei andare verso e invece sono fermo, che cosa mi impedisce di andare verso ed è vero che debbo andare verso? O c’è un altro modo, sia di andare verso che di stare fermo? E veramente la questione è realizzare qualcosa o forse, in queste persone, il conflitto di fondo nasce proprio dalla necessità ontologica di imparare ad andare oltre il principio del dover comunque realizzare qualcosa? E forse il non essere “realizzativi” non vuole altro che provocare uno smantellamento di una struttura di fondo della propria mente che recita:”per aver diritto ad esistere, per essere amato ed accolto, debbo manifestarmi e realizzare”. Forse è questo principio di fondo che la vita tende a mettere in crisi attraverso l’esperienza dello stallo. Non ho una risposta, osservo queste persone e mi interrogo e per ognuna mi pongo domande diverse. Penso che a queste persone sia offerta una opportunità di superare qualcosa che nel profondo le imprigiona in schemi di cui debbono liberarsi.
Penso che abbiano bisogno di tempo, di non essere pressate, di essere stimolate e comunque accolte in questa loro fatica, rammentandoci che il vivere non è il fare, il brigare, il realizzare, ma l’atto del divenire consapevoli di sé e dalla consapevolezza lasciare che sorga altro. Allora a queste persone è offerta una grande opportunità, l’unica che conta, la possibilità di conoscersi, che viene attivata dall’insoddisfazione per sé e per la vita che si conduce.
Negli stessi termini possiamo parlare di coloro che vivono una crisi conclamata che può essere scatenata da un abbandono, un lutto, una insoddisfazione profonda. Eventi interiori od esteriori ci pongono di fronte ad una evidenza: il modo che ho utilizzato per spiegare, comprendere, manifestare, realizzare me stesso e la mia vita, adesso, mi risulta inadeguato, limitato o semplicemente inconsistente. Di fronte a questo stato di cose ciò che avevo ritenuto acquisito traballa, ciò che mi qualificava diventa secondario, ciò che vorrei essere si svuota di forza e si riempie di confusione. Le coordinate della mia identità, un tempo più o meno chiare, ora si appannano. non sono più certo di me e della direzione della mia vita.
Noi abbiamo sempre detto che questo è il “campo base”, di qui parte ogni nuova possibilità, perché qui si incrina l’angolo visuale che davamo per consolidato, per naturale e intrinseco all’esistere. Qui si inceppa il meccanismo e possiamo sperimentare un dubbio radicale: quello che ho sperimentato fino ad ora è l’unico modo di guardare alla vita, o c’è un altro modo dove non necessariamente il vivere sia uno spasmo affermativo di me?
A questa domanda si arriva attraverso la crisi, attraverso lo stallo, od anche attraverso la comprensione, che comunque produce una crisi, intesa come interruzione di una continuità.
Quindi ad un certo punto della mia vita, quel postulato di fondo accettato dalla mia mente e dalla cultura condivisa, che recita:”vivere è affermare se stessi”, entra, in un modo o nell’altro, in crisi, non ha più quell’alone di sacra intoccabilità. Si apre un varco, noi diremmo, un varco allo sviluppo di una nuova comprensione, che è resa possibile perché ciò a cui aderivo ora è velato dal dubbio, si affaccia la possibilità di un approccio alternativo.
Attraverso la crisi io sperimento la centralità del dubbio. I postulati cui avevo aderito si incrinano, incomincio ad osservare i contenuti del mio pensiero, della mia emozione della mia azione e posso affermare:” tutto questo per me è sempre stato naturale, oggi mi accorgo che non mi soddisfa più e io ho bisogno di osservare questa mia insoddisfazione, di comprenderne la natura”.
Ho creduto che il mio esistere fosse innanzitutto un edificare ed un manifestare la mia identità, ora mi accorgo che la realtà è più complessa, mi accorgo che quella coazione a ripetere ha prodotto in me frustrazione e non senso.
Quindi il problema dell’identità si pone a coloro che stanno percorrendo la strada dell’identificazione e la strada è importante perché conduce, attraverso il circuito aspettativa/frustrazione, ad una crisi da cui sorge una nuova possibilità esistenziale che afferma:”forse il vivere non è limitato alla affermazione di sé, forse il vivere è proprio l’opposto, il non essere pressati dalla necessità della propria identificazione”. Ma questa affermazione nasce dall’esperienza, non da un assunto filosofico che abbiamo fatto nostro: sperimento che il mio esistere all’insegna dell’identificazione mi conduce ad una perenne insoddisfazione e crisi.
Questa comprensione, giunge nella vita dell’uomo in vari stadi del suo processo di costruzione dell’identità personale, nel senso che compare ad un certo stadio o in più stadi. Ma compare in presenza di un processo identificativo: il tentativo di alcune persone di sottrarsi al processo dell’identità, rifiutandolo, è un modo sofisticato che ha la mente di bloccare tutti i processi, quindi anche quel processo che poi la minerebbe, perché è evidente che il cambiamento di angolo visuale porta con sé la smentita di un complesso di strutture concettuali consolidate.
Quindi dall’esperienza della crisi sorge la necessità di andare oltre il conosciuto e lo sperimentato: allora la crisi è la nostra insegnante, la nostra collaboratrice efficace.
La crisi porta con sé una perdita di orientamento: il vecchio è soggetto al dubbio, il nuovo lo ignoro, il presente non so interpretarlo. E’ quell’esperienza che nella via della Conoscenza chiamiamo il deserto e che conosce molte radicalizzazioni e che opera nelle nostre vite un azzeramento metaforicamente assimilabile ad un campo arato, privo di ogni forma di vita, eppure, per chi ha occhi per vedere, condizione essenziale e indispensabile per il sorgere del nuovo.
Ora possono cominciare a coesistere due spinte apparentemente contrapposte: la spinta alla manifestazione di sé e la spinta al superamento di sé.
La spinta alla manifestazione di sé, all’identificazione, è ora illuminata da una forza che è cresciuta grazie alla crisi: la consapevolezza. Ho imparato ad osservarmi, ad essere oggetto di osservazione, una parte di me ha sviluppato l’atteggiamento dell’osservatore, un’altra parte è l’osservato. La totale identificazione con i recitati della mia mente che ho avuto in passato ora, in virtù del dubbio che si è intrufolato nella mia mente, è stata sostituita da un atteggiamento molto più complesso in cui io agisco e mi percepisco nell’agire, sento e mi percepisco nel sentire, penso e mi percepisco nel pensare. C’è un me che percepisce e un me che è percepito e tra i due esiste una tensione, viene portata a galla una tensione. La tensione tra ciò che sono e ciò che vorrei essere. Sono due questioni entrambe intrinseche alla struttura di identità, ma che vengono articolate, portate alla coscienza nella loro modalità operativa.
Il “vorrei essere” non è un superamento di sé, è l’affermazione di sé in un altro modo.
Questa tensione può condizionare intere stagioni della nostra vita fino a quando, per esperienza, non sperimentiamo che il “vorrei essere” non è altro che il canto dell’identità che costantemente produce in noi frustrazione e nient’altro che frustrazione. In virtù della consapevolezza acquisita altre modalità della nostra mente sono state portate alla luce e sempre più difficile ci rimane il tentativo di nasconderci.
Allora sperimento che la spinta al manifestarmi è diventata, sì, più sofisticata, perché ora mi vedo e i modi della mia mente sono diventati molto più raffinati, ma nella sostanza sperimento che anche questo dover diventare migliore, diverso, più evoluto, più vicino alla buddità, alla cristicità, più vicino, in altre parole ad un modello esistenziale, mi genera un costante senso di frustrazione perché più miglioro più devo migliorare in un percorso senza fine. Allora, ancora, sulla base di uno stallo e di una crisi mi rendo conto che sono finito in una trappola per topi. Prima c’ero io che mi manifestavo, ora ci sono io che debbo migliorare.
Sorge, adesso, forse, un nuovo dubbio: che la questione non stia nel fatto che di mezzo ci sono sempre io? Che il problema della mia vita non sia tanto il manifestare la mia identità quanto l’alleggerirmi di questo problema?
L’alleggerirmi, parola chiave. Ho vissuto i miei anni pressato dalle necessità del “dover essere”, ora intravedo uno spiraglio di libertà. Vi prego di registrare questa parola :libertà. Uno spiraglio di libertà. Libertà dal dover essere. Libertà dalla centralità di sé, qui inizia il processo dell’alleggerimento, della disconessione da se stessi, dalle proprie dinamiche.
Il desiderio di libertà nasce dalla pesantezza di sé, da questa esperienza esistenziale del sentirsi grevi, gravati.
Nasce questa stanchezza di sé, sempre al centro, sempre protagonisti, sempre sottilmente protagonisti. Da questa stanchezza può sorgere uno sguardo nuovo sul reale, su ciò che sta accadendo in questo momento, oltre a me, aldilà di me, a prescindere da me. Qualcosa che va oltre la consapevolezza e che pure la presuppone: attento al presente perché dimentico, per un attimo di me, perché consapevole di me, questo il percorso a ritroso. Ma tutto questo non accade se io non mi disconnetto, se non mollo l’identificazione rispetto ad un mio pensiero, ad una mia emozione, ad una mia azione. Perché possa sorgere il presente occorre una dimenticanza, un oblio, della propria centralità, occorre che lo sguardo si posi sul presente lasciando che questo sorga incontrastato.
E’ lì che io sperimento per la prima volta una piccolezza, in questo decentrare lo sguardo da me all’altro, lì può sorgere, ho detto “può” “sorgere”, l’esperienza dell’irrilevanza, della piccolezza, dell’insignificanza.
Nel momento in cui non ho più la pretesa di essere protagonista, di esserci, nel momento in cui mi dimentico di me, anche per un attimo, lì cambia completamente angolo visuale. Non è più il mio angolo visuale ma è semplicemente l’essere della vita privo di angolo, perché privo di osservatore. Lì accade il miracolo del vivere, esattamente lì dove mi dimentico di me e dove qualcosa, su cui non posso dire niente e su cui posso solo tacere, sorge.
Lì scopro che la vita non ha bisogno di me.
Questa è la pietra d’angolo. Ho vissuto una vita nel mio protagonismo e ora, dall’esperienza, sorge questo dato: io non sono importante e questo, invece di avvilirmi, mi conferisce un grande senso di leggerezza e di libertà.
Di fronte a questa prospettiva le menti si ribellano e si snocciola il rosario delle ovvietà e delle banalità: ma allora cosa divento, e come si può vivere senza emozionarsi, senza sentirsi profondamente di esistere (e sono le nostre azioni, pensieri ed emozioni che ci conferiscono il senso dell’esistere)?
Ad un dato di esperienza, a qualcosa che irrompe nelle nostre vite, non per nostro merito, si contrappone il guazzabuglio delle paure e delle angosce. Ad un dato di esperienza si contrappone l’agitarsi della mente: più l’esperienza ci mostra una possibilità di pacificazione, più la mente si scatena.
Lo scenario è completamente cambiato, non è più in gioco la manifestazione di sé come orizzonte consolidato, è in gioco altro. Frammenti di esperienza minano una modalità della mente che non ha più basi solide, si insinuano, dilagano, si ritirano secondo ritmi imprevedibili e fuori dal nostro controllo. Noi che abbiamo sempre cercato di controllare tutto, ora veniamo colti di sorpresa da qualcosa che sorge e non l’hai determinato, da qualcosa che vorresti e non sorge; ora, elementi sempre più vasti del nostro esistere vengono sottratti al nostro controllo e qualcosa che non ci appartiene si afferma nelle nostre vite senza che noi lo si possa ricondurre a noi stessi, senza che si possa utilizzarlo per riempirci di noi, senza che si possa piegarlo alla nostra aspettativa, senza che possa sottostare al nostro giudizio. Compare altro che è altro e che non ci appartiene.
La pretesa di esserci, di contare, di essere padroni delle nostre vite, padroni di noi, viene corrosa, intarlata, dall’interno. un agente interno, un tarlo, sta corrompendo le nostre strutture, ciò su cui ci fondavamo, ed emerge uno spazio, sempre più vuoto di noi, sempre più presente dell’altro (qualunque altro esso sia, un animale, una pianta, una persona, un colore) e di fronte a quel sorgere anche il senso dell’essere piccoli scompare per lasciare spazio ad uno stupirsi.
Lì sorge l’Altro, lì sorge il senso del sacro, lì accade la Vita, perché lì io sono scomparso a me stesso.
Questa credo che si la libertà. Alla fine la maniera più soddisfacente di vivere la vita si realizza quando colui che prova soddisfazione scompare a se stesso. So che su questo le menti protestano e si scatenano, ma il loro protestare è ridicolo e privo di sostanza, perché ciò che una mente offre all’uomo è privo di qualunque sostanza. E questo è un dato d’esperienza.

2.2.2007

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