Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

d-30x30Il piano e il corpo mentale. Dizionario del

Formato per la stampa, A4, 16 pagine

Il piano mentale, il suo corpo
Lingua e linguaggio
L’intelligenza
La memoria

[…] Anche il piano mentale è costituito di materia che si va formando grazie all’aggregazione di quell’unità materiale di base della materia mentale che abbiamo definito in passato unità elementare mentale.
La materia del piano mentale – analogamente a quanto avevamo detto per il piano astrale – è suddivisibile (per comodità teorica) in sette sottopiani classificabili in base alla densità della materia mentale che li compone. Si va così dal sottopiano di materia più densa (oltre il quale si arriva alla materia astrale) a quello meno denso (oltre il quale si arriva alla materia akasica).
Come la materia del piano astrale possiede la capacità di mutare e trasformarsi sotto la spinta dei desideri e delle emozioni rispondendo alle sollecitazioni emotive che provengono dall’esperienza vissuta sul piano fisico, altrettanto accade per il piano mentale. In questo caso, però, è il pensiero a indurre trasformazioni nella materia mentale che risponderà sollecitamente ad ogni pensiero emesso da un corpo mentale, mettendo in essere particolari caratteristiche come, ad esempio, la possibilità, per chi è disincarnato e consapevole sul piano mentale, di poter arrivare a conoscere tutto quello che nel passato dell’uomo è stato conosciuto con l’ausilio della sola spinta del desiderio di conoscere.
E’ evidente che anche su questo piano la spinta ad agire è fornita dal desiderio e, quindi, dai bisogni del corpo akasico: senza di essa l’individuo non si muoverebbe e la vita dei suoi corpi sui vari piani sarebbe estremamente statica.
Ritornando un attimo alla suddivisione in sottopiani del piano mentale, possiamo sostenere che i piani inferiori, quelli più densi, hanno influenza principalmente sulle funzioni fisiche e fisiologiche (nonché su quelle astrali) del corpo dell’individuo oltre che sull’uso del linguaggio e delle parole, mentre quelli più sottili forniscono all’individuo le capacità di pensiero, ovvero le capacità di elaborazione, di sintesi, di correlazione e via dicendo, tutte quelle capacità, insomma, che solitamente – per chi non è addentro come voi all’insegnamento esoterico – vengono erratamente attribuite al cervello.
Il cervello, invece, non è il produttore del pensiero: esso costituisce il principale punto di contatto del corpo fisico con il corpo mentale, è una sorta di ricettore, di traduttore di ciò che il corpo mentale elabora, ed ha il fine di rendere possibile all’individuo incarnato di esternarsi sul piano fisico e di relazionarsi sia con la complessità esterna che con la personale complessità interiore. E’ attraverso il cervello (ma non solo, perché la materia mentale contatta anche direttamente tutti i punti del corpo fisico mettendo in atto meccanismi locali di autodifesa fisiologica, per esempio) che il corpo mentale influisce sul corpo fisico, lo fa muovere e agire per seguire ciò che i pensieri che il corpo mentale ha elaborato lo inducono a sperimentare nel corso della vita.
Se vi chiedessi a cosa serve il corpo mentale sono certo che tutti voi rispondereste che serve per pensare ed io non potrei che assentire, tuttavia il corpo mentale è più complesso e ha altre importanti funzioni oltre a quella di elaborare il pensiero, funzioni che osserveremo più avanti. D’altra parte per quanto riguarda il pensiero potreste commettere l’errore che esso abbia la sua nascita, la sua genesi, all’interno del corpo mentale, mentre in realtà non è così: il pensiero nasce e viene a formarsi sotto la spinta dei bisogni di comprensione dell’akasico e, ancora più precisamente, sono le vibrazioni akasiche che, interagendo con la materia mentale, mettono in moto all’interno di essa quell’insieme di vibrazioni che porta la materia mentale ad elaborare quella forma di dati concatenati che costituisce quello che comunemente viene definito pensiero.
Ma vedremo in seguito di fornirvi un quadro un po’ meno approssimativo di come e perché ciò avvenga, sperando di riuscire ad essere il più chiaro possibile in un campo difficile da spiegare mettendolo alla portata di individui incatenati alla fisicità.
Naturalmente anche per il corpo mentale è valido quanto detto per il corpo astrale: esiste un’atmosfera mentale ed esiste un ambiente mentale; le loro caratteristiche generali sono rapportabili a quanto detto per il corpo astrale e fisico (Ndr: vedere il volume «La fonte del desiderio e delle emozioni «) e su di esse non ha molta importanza soffermarci più che tanto, se non per sottolineare che l’ampiezza e la forza di quest’ambiente e di questa atmosfera sono direttamente riferibili alla qualità e alla forza delle vibrazioni emesse dalle materie che compongono il corpo mentale dell’individuo incarnato.
Ascoltando le vostre discussioni mi sembra di aver individuato un fraintendimento delle parole dell’insegnamento o, quanto meno, una non perfetta comprensione di quale sia il rapporto tra il corpo mentale dell’individuo ed il suo essere vivo all’interno del piano fisico. Vediamo se riesco a riassumere uno dei luoghi comuni a cui siete fortemente attaccati e dal quale voglio cercare di farvi un poco discostare.
Voi dite: «L’organo che manifesta il corpo mentale è il cervello».
Bene, fratelli miei, non è esattamente così: come al solito la Verità è più ampia di quanto solitamente la mente umana riesca a immaginare, anche nei suoi momenti di più sfrenata inventiva! Per farvi comprendere dove voglio arrivare devo, purtroppo, tornare un attimo indietro a concetti ormai lasciati alle spalle però necessari per portarvi a comprendere.
Avevamo detto spesso che le materie dei vari corpi dell’individuo non sono (come può apparire a prima vista a causa della catalogazione usata per fornirvi le nozioni dei piani di esistenza) una sopra l’altra ma, più giustamente, esse si compenetrano, cosicché delimitando una qualsiasi porzione del corpo dell’essere incarnato, si individua non soltanto una porzione di corpo fisico ma, anche, una porzione di corpo astrale e una di corpo mentale. Questo significa che un’esperienza che interessa una certa porzione del corpo fisico, interessa contemporaneamente una porzione del corpo astrale e una del corpo mentale.
Per fare un esempio pratico: state raccogliendo delle rose dal vostro giardino quando una delle sue spine vi punge un dito.
Cosa si può presumere che accada ai vostri corpi inferiori in concomitanza con la puntura di quella spina?
Come conseguenza della lacerazione della pelle del vostro dito vi sarà la reazione da parte del vostro corpo fisico, reazione che porterà, per esempio, alla fuoriuscita di sangue o all’arrossamento della parte ferita.
Contemporaneamente la spina avrà provocato al vostro dito una sensazione di dolore e questa sensazione di dolore si trasforma, all’interno del vostro corpo astrale, in un’emozione: vuoi una semplice emozione di risposta alla sensazione fisica del dolore subito vuoi, per fornirvi un esempio, la stizza per non essere stati abbastanza attenti nel cogliere la rosa.
La vostra reazione irata giunge al vostro corpo mentale che, sfrondandola dalle emozioni avvertite, la analizza e deduce da quell’esperienza le conseguenze logiche che può trarre da quel piccolo incidente, ad esempio la necessità di prestare una maggiore attenzione alle proprie azioni.
Quello che voglio sottolineare è che tutto questo lavorio può avvenire completamente al di fuori del vostro cervello: la materia mentale collegata al dito ferito porta al corpo mentale i risultati di quell’esperienza senza necessariamente passare per il cervello.
Penso che voi non sarete completamente d’accordo con le mie parole o, quanto meno, che nutrirete dei forti dubbi: forse che, obietterete, il dolore sentito non passa per il cervello? Non posso che essere d’accordo con voi su questo punto, tuttavia le cose non stanno propriamente come pensate voi.
Per prima cosa vorrei ricordarvi che l’organo che voi definite cervello è un insieme di materia fisica al quale, come dicevo poco prima, è collegata sia una porzione di materia astrale che una porzione di materia mentale. Se siamo d’accordo (e penso di sì) che ogni materia interagisce con le altre nei corpi dell’individuo, allora dobbiamo arrivare a dedurre che il cervello è comunque sottoposto direttamente anche alle influenze del corpo fisico e a quelle del corpo astrale, e non solo a quelle del corpo mentale. Tant’è vero che un forte trauma fisico può provocare, per fare un esempio, una totale amnesia, così come una forte emozione può ripercuotersi sui centri del linguaggio siti nel cervello provocando un’improvvisa balbuzie o un’incapacità a profferire alcunché.
Allora, in che senso è stato detto, in passato, che il cervello è la centralina del corpo mentale?
Nel senso che il cervello è costituito in maniera tale da fare da raccolta per la maggior parte dei dati provenienti dalle sensazioni e dalle emozioni che provengono dall’esperienza sul piano fisico (attenzione: solo la maggior parte, però, e più avanti vi spiegherò cosa resta fuori) radunandoli in maniera compatta per favorirne la ricezione da parte del corpo mentale il quale, in risposta, attraverso il cervello stesso, diramerà gli aggiustamenti che riterrà necessari (sia alla materia astrale che a quella fisica) in base ai dati ricevuti.
In altre parole, se non vi fosse il corpo mentale a sovrintendere il cervello, la nostra puntura al dito potrebbe avere come conseguenza, per esempio, uno sgorgare del sangue molto più protratto nel tempo di quanto accade in realtà, perché le difese automatiche del corpo fisico non garantirebbero il pressoché immediato attivarsi del lavorio fisico che permette di accelerare il processo di arresto del sangue.
Allo stesso modo il dolore provato sarebbe più duraturo nel tempo, di conseguenza l’emozione del corpo astrale più intensa e prolungata con le ovvie conseguenze che ciò potrebbe portare. Ecco, quindi, che il cervello può essere senza dubbio visto anche come l’organo a cui è collegato il corpo mentale ma, principalmente, va immaginato come l’organo usato dal corpo mentale per diramare nel corpo astrale e nel corpo fisico le direttive che da lui provengono.
Avevo affermato in precedenza che il cervello raccoglie le risultanze della maggior parte delle percezioni, delle sensazioni e delle emozioni che provengono dall’esperienza fatta sul piano fisico, lasciando così intendere che vi è una parte di queste percezioni, sensazioni ed emozioni che possono non arrivare al cervello.
Così è, infatti: esiste una grande quantità di piccole sensazioni e percezioni fisiche, oltre che di emozioni astrali, che possiamo definire localizzate in una determinata area fisica o astrale, le quali perdono velocemente la loro valenza di disturbo, cosicché le reazioni che provocano non arrivano al cervello ma vengono in qualche maniera gestite e sistemate, direi quasi automaticamente, da quella porzione del corpo mentale collegato alle parti in questione. Accade cioè che determinate porzioni di materia del corpo mentale, senza passare per il flusso e riflusso tra cervello e corpo mentale, mettono in atto e coadiuvano le leggi naturali che, spontaneamente, tendono a riportare tutta la materia di tutti i piani ad una condizione di stabilità e di equilibrio.
E’ chiaro, ad esempio, che un piccolo e trascurabile foruncolo cutaneo non viene aiutato a risolversi direttamente dal cervello o dal corpo mentale nel suo insieme, bensì dalla parte di materia del corpo mentale ad essa collegata, la quale metterà in azione localmente quell’attività biologica e fisiologica che porterà gradatamente alla guarigione del foruncolo in questione.
Quello che mi premeva farvi capire con questi miei ragionamenti, era che il cervello, di per se stesso non è autonomo se non nella misura in cui mette in atto le leggi della natura all’interno del corpo fisico, e anche in questo caso è comunque costretto a incanalarsi e a muoversi lungo i binari che le leggi naturali gli hanno messo a disposizione..
Volevo, inoltre, farvi rendere conto che il corpo mentale influisce su ogni individuo anche al di là del suo cervello… se così non fosse non avrebbero senso, ad esempio, i lunghi anni di vita dei cerebrolesi, e la loro esistenza potrebbe soltanto sembrare una prova evidente dell’inesistenza di Dio o, quanto meno, della sua indifferenza – se non addirittura ostilità – verso l’essere umano.
Le Guide, nel corso degli anni, hanno tolto a quest’organo del corpo umano molta della sua importanza (pur non potendone certamente negare l’assoluta necessità e insostituibilità) asserendo, ad esempio, che la concezione comune che sia il nostro cervello a pensare sia sbagliata e che, in realtà, colui che pensa è il corpo mentale, cosicché il cervello obbligatoriamente deve essere identificato più come l’organo del corpo fisico che riflette sul piano fisico i pensieri emessi dal corpo mentale che come il rappresentante principe dell’individuo stesso. A mia volta io vorrei togliere al cervello un’altra ipotetica funzione che la mitologia del paranormale gli attribuisce: quella di essere l’organo che trasmette telepaticamente.
La telepatia avviene non da cervello a cervello come solitamente viene ritenuto, bensì da corpo mentale a corpo mentale, attraverso le energie e le materie proprie del piano mentale. Nelle comunicazioni telepatiche non si può trovare, quindi, nulla che possa venire misurato con l’ausilio di una strumentazione fisica, e questo dà ragione ai detrattori del paranormale che affermano di non aver riscontrato emissioni cerebrali particolari che possano dare ragione di un passaggio di informazioni telepatiche da un individuo ad un altro.
Naturalmente ciò non prova che costoro abbiano ragione, ma semplicemente che essi – con la presunzione e la mancanza di umiltà che spesso accompagna la scienza – presumono e teorizzano sulla base di informazioni altamente deficitarie che, in quanto tali, non consentono loro una visione adeguata della realtà, quanto meno per l’argomento in questione.
Dal canto mio sorge spontaneo il chiedermi: è poi davvero così importante ed essenziale provare l’esistenza della telepatia o dimostrarne l’inesistenza?
Esistono senza alcun dubbio altre cose ben più importanti ed essenziali (oltretutto già ben più che provate) a cui dedicare le proprie energie. E’ provata l’esistenza di milioni di persone che non hanno di che cibarsi o che muoiono per le strade durante l’inverno perché non hanno una casa in cui vivere.
Ma, purtroppo, è tipico di una certa categoria di esseri umani preoccuparsi più di dimostrare l’esistenza o l’inesistenza della telepatia che, magari, di far crescere in maniera sana – interiormente ed esteriormente – i propri figli.

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Parola, lingua, linguaggio

Tra i doni che il Grande Architetto ha elargito a quella fase dell’evoluzione che è rappresentata dall’essere umano, ve n’è uno che può essere considerato lo strumento principale per il rapportarsi dell’uomo non soltanto con se stesso ma, specialmente, con ciò che gli è esterno.
Questo dono è la parola.
La parola fornisce all’uomo i mezzi per esprimere ciò che prova interiormente, per attuare i dettami della sua evoluzione o dei suoi bisogni di comprensione all’interno del piano fisico.
Certamente anche un muto può rapportarsi con la realtà a lui esterna e con quella interiore ma, certamente, rapportarsi agli altri attraverso il linguaggio dei gesti o, magari, la scrittura, non offre le stesse possibilità di evidenziare le sfumature del proprio essere che offre l’uso del linguaggio, né la stessa velocità di esternazione di se stessi.
Il linguaggio dell’uomo è strettamente correlato all’evoluzione dell’essere umano; come disse una volta il fratello Scifo: il linguaggio di una popolazione è andato differenziandosi da quello di un’altra non soltanto per ragioni «filologiche «, ma anche per consonanza di tipo di vibrazione ai bisogni evolutivi di una certa popolazione.
Se ci pensate un attimo con attenzione potrete facilmente rendervi conto da soli che le varie lingue sono associate a particolari caratteristiche generali delle popolazioni che le usano; basti pensare alla lingua italiana che con la sua complessità, la sua vivacità, il suo fluire un po’ fracassone identifica abbastanza precisamente quali sono le peculiarità caratteriali della popolazione italiana… fornendo, ovviamente, non un’immagine del singolo individuo, bensì quella della popolazione nel suo complesso.
«All’inizio era la Parola» viene detto negli antichi testi sacri».
Avete mai provato a pensare a questa frase rapportandola all’insegnamento che vi abbiamo proposto in questi anni?
Come la si può tradurre nell’ottica del nostro insegnamento filosofico?
E’ sufficiente pensare che la parola è un suono, quindi un’emissione di vibrazioni, per trovarsi la soluzione a portata di mano: gli antichi saggi (che avevano afferrato la Verità ma potevano soltanto offrirla in maniera che si svelasse solo a chi era pronto a recepirla) sapevano, evidentemente, quanto da noi detto, ovvero che la creazione della Realtà, la formazione dei Cosmi, il Grande Disegno, hanno avuto origine da una vibrazione Prima che ha indotto nelle materie che attraversava quel soffio – ancora una vibrazione, a ben vedere, e il Soffio è l’analogo orientale del termine Parola (o Verbo) usato dagli occidentali – che vivificava e differenziava la materia dando il via alla creazione della Realtà.
Non è mia intenzione addentrarmi in questioni filosofiche troppo profonde e complesse che possono magari soddisfare il palato di alcuni di voi ma che risultano certamente noiose e troppo rarefatte per la maggior parte degli altri possibili lettori di questi miei discorsi..
Voglio invece arrivare ai rapporti tra il cervello e il corpo mentale per quello che riguarda la parola.
E’ evidente che il cervello è strettamente legato alla parola: il semplice fatto che la medicina abbia accertato la presenza nel cervello di particolari aree che permettono lo sviluppo e la produzione del linguaggio da parte dell’individuo ne è una prova decisamente incontestabile.
Se il cervello non ha quelle aree integre all’individuo non è possibile parlare.
Ma è possibile che, anche in quelle condizioni menomate, egli possa pensare? Certamente sì: anche questo, dall’osservazione dei fatti della vita, risulta incontestabile.
Ma il pensiero del muto è fatto di parole?
Ancora una volta bisogna rispondere di sì, anche se la conseguenza logica di quanto stavamo dicendo potrebbe aver fatto supporre una risposta negativa a questa domanda. Vediamo di arrivare a questo punto partendo da un’altra angolazione.
Il corpo mentale, abbiamo detto, è il vero «pensatore «, è colui che pensa, mentre il cervello è soltanto l’organo attraverso il quale i pensieri del corpo mentale si «fisicizzano» per espletarsi nella realtà fisica dell’individuo.
Tuttavia il corpo mentale non pensa necessariamente solo attraverso parole: usa simboli, concetti, condensazioni di dati, vibrazioni complesse propri della materia mentale che, comunque, non sarebbero riconoscibili come parole così come siete abituati ad ascoltarle voi.
Due entità consapevoli sul piano mentale possono comunicare tra di loro, ma la loro comunicazione può non avvenire attraverso le parole bensì attraverso l’uso di vibrazioni che hanno la stessa funzione della parola per l’uomo incarnato, ma che portano in sé una massa molto più complessa di dati e di elementi rispetto alla parola, cosicché la comunicazione risulta più completa e ricca di informazioni.
Com’è, allora, che viene a formarsi la parola quale risultato della trasmissione dei pensieri del corpo mentale verso il fisico?
Ciò avviene attraverso la decodifica delle vibrazioni del pensiero del corpo mentale attuata spontaneamente da certe zone del cervello che ricevono le vibrazioni mentali e, per approssimazione o similitudine, le associano a quegli schemi vibratori che, al suo interno, sono associati alle varie parole.
Se si considera il fatto che la creazione cerebrale delle parole del linguaggio dell’individuo è subordinata alle cose apprese nel corso dell’esistenza (dalle voci degli altri – i genitori in particolare – a ciò che l’individuo impara studiando, leggendo, comunicando e via dicendo) ci si può rendere facilmente conto che la traduzione del pensiero del corpo mentale in parola all’interno del cervello è, ovviamente, condizionata dagli schemi di linguaggio presenti nel cervello in questione, schemi che gli permetteranno di esprimere in maniera esatta solo una parte dei reali pensieri del corpo mentale.
Per farvi un esempio di ciò che potrebbe accadere, il corpo mentale di un pigmeo potrebbe meditare sulla fisica quantistica ma il pigmeo non potrebbe mai tradurre in comunicazione comprensibile agli altri pigmei intorno a lui questi pensieri perché non ha assimilato nel proprio cervello gli schemi vibratori necessari per esprimere concetti di quella portata e di quella complessità.
Ciò non significa (e qua torniamo all’impossibilità di giudicare gli altri) che il pigmeo in questione non abbia magari in sé, e anche compresi, quei concetti.
Né tanto meno, ovviamente, che tale impossibilità lo possa far classificare inferiore rispetto ad un fisico quantistico che, molto spesso, per fare un esempio, perde più facilmente contatto con la realtà e con ciò che è importante nella vita di quanto accade al più ignorante e incolto dei pigmei! Ne consegue, a questo punto, la funzione e l’utilità della cosiddetta «cultura «: attraverso di essa vengono forniti al corpo mentale degli schemi e delle associazioni cerebrali più complesse e diversificate che gli offrono la possibilità di trasmettere all’esterno di se stesso, durante la comunicazione fisica, una maggiore quantità di sfumature e di concetti.
Come sempre esiste il rovescio della medaglia che, nel caso dell’uomo colto, è costituita dalla presunzione che può permeare chi possiede una certa cultura o l’incapacità, fra la diversificazione estrema delle sfumature, di perdere di vista quelle che sono le linee logiche e più importanti del pensiero trasmesso dal corpo mentale (che, non dimentichiamolo, ha la funzione di avviare verso la comprensione) caricandolo di sovrastrutture spesso superflue che offrono spunti e occasioni all’Io per mascherare meglio ciò che non vuole conoscere, riconoscere o affrontare.

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Intelligenza

Definire cosa sia l’intelligenza è sempre stato alquanto ostico per tutti coloro che, nei millenni, si sono provati a farlo.
Nella maggioranza dei casi essa ha finito con l’essere definita rapportandola a particolari qualità dell’individuo, rendendo quindi la definizione, già di per sé, soggettiva e relativa al punto di vista di chi ha tentato di definirla.
Ancora oggi non vi è una definizione unanime: chi la definisce come capacità di risolvere problemi, chi la teorizza come capacità di adattarsi alle situazioni nuove, chi la divide in settori cercando di isolarne i vari fattori, arrivando, così, a parlare di intelligenza motoria o verbale o attitudinale… e via dicendo.
In tutti i casi, però, la conseguenza sembra essere stata quasi sempre questa: l’intelligenza dell’individuo è stata vista, nei secoli, come qualcosa di strettamente legato a ciò che egli esplica sul piano fisico, nel suo rapportarsi quotidiano con ciò che la vita di ogni giorno, di volta in volta, gli presenta.
Io ritengo che tutti questi criteri (anche se utili per cercare di quantizzare qualche aspetto particolare dell’individuo) hanno il difetto di cercare di voler dimostrare qualche cosa senza avere una vera idea di partenza di che cosa sia, realmente, ciò che si desidera misurare, ed hanno nella loro relatività i limiti stessi della loro capacità di definire univocamente cosa sia l’intelligenza.
Facciamo alcuni esempi per cercare di chiarire cosa intendo dire.
Se l’intelligenza potesse essere definita, come sostengono alcuni, come la «capacità di risolvere problemi» questo dovrebbe significare, per assurdo, che un bravo falegname è senza ombra di dubbio più intelligente che so io, di un Einstein per il quale piantare nel modo giusto un chiodo era qualcosa che andava al di là delle sue possibilità manuali (o, forse, del suo interesse).
Se l’intelligenza potesse essere definita come «capacità di adattarsi alle situazioni nuove «, invece, la maggioranza di voi potrebbe essere facilmente etichettata come «idiota» dal momento che non riuscirebbe a fare ciò che riesce a fare, egregiamente e senza grosse difficoltà, una qualunque scimmia nelle foreste indiane, cioè sopravvivere.
Se vogliamo, perciò, trovare una definizione di intelligenza che sia adattabile ad ogni creatura, bisogna trovare un metro uniforme, che valga per chiunque e in qualunque condizione quotidiana egli possa trovarsi… e non vi può essere che un elemento che soddisfi pienamente queste condizioni a cui poter fare riferimento: l’evoluzione.
Tenendo, quindi, come punto di partenza l’evoluzione, secondo me si potrebbe definire l’intelligenza come la capacità di trarre elementi utili per la propria comprensione (e quindi per la propria evoluzione) riuscendo a non farsi fuorviare da ciò che si sta vivendo.
Non ha più alcun senso, usando quest’ottica, parlare di persone più intelligenti o meno intelligenti: ha maggiore intelligenza chi ha compreso più elementi della Verità e più facilmente riesce ad attenersi ad essa, e questo accade come semplice conseguenza derivante dal fatto di aver più elementi compresi e quindi maggiore possibilità di intrecci e di connessioni tra di essi.
Questo non significa che chi è più intelligente sia più bravo, oppure che sia migliore, né, tanto meno, che di fronte ad un’avversità non soffra.
Significa solamente che, con tutta probabilità, la sua sofferenza sarà limitata, nel tempo e nell’intensità, dalla comprensione della Verità.
Significa che cercherà non di prevaricare chi appare meno intelligente di lui ma di apprendere da costui quelle sfumature che egli stesso, magari non ha ancora appreso.
Significa essere consapevoli di aver imparato molto ma, anche, di aver ancora molto da imparare, con l’enorme senso di umiltà che, inevitabilmente, ciò porta con sé.
Voi, da bravi scolari che hanno assimilato l’insegnamento rileverete che avevamo detto che nessuno, quando è incarnato, esprime realmente, fino in fondo, l’evoluzione che possiede, essendo soggetto alle limitazioni espressive dei corpi transitori che di volta in volta possiede e che, essendo mirati a conseguire essenzialmente, nel corso di quella vita, solo definite porzioni di comprensione, non sono strutturati in maniera tale che le comprensioni accantonate nel corpo akasico (e quindi l’evoluzione raggiunta) possa fluire in maniera soddisfacente e manifestarsi nell’individuo nel corso della sua esperienza sul piano fisico.
Questo non invalida il rapporto che abbiamo cercato di definire tra evoluzione e intelligenza dell’individuo, ma pone semplicemente dei limiti alla sua espressione, portando con sé l’ovvia conseguenza che, comunque, dal comportamento che tiene l’individuo nel corso della sua vita non è possibile (specialmente osservandolo dall’esterno) risalire alla sua intelligenza reale, né, tanto meno, arrivare a quantificare l’evoluzione che egli possiede.
Lasciando l’Assoluto fuori concorso perché con Lui, com’è ovvio, non esiste possibilità alcuna di gareggiare, volete sapere chi, secondo me, è l’individuo più intelligente di chiunque altro? E’ quell’individuo che è capace di seguire in maniera spontanea il Grande Disegno, sorretto dalla consapevolezza che ciò che accade accade perché è necessario che accada e che, comunque, niente di meglio per sé potrebbe mai auspicare che accadesse.
«Comportamento passivo alla orientale» sentenzierete voi, ma non vi è nulla di passivo in quanto ho affermato: non ho detto che il Grande Disegno va subito passivamente anzi, l’intelligenza viene messa in atto e dimostrata nel momento stesso in cui l’individuo riesce a seguire (oppure, al limite, cerca di opporsi ad esso) andando contro ciò che il suo Io transitorio gli detterebbe di fare e riesce a rendere utile per una sua ulteriore crescita proprio la constatazione della differenza tra ciò che il suo Io vorrebbe che fosse e ciò che, invece, nella realtà quotidiana dei fatti, è.
L’intelligenza, quindi, fratelli miei, non è un attributo del corpo fisico, né del cervello, né del corpo mentale.
E’, invece, un attributo dell’intero individuo con tutti i suoi corpi e nasce e si struttura – parallelamente a quanto accade per la comprensione – proprio a seguito di come egli riesce ad usare nella maniera migliore tutti quei corpi, tutti quegli strumenti che gli sono stati forniti per aiutarlo ad avvicinarsi, passo dopo passo, alla Verità.
Da quello che ho detto in precedenza sembra che io attribuisca un ruolo di poca importanza alla cultura.
Non potreste pensare niente di più sbagliato: la cultura è un’acquisizione importante per ogni essere umano perché gli fornisce gli strumenti per comprendere meglio, attraverso l’uso appropriato del suo corpo mentale, ciò che vive. Inoltre, come ho accennato in precedenza, fornisce catene logiche, addentellati, possibilità di paragone, di connessione, di confronto con ciò che altri hanno detto o fatto nei secoli e che, magari, lui non ha mai esperito.
Se prendessimo un evoluto e gli facessimo vivere una vita situata in un ambiente culturalmente molto povero, teoricamente sarebbe un individuo che vive una vita tra le più infelici ed inutili perché gli verrebbero a mancare i mezzi per esprimere il suo livello evolutivo (anche se, come sempre accade in ogni incarnazione, l’evoluzione personale viene espressa soltanto in maniera limitata rispetto all’evoluzione reale posseduta). Questo è vero solo teoricamente, però, e vorrei spiegarvene i motivi.
Innanzi tutto ogni individuo che si incarna lo fa nel tempo e nel luogo più adatti ad esprimere il proprio livello evolutivo.
In secondo luogo non dovete pensare che la vostra cultura sia data soltanto da ciò che avete appreso nel corso della vita corrente: il concetto di cultura andrebbe considerato, in realtà, molto più vasto e complesso, e dovrebbe abbracciare tutto quello che l’individuo ha imparato e conosciuto nel corso delle sue varie vite.
Infatti, ciò che è stato sperimentato e che si ha imparato durante le varie reincarnazioni non è andato perduto ma ha lasciato, all’interno del corpo akasico dell’individuo, quelle tracce importanti e insostituibili che noi abbiamo definito comprensioni e che sono essenziali alla costituzione e a all’allargamento della coscienza, del sentire dell’individuo e, di conseguenza della sua evoluzione..
In altri termini: se si può affermare che il cervello del neonato, nei primi momenti di vita può essere considerato una «tabula rasa» (cioè privo di cognizioni), lo stesso non non si può affermare per il corpo mentale che, per la sua vicinanza al corpo akasico che «gestisce» la sua costituzione, ritrova facilmente gli allacciamenti con ciò che ha appreso e compreso nelle vite precedenti, dando luogo ad una base su cui il nuovo individuo incarnato andrà ad aggiungere le nuove conoscenze e comprensioni che incontrerà nel corso della vita che si troverà a dover vivere.
Questo spiega determinate «inclinazioni» dell’individuo: per esempio chi ha trascorso una vita studiando musica può, nelle vite successive, mostrare una particolare facilità per tutto quello che riguarda la musica, trovando in sé capacità insospettate o particolare velocità di apprendimento (sarebbe meglio dire di riapprendimento!) in quell’ambito.
Non dimentichiamo che il corpo mentale si costituisce certamente in base alle necessità evolutive dell’individuo nel corso della vita che va a vivere, tuttavia raccogliendo il tipo di materia mentale che l’evoluzione raggiunta (e quindi anche la conoscenza) gli permette di attrarre a sé.
Dire – come talvolta viene detto – che il corpo akasico «ordina» la costituzione di un particolare corpo mentale può, forse, trarre in inganno: è probabilmente più esatto dire che il corpo mentale si costituisce, ad ogni incarnazione, grazie alle sollecitazioni vibratorie dei bisogni di comprensione dell’akasico in maniera tale che viene data preminenza alla raccolta di quel tipo di materia mentale che può essere più valida nell’aiutare, appunto, a raggiungere le comprensioni di cui l’akasico sente la mancanza.
Vediamo di fare un esempio pratico. Supponiamo che l’individuo che si deve incarnare abbia necessità di comprendere che non è la cultura la cosa più importante della vita.
Sotto la spinta delle vibrazioni akasiche possono esservi – per non complicarci troppo le cose – almeno due diverse possibilità (ricordate, naturalmente, che stiamo semplificando molto le cose: non vi è mai un solo fattore vibratorio di richiesta akasica, ma molteplici, ed essi si combinano dando vita a un corpo akasico che risponde a tutti questi molteplici fattori a seconda dell’urgenza o dell’importanza delle cose da comprendere).
In un primo caso il corpo mentale raccoglie in sé principalmente materia dei sottopiani mentali superiori, quelli più rarefatti e preposti al ragionamento, fornendo così, all’uomo che nasce, un corpo mentale portato a conoscere, a correlare, a paragonare; portato, cioè, a fare della cosiddetta «intelligenza umana» il perno, il motore della propria esistenza. E’ evidente che, possedendo con un corpo mentale di tale genere, la sua vita sarà portata verso la sperimentazione delle proprie capacità mentali con la tentazione di considerarle il mezzo principe per agire nelle giornate. Ciò lo potrebbe portare alla comprensione che il ragionamento, la cultura, la conoscenza da soli non bastano a rendere l’individuo migliore.
In un secondo caso potrebbe accadere, invece, esattamente l’opposto: il corpo mentale si costituisce (sotto la spinta di altre necessità ritenute dall’akasico probabilmente primarie) raccogliendo materia dai sottopiani più densi del mentale, quelli a cui fanno capo la vita istintiva e la reattività fisiologica e fisica.
In questo caso l’individuo non avrebbe «l’intelligenza» adatta per occuparsi più che tanto della cultura e della conoscenza, ma potrebbe arrivare a comprenderne l’utilità e la necessità in determinati aspetti della vita; ecco che così potrebbe arrivare a rendersi conto – come nell’altra ipotesi che abbiamo fatto – che l’individuo ha necessità di tutte le sue componenti e che nel momento in cui ne adopera una sola a scapito delle altre crea una disarmonia e, quindi, una maggiore difficoltà di comprensione per l’akasico che riceve dati parziali, poco collegabili agli altri che gli giungono inducendolo a rinviare le vibrazioni di richiesta di maggiori informazioni utili ad una vita successiva.
Tutto questo sta a significare che può accadere, per assurdo, che l’individuo di ottima evoluzione non abbia un corpo mentale tale da brillare per «intelligenza» agli occhi degli altri uomini che l’osservano.
Questo significa ancora che (lo abbiamo già accennato in precedenza, ma essendo un elemento la cui comprensione è basilare ci tengo a ripeterlo) è difficile giudicare l’evoluzione di un individuo incarnato sulla scorta di come si comporta nel corso della vita perché, certamente, non mostra tutta l’evoluzione che possiede ma soltanto quella che riesce a farsi strada nelle materie che compongono, in quel momento, i suoi corpi transitori.
Ai fautori della conoscenza non posso che rivolgermi ricordando loro che, come dicono sovente le Guide, conoscere non significa aver compreso. Se così fosse la via verso la Verità sarebbe semplicissima e ben delineata: basterebbe leggere per tutta la vita immagazzinando dati su dati.
Certamente avere una base ben articolata di conoscenza aiuta il corpo mentale a ben strutturare, a sua volta, i dati che gli provengono dall’esperienza fisica ma non bastano a dargli la comprensione di quello che sta vivendo. E ne è dimostrazione la vita «sconsiderata» o poco «intelligente» di molti dei cosiddetti «geni» della scienza.
A coloro che si dimostrano ansiosi di conoscere, nella speranza di fare più presto a comprendere, dico invece che la comprensione non è una formula matematica: inserisco una conoscenza e da essa ricavo una comprensione! Molte volte le conoscenze sono errate, sono incomplete, sono illusorie, si contrastano tra di loro, cosicché è lecito affermare che è meglio conoscere poco e ottenere da questo poco una piccola ma sentita comprensione, piuttosto che conoscere molto e, magari, non ottenerne alcuna.
A chi cerca, invece, di conoscere la Verità suprema ricordo che la strada verso di essa è costruita sui mattoni costituiti dalle piccole comprensioni di tutti i giorni e che ogni piccola comprensione quotidiana dimenticata alle spalle nella ricerca della Verità suprema non fa altro che rendere questa Verità più lontana, irraggiungibile e impossibile da comprendere anche se non da conoscere.
Ma la conoscenza – e questo lo ricordo a tutti – da sola non basta a dare evoluzione.
Da quanto vi ho esposto sino a questo punto si potrebbero dedurre abbastanza facilmente quali sono le varie funzioni del corpo mentale, tuttavia forse val la pena di fare su di esse un discorso un poco più strutturato, in modo da fornirvi un quadro complessivo e organico e facilitare così una visione più unitaria e logica di quanto ho detto frammentariamente.
Abbiamo osservato in precedenza cos’è il cervello in realtà e come, pur essendo un organo straordinariamente complesso e utile per l’individuo, non debba alla fin fine essere considerato che una sorta di centralina di smistamento dei vari segnali vibratori che provengono dagli altri corpi e, in particolare, dal corpo mentale. Già perché – e forse dalle mie parole non risultava abbastanza chiaro – al cervello pervengono anche le vibrazioni provenienti dal corpo astrale ed esso, adoperandole in concomitanza con quelle che gli vengono dal corpo mentale, provvede a modularle e articolarle in maniera da riuscire a farle affiorare nel modo in cui l’individuo affronta le esperienze che gli si presentano nel corso della vita.
Risulta evidente, da quest’analisi, che il cervello diventa una sorta di interfaccia tra ciò che è interiore nell’individuo e ciò che di sé appare all’esterno dell’individuo stesso. Possiamo perciò vederlo come un traduttore di stimoli interni in reazioni esterne e, in ultima analisi, come lo strumento che permette alle vibrazioni degli altri corpi di arrivare a manifestarsi sul piano fisico nella vita di relazione con gli altri, dando una forma rappresentabile a se stesso e agli altri di quello che abbiamo definito col termine «Io».
«Io» che è certamente illusorio, perché nessuna delle persone incarnate è veramente ciò che dall’Io viene manifestato ma che, comunque, offre la rappresentazione di come ciò che serve al corpo akasico per raggiungere elementi di comprensione, influenza il modo di agire dell’individuo e interpreta nell’esperienza pratica quotidiana i bisogni della coscienza.
In rapporto al cervello, dunque, la funzione del corpo mentale è quella di fornirgli la decodificazione di ciò che riceve dall’akasico in una forma tale che esso possa a sua volta renderla adatta a interagire con ciò che l’individuo sta attraversando sul piano fisico.
Se è vero che l’individuo può raggiungere delle comprensioni anche se è solo, in cima alla più alta delle montagne, è anche vero che ha maggiore possibilità di comprendere nei momenti in cui, invece, si trova a contatto con le altre persone, con le quali può condividere le esperienze che fa, confrontando le proprie reazioni, i propri ragionamenti, le proprie deduzioni con quelli altrui.
Nel primo caso la comprensione raggiunta sarà meno complessa e avrà, comunque bisogno di una verifica in cui ciò che si ha compreso viene applicato nel rapporto con gli altri individui. Infatti uno degli aspetti fondamentali che caratterizza l’essere umano e la sua evoluzione è dato dall’essere egli un uomo «sociale» e costituito in maniera tale che la vita di relazione gli è necessaria e indispensabile per comprendere tutte quelle sfumature, piccole ma importanti, che precisano e chiariscono la comprensione, rendendola completa.
E’ ovvio che per poter sfruttare al massimo la vita di relazione diventa estremamente necessario poter comunicare in qualche maniera con gli altri esseri umani, e poterlo fare in una maniera tale che la comunicazione non si limiti a risposte categoriche (sì-no) ma fornisca un quadro più completo agli interlocutori. E’ necessario, cioè, avere una piattaforma comune sulla quale poter interagire e sulla quale inserire gli elementi personali dell’individuo in modo da poter cercare una condivisione dei tratti in comune dell’esperienza o di poter offrire una pluralità di possibilità l’uno all’altro per far sì che vi sia veramente uno scambio e non soltanto una constatazione del modo di essere dell’altro.
Questo è reso possibile dalla presenza del linguaggio. Senza dubbio una porzione di comunicazione avviene anche attraverso quel linguaggio non corporeo che è fatto di gestualità, espressioni fisiche, mimica facciale, ma questo tipo di linguaggio non verbale può mettere in mostra quelli che sono i bisogni del momento dell’individuo, senza fornire però, a lui stesso o a chi lo osserva, alcun elemento aggiuntivo che serva a comprendere la complessa realtà interiore della persona.
Il linguaggio offre, invece, una possibilità ben più strutturata e completa perché presenta una miriade di dati aggiuntivi e, se ci si sofferma con attenzione ad ascoltare una persona che parla, si possono intanto dedurre degli elementi importanti della persona stessa: la cultura che possiede, l’ambiente sociale di appartenenza, la capacità di esprimere se stesso e via dicendo, tutte nozioni di base che danno già da subito una prima visione di ciò che è, in quella vita, quella persona. Si possono intravedere quali sono i suoi interessi, qual è la sua capacità di costituire delle relazioni, di compiere delle analisi, quali sono i suoi limiti mentali e così via rendendo ancora più definito il quadro che ci si costruisce dell’altra persona.
Certo, non bisogna dimenticare che spesso, nell’osservare gli altri, si vede solo ciò che, per qualche motivo personale, ci colpisce in maniera particolare, magari perché appaga qualcosa in noi stessi, e si trascurano o non si vedono cose che per noi sarebbero scomode da accettare; ciò non toglie che si agisce, comunque, su una base comune, perché comuni sono i punti di partenza e le meccaniche che ci spingono: dal bisogno di raggiungere la comprensione all’andare incontro alla sofferenza quando non si riesce a fare quell’ultimo piccolo passo che porterebbe alla visione di una porzione più reale di noi stessi, perché magari abbiamo paura di rendercene conto, senza accorgerci che l’unico modo per modificarla e renderla indolore è proprio quello di guardarla, riconoscerla e accettarla, inducendola così a trasformarsi.
Su questo tessuto comune si inserisce il linguaggio vero e proprio, meraviglioso strumento di comunicazione e interazione evolutiva: è principalmente attraverso il linguaggio che si definisce se stessi non solo agli occhi degli altri ma anche ai propri: il pensiero individuale arriva alla coscienza dell’essere incarnato principalmente sotto forma di parole (in maniera minore sotto forma di immagini o altro). Volete trovare una maniera per nascondere chi siete agli occhi vostri o altrui? Niente di più facile, il linguaggio vi offre due possibilità estreme, due maschere che solitamente sapete usare in maniera istintiva con invidiabile destrezza: non parlare o parlare troppo; nel primo caso non si offre il supporto del linguaggio nascondendosi dietro l’impenetrabilità, nel secondo caso si sommerge se stessi sotto una massa di parole col risultato di fornire così tanti elementi in così poco tempo da rendere impossibile ricavarne la realtà di chi sta parlando che si trova ad essere così, anche in questo caso, impenetrabile.
Una delle funzioni del corpo mentale è anche quella di fornire all’individuo la capacità di ragionare, ovvero di trarre deduzioni, compiere delle analisi, estrarre delle sintesi da quanto l’individuo sta sperimentando.
Ripetiamo quanto già è stato detto altre volte: il corpo mentale è costituito da materie provenienti da tutti i sottopiani del piano mentale che possono essere, per comodità, immaginati divisi in due grandi sezioni: il mentale inferiore e il mentale superiore.
Il mentale inferiore (non in senso spaziale né di qualità) è quello composto dalla materia più grossolana, più vicina a al limite in cui si passa da materia mentale a materia astrale. Esso fornisce, fra l’altro, le vibrazioni collegate al linguaggio vero e proprio, quello composto dalle parole e dagli schemi linguistici appresi nel corso dell’incarnazione.
Il mentale superiore, invece, con la sua materia più sottile, dà la possibilità all’individuo di compiere ragionamenti astratti, meno collegati al linguaggio dell’individuo ma più collegati ai bisogni di comprensione e, quindi, alle vibrazioni che provengono al mentale dal corpo akasico.
Come e su che basi viene operata questa analisi e sintesi, purtroppo, non mi è possibile spiegarlo in questo contesto, in quanto non vi sono ancora state date le basi necessarie per poter attuare un ragionamento accettabile.
Per appagare la vostra ovvia curiosità, comunque, vi posso anticipare che il tessuto su cui viene compiuto il lavoro di analisi e sintesi da parte del corpo mentale nel corso dell’evoluzione dell’individuo incarnato è costituito da ciò che proviene da quegli elementi della realtà che abbiamo denominato archetipi. In particolare, per quanto riguarda ad esempio il linguaggio, dagli archetipi transitori.
Un’altra funzione non trascurabile del corpo mentale può essere individuata nel suo interagire e alimentare i desideri e le emozioni che attraversano il corpo astrale alla ricerca di uno sbocco, di una manifestazione sul piano fisico attraverso il corpo fisico dell’individuo.
Per quanto le emozioni siano un’espressione del corpo astrale è indubbio che il loro manifestarsi non sia casuale ma segua una logica rapportabile all’interiorità dell’individuo e, avendo una loro base logica, appare ovvio che abbiano un collegamento anche piuttosto forte con il corpo mentale dell’individuo, anche se, apparentemente, molto spesso può sembrare che le reazioni emotive siano quasi completamente prive di logica nel loro manifestarsi.
In realtà ad ogni emozione (e anche ad ogni desiderio) è collegato un ragionamento del corpo mentale, composto da più elementi: in primo luogo dal tentativo di comprendere qualcosa richiesto dal corpo akasico, in secondo luogo dalla ricerca di tradurre questa spinta in maniera utile all’individuo per sintetizzare nuovi dati sulla base di analisi e deduzioni fatte all’interno del corpo mentale sulla scorta delle spinte akasiche, in terzo luogo inviando segnali verso la realtà fisica in maniera da poter ricevere risposte dall’esperienza.
Attraversando il corpo astrale queste richieste provocano reazioni nella materia astrale, reazioni più o meno violente o complesse in accordo con l’intensità del bisogno di comprendere o con la complessità della comprensione richiesta ed è proprio in particolare dall’intensità del bisogno di comprendere che scaturiscono dal corpo astrale le emozioni arrivando a manifestarsi, nella maniera che tutti voi ben conoscete per esperienza diretta, sul piano fisico.
Quando l’intensità emotiva raggiunge una soglia che può essere dannosa per l’individuo (il quale magari non è ancora pronto per affrontare una certa comprensione) scatta una reazione automatica indotta dal corpo mentale nel rendersi conto del livello di pericolo ed è così che l’individuo raggiunge una sorta di black-out sia emotivo che mentale: il mentale interrompe le sue vibrazioni per dare tempo all’astrale di mettere ordine nel caos vibratorio venutosi a creare e, sulla scorta di quel dato, il corpo mentale tenterà un approccio diverso o meno intenso al problema che sente di dover risolvere per le richieste dell’akasico.
Mi rendo conto che quanto detto in questo paragrafo andrebbe analizzato ancora più profondamente perché reca con sé delle implicazioni non di poco conto.
Ma ciò esula dal mio compito (e probabilmente anche dalle mie capacità) per cui mi accontento di avervi dato questa visione generale delle molteplici funzioni del corpo mentale.

* * *

Memoria

Avete mai pensato con una certa attenzione, fratelli miei, alla memoria e che cosa comporti per l’individuo la possibilità di ricordare?
Senza dubbio le cose che posso dirvi in proposito sono ovvie e possono apparire a prima vista banali, ma proprio l’ovvietà e l’apparente banalità delle cose vi induce spesso a non soffermarvi e a ragionare su di esse, dando tutto per scontato, senza magari accorgervi di cose che possono avere la loro importanza se comprese un po’ più profondamente ma che, invece, restano incomprese perché sottovalutate.
Vediamo di osservare alcune implicazione per la presenza o l’assenza della memoria facendo riferimento, com’è mio compito, all’insegnamento.
Per prima cosa è necessario sottolineare che, senza la possibilità di ricordare, andrebbe persa qualsiasi possibilità di poter evolvere. Infatti l’evoluzione procede per successive acquisizioni ed ampliamento di ciò che si è precedentemente acquisito e, se non si conservasse la traccia di quanto compreso in precedenza ad ogni incarnazione si dovrebbe ricominciare tutto da capo.
Questo concetto, tra l’altro, dà già la possibilità di comprendere che la funzione della memoria, pur essendo tipica per l’uomo incarnato del suo corpo mentale, è una funzione che deve in qualche modo anche essere collegata al corpo akasico, poiché è in esso che vengono fissate le comprensioni acquisite.
Ed è logico che debba essere così, dal momento che il corpo mentale, così come il fisico e l’astrale, sono corpi transitori il che sta a significare che alla fine dell’incarnazione vanno persi e, quindi, se la memoria fosse un’esclusiva di uno di questi corpi, essa andrebbe certamente persa con l’abbandono del corpo in questione.
Ma, vi chiederete allora, dov’è veramente situata la memoria? Che reale relazione c’è con quelle aree che i neuro fisiologici indicano esistere all’interno del cervello umano e che insegnano essere le aree del ricordo e, perciò, della memoria?
Vedete, fratelli miei, come appare evidente da quanto ho detto poc’anzi la memoria non può essere appannaggio di un solo corpo dell’individuo, ma è una funzione che si riscontra in tutti i corpi dell’individuo.
E’ ovvio che esiste una memoria che opera già a livello fisico: se così non fosse la catena genetica non avrebbe la possibilità di riformare le cellule distrutte perché non vi sarebbe il «ricordo» delle informazioni adatte.
E’ altrettanto ovvio che esista una memoria a livello di corpo astrale: se un’emozione di paura non restasse immagazzinata con la sua intensità emotiva questa intensità emotiva si presenterebbe sempre come una bomba sconosciuta ogni volta che la situazione emotivamente «forte» si ripresenta. Accade invece che l’emozione «forte» diventa sempre meno forte ogni volta che la situazione si ripete e, più volte si ripete, più debole diventa l’emozione.
Questa perdita di intensità dell’emozione sotto l’influenza di uno stimolo ripetuto avviene perché l’emozione è già conosciuto, ricordata e quindi, sempre di più ad ogni ripetizione dell’esperienza, sfrondata di intensità per focalizzarsi su altri aspetti emotivi dell’esperienza.
Per quanto riguarda il corpo mentale non vi sono dubbi che esista una memoria: basta pensare al fatto che se non esistesse la memoria di ciò che si fa, si dice o si pensa non sarebbe possibile condurre un ragionamento ed estrarre da esso deduzioni, ipotesi o anche solo semplici considerazioni. Ma allora, dov’è situata la sorgente della  memoria?
Certamente non nel cervello, come potrebbe pensare qualcuno di voi. Il cervello conserva in una sorta di «memoria» temporanea gli accadimenti della quotidianità in una sorta di memoria «tampone» che distribuisce le risultanze dell’esperienza vissuta ai corpi cui compete quel settore di esperienza: la parte emozionale al corpo astrale, la parte razionale al corpo mentale, affinché essi provvedano in qualche maniera a sottoporle a un primo ordine vibratorio da inviare poi, come dato utile per la comprensione dell’esperienza, al corpo akasico. Tuttavia questa memoria «tampone» posseduta dal cervello è evidente che viene annullata al momento della morte dell’individuo, anche solo per il fatto che l’organo cerebrale perde la sua funzionalità.
Risulta chiaramente che la memoria «permanente» non può che essere situata nel corpo che non è transitorio, ovvero nel corpo akasico.
Tutto ciò che viene vissuto, le emozioni, i ragionamenti, i fatti e tutto il complesso corredo che li accompagna si trascrive all’interno del corpo akasico dell’individuo, fissandosi definitivamente in esso allorché viene raggiunta una comprensione.
E’ a questo bagaglio di riferimenti che il corpo akasico fa riferimento per indurre i corpi inferiori a ricercare certe esperienze e non altre.
In parole povere il corpo akasico deve necessariamente possedere una memoria per poter correlare tra loro le esperienze e trarne quei collegamenti che lo inducono a muovere i corpi inferiori nel corso dell’incarnazione alla ricerca delle situazioni più adatte per appagare il suo desiderio di comprendere senza ombra di dubbio ciò che «sente di non aver compreso».
Volendo, si potrebbe arrivare persino a sostenere che il sentire è memoria, anche se una tale osservazione non sarebbe precisa: il sentire appartiene ai sottopiani più sottili del corpo akasico dell’individuo, mentre la memoria di ciò che ha vissuto nel corso delle varie vite è immagazzinato nei sottopiani più densi. certamente, comunque, le due situazioni (memoria e sentire) sono in collegamento tra di loro e interagiscono continuamente: per inviare le sue richieste di esperienza ai fini della comprensione il sentire deve necessariamente fare riferimento a quello che nella memoria del corpo akasico risulta che sia già stato sperimentato, in maniera tale da ampliare una certa esperienza o esplorare parti o sfumature di essa che non risultano ancora essere state esplorate nella maniera adeguata.
Per concludere questo discorso (per forza di cose approssimativo e certamente non esauriente in tutte le sue particolarità), volevo accennare a due elementi importanti che sono strettamente collegati alla memoria: il senso del tempo e la sensazione di esistere.
Il senso del tempo scaturisce dall’osservazione in successione degli avvenimenti compiuta dai corpi inferiori nel corso della vita. Ovvero: il corpo fisico stabilisce il tempo in base alla successione delle sensazioni che egli percepisce, in base alla sequenzialità delle emozioni che lo coinvolgono, in base ai ragionamenti che esse provocano nel corpo mentale. Senza la memoria e il ricordo questa successione non sarebbe percepibile: tutto apparirebbe contemporaneo.
Il tempo (sensazione, estremamente soggettiva, al di là delle convenzioni attuate dall’essere umano allorché è incarnato con la fittizia divisione in unità di tempo quali l’ora, i minuti o i secondi) esiste nella soggettività proprio grazie alla percezione soggettiva dell’Io, il quale tende a considerare se stesso come un punto fermo della realtà, al quale, seguendo la sua visione egocentrica, tutto va riferito.
Se esiste, ovviamente, deve avere una sua funzione, vero fratelli? Certamente ne ha più di una e quella che mi preme sottolinearvi in questo ambito è quella di dare un ordine di invio al corpo akasico dei dati dell’esperienza in forma via via più ampia, partendo dal semplice dato per arrivare all’articolazione più complessa che comprende ancora il dato semplice ma lo completa con dati aggiuntivi che possono fornire all’akasico una visione più completa dell’esperienza.
La successione delle comprensioni segue, passo passo, la successione delle esperienze fatte nella realtà soggettiva ed è ancora funzionante e percepita come una serie di raggiungimenti temporalmente successivi da parte del corpo akasico nel costruire il mosaico della sua comprensione: non può accadere, ad esempio che un individuo capisca una sfumatura di comprensione prima di aver capito la base della comprensione stessa.
Questo è valido per il corpo akasico fino a quando non si arriva alla parte di esso in cui viene scritto (o sarebbe meglio dire «riscritto») il sentire.
In questa zona dell’akasico non vi è più successione ma tutto è contemporaneo in una maniera tale che a me, in questa sede, è impossibile spiegarvi, anche perché lo so per averlo sentito dire dai Maestri e non per esperienza diretta. La memoria e il senso del tempo portano alla sensazione di essere un’entità che attraversa la realtà in un lungo peregrinare attraverso la vita, alla sensazione di essere «io» che mi riconosco nel tempo e che attraverso il tempo secondo un filo conduttore a cui sono sempre collegato e nel quale mi identifico.
Questo dà all’Io e alla consapevolezza individuale dell’uomo incarnato la sensazione di esistere. Ma è una sensazione fallace e transitoria perché basta uno squilibrio che provochi una forte perturbazione a livello fisico, astrale o mentale, per attraversare momenti in cui non si riconosce più se stessi e si ha la sensazione di non essere più la stessa persona.
La sensazione di esistere, l’illusione di esistere pur nell’apparente realtà e concretezza del mondo fisico, diventa alla fine coscienza di esistere allorché essa si confronta con il complesso dell’individualità all’interno del corpo akasico, laddove il contatto con la coscienza superiore dell’Assoluto rende inamovibile la certezza che ognuno di noi, malgrado la propria effimera esistenza, «è» ben al di là di quella che può essere l’illusoria esistenza individuale di un Tizio, di un Caio o di un Sempronio.
E in questa coscienza di esistere si annulla il tempo, perde importanza il ricordo e acquista preminenza il concetto che prima di tutto si «è», in maniera totale e definitiva.
Nel corso di una delle mie vite mi sono interessato di magia e di esoterismo e, nel percorrere la mia strada lungo la ricerca della conoscenza mi sono imbattuto in un’antica pergamena della quale non si sapeva la provenienza.
Essa diceva, in una scrittura rapportabile a quella usata dai sacerdoti egizi:

Padre mio,
ho cavalcato mille cavalli imbizzarriti
e da essi ho trovato in me le parole
e i suoni che li rendevano docili
e capaci di seguire i miei desideri,
conducendomi lungo le strade paurose
della mia interiorità.
Ho incontrato sul mio cammino orde di lupi ringhianti
dai denti snudati come barriere poste sulla mia strada
per fermare il mio avanzare verso di Te,
ma ho saputo tranquillizzarli con la luce di un mio sorriso,
con la forza della mia serenità.
Mi sono imbattuto in tempeste
che facevano rivoltare i mari,
portando in alto quello che era in basso
e ricacciando negli abissi più profondi
quello che era in superficie,
e sono rimasto a galla sopra il pelo delle acque turbolente
solo grazie alla convinzione 
che io,
qualunque cosa potesse accadere,
non sarei mai morto veramente.
Ho sfidato il fuoco più ardente,
il lampo più abbagliante,
la grandine più tambureggiante
riparandomi sotto la volontà 
di giungere indenne
nel porto della mia anima.
Ho attraversato momenti in cui il mio corpo
mi è sembrato un peso inutile ed ingombrante
di cui avrei voluto poter fare a meno.
Ho percorso ore interminabili in cui orgoglio, paure e rancori
cercavano di ridurmi come un fuscello in balia del vento,
pronto a spezzarsi frammento dopo frammento.
Ho vissuto periodi in cui i miei pensieri
sembravano essere pensati 
soltanto allo scopo
di ferire me stesso o, peggio ancora, di ferire gli altri.
Eppure, sempre, qualcosa dentro di me
è riuscito a modificare ciò che attraversavo
aggrappandosi con tutta la sua speranza
al piacevole soffio di un vento primaverile,
o alla risata senza imbarazzo di un bambino,
o all’incontro con una nuova, 
inaspettata, meravigliosa idea.
Infine, Padre mio, 
ti ho scorto…
e tutto ciò che ho vissuto
mi è apparso nella sua grandezza,
facendomi riconoscere 
che di tutto ciò, indubbiamente,
avevo bisogno per arrivare ad essere una parte cosciente di Te.
(Andrea)

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume terzo, parte prima, Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior

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