Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

d-30x30Fare ciò che si sente. Dizionario del

«Fare ciò che si sente» è uno degli interrogativi più grossi che l’individuo si trova a dover affrontare, perché se è vero che è giusto agire seguendo il proprio sentire, è altrettanto vero che ben difficilmente, a questo livello evolutivo, si può aver la certezza che ciò che si sente provenga veramente dal proprio «sentire».
Generalmente si usa la frase «fa’ ciò che senti» quando un individuo si trova di fronte alla difficoltà di compiere delle scelte particolarmente importanti; mentre, per quanto riguarda il quotidiano e le piccole esperienze di tutti i giorni, viene quasi dato per scontato che un individuo si comporti in maniera conforme al proprio «sentire», ma in realtà non sempre è così anzi, questo non accade quasi mai a causa delle varie influenze che subiamo e ai condizionamenti cui siamo sottoposti, sia interni (l’Io) che esterni (ambiente e società).
Soltanto verso la fine delle incarnazioni, quando il quadro del sentire è quasi completamente strutturato, sarà più facile fare veramente ciò che si sente più che quello che «si pensa» di sentire o si ritiene di «dover» sentire.
Nell’attesa di arrivare a quel punto non ci resta che operare su noi stessi per permettere che le condizioni perché ciò avvenga si avverino, osservando noi stessi e il nostro comportamento e cercando, per quanto è possibile, di essere sinceri con noi stessi.

Messaggio esemplificativo

Se osserviamo un individuo qualsiasi nel corso di una giornata qualunque della sua esistenza, riusciremo a vedere come in molte occasioni, nell’arco delle l6-18 ore di veglia di una sua giornata, egli vada contro quello che invece sentirebbe di fare.
Mettiamo che sia una cupa e umida giornata autunnale, una di quelle che sicuramente non contribuiscono a farti alzare di buonumore, ecco che al momento del risveglio egli comincia a dover andare contro se stesso soffocando il desiderio di restarsene a letto al caldo invece di alzarsi per raggiungere il proprio posto di lavoro.
Primo sforzo: se avesse fatto quello che sentiva di fare non si sarebbe alzato, avrebbe continuato a dormire e forse anche a poltrire sotto le coperte del suo caldo e morbido letto, ma il senso del dovere lo ha spinto ha trovare il coraggio di alzarsi ed iniziare così la sua giornata.
Mettiamo che la nostra creatura abbia un’attività lavorativa che lo ponga in continua relazione con gli altri.
Già alzatosi di cattivo umore «perché a letto si sarebbe sicuramente stati meglio» ecco che egli, poverino, deve affrontare le persone che a lui si rivolgono, ed ancora una volta lo vediamo «costretto» a fare buon viso a cattivo gioco non attribuendo agli altri, che hanno in qualche modo bisogno di lui, la causa del suo malumore… Ancora una volta, il senso del dovere lo spinge ad essere il più cordiale e disponibile possibile nei suoi rapporti interpersonali.
Secondo sforzo: se avesse fatto quello che sentiva di fare non si sarebbe posto più di tanto il problema di essere cordiale e disponibile con gli altri e non avrebbe esitato più di tanto a mandare al diavolo coloro che gli apparivano particolarmente noiosi.
Lo troviamo, adesso, dopo aver accumulato già un po’ di tensioni a causa della «levataccia» e degli sforzi di essere (e non apparire) cordiale con gli altri, di fronte ad un caso particolarmente difficile: gli si para infatti davanti una persona (di quelle con cui ti rendi subito conto che è impossibile comunicare o instaurare un rapporto di qualsiasi tipo) che riesce in un fiato a «mandarlo in bestia» ad un punto tale che ci vuole tutta la sua forza di volontà per controllarsi nelle reazioni.
Terzo sforzo: se avesse fatto quello che si sentiva di fare non avrebbe dato sfogo alle sue reazioni in quanto non avrebbe neanche permesso a quell’individuo di esasperarlo al punto da fargli perdere la pazienza; ecco che, ancora una volta, il suo senso del dovere lo ha spinto ad accettare anche questa situazione cercando di compensarla con ciò che di positivo e gratificante gli capiterà nel corso della giornata.
E così, tra alti e bassi, trascorre la sua giornata lavorativa, accumulando al suo attivo una decina di sforzi dello stesso tipo dei precedenti, fino ad arrivare a sera, al rientro a casa, non totalmente soddisfatto, ma comunque neanche particolarmente deluso o affaticato, tuttavia con il desiderio di trascorrere una tranquilla serata facendo ciò che più gli aggrada fare. Immaginiamo ancora che il nostro individuo abbia famiglia, abbia dei figli. Ecco che lo vediamo in uno dei momenti più importanti per una famiglia: l’ora di cena, con tutti riuniti attorno al tavolo, pronti a scambiarsi le esperienze che ognuno ha avuto nel corso della giornata appena trascorsa. Immagine forse un po’ troppo patriarcale, forse anche un po’ démodé, ma perdonatemi… ognuno è figlio del proprio tempo!
Finalmente rilassato ed a proprio agio, confortato dall’idea che da lì a poco potrà finalmente dedicarsi al suo hobby preferito, in modo da finire nel modo migliore una giornata così e così, ecco che ad uno ad uno i componenti della sua famiglia, dal partner ai figli, cominciano a sciorinargli le loro problematiche, le loro quotidiane frustrazioni, ed ognuno di essi, a modo proprio, gli fa una tacita richiesta di aiuto, o quanto meno di una parola di conforto.
Penultimo sforzo: se il nostro amico avesse fatto quello che sentiva di fare, ecco che avrebbe fatto orecchi da mercante o avrebbe raccontato le sue frustrazioni quotidiane insaporendole anche un po’ in modo da deviare l’attenzione degli altri su quelli che erano stati i suoi problemi, invece ancora una volta il suo senso del dovere lo spinge a pensare che, tutto sommato, quanto da lui vissuto nelle ore precedenti era ben piccola cosa di fronte agli occhi lucidi di uno dei suoi figli che ha preso un inaspettato brutto voto a scuola, o alla frustrazione del partner che è stato aspramente rimproverato sul posto di lavoro, o all’altro figlio che, adolescente, soffre di difficoltà di comunicazione con i suoi coetanei, cosicché si sente solo e inadeguato.
E così, lo troviamo a ricercare al proprio interno una parola di conforto e di incoraggiamento per tutti… Intanto il tempo passa e l’idea di poter dedicare quel poco di tempo che gli e rimasto al proprio hobby si affievolisce sempre più… tuttavia un’altra idea fa capolino: c’è sempre la possibilità di scaricare le tensioni accumulate nel corso della giornata in un altro modo. Lo ritroviamo quindi nuovamente a letto, come lo avevamo trovato al mattino, a fianco del suo partner che, terribilmente stanco e amareggiato, gli augura una frettolosa buonanotte.
Ultimo sforzo: il nostro amico spegne la luce e si addormenta! Se avesse fatto quello che si sentiva di fare…
Ecco, mi rendo conto che gli esempi portati possono sembrare anche banali, invece non lo sono, o per lo meno non lo sono relativamente al punto in cui vi voglio portare. Non concluderò questo messaggio sciorinandovi chissà quale teoria, ma vi farò delle domande alle quali sarà vostro compito fornire una risposta. È chiaro che il non volersi alzare dal letto, il non aver voglia di essere cordiale e disponibile con tutti, etc. etc. sono movimenti dell’Io, ma lo sforzo, il costringersi a fare qualcosa che in quel momento il vostro Io non vorrebbe fare, chi lo fa? Che significato ha? Da dove proviene? Ho parlato, in ogni esempio, di «senso del dovere», ma ciò che comunemente viene chiamato in questo modo che cos’è in realtà? Potrebbe essere un «sentire» che traspare, che supera i limiti e le barriere poste dall’Io dell’individuo e che spinge ad un determinato tipo di comportamento, e che l’Io deve giustificare in qualche modo, chiamandolo appunto «senso del dovere»?
Il fatto di mettere in ogni occasione, anche se a fatica, da parte se stessi e i propri bisogni, non potrebbe significare che il «sentire» si sta facendo strada, o invece pensate che quando una certa azione viene compiuta in perfetta armonia col proprio «sentire» essa debba essere necessariamente fluida e spontanea? Francesco

Il «fare ciò che si sente» viene facilmente confuso col «fare ciò che ti va di fare» e c’è anche chi può dire: «È giusto fare ciò che a uno va di fare perché in questo modo può comprendere quello che deve comprendere».
Questo è il passo a cui potrebbe arrivare la persona che segue l’insegnamento applicando – senza tener conto di tutto l’insegnamento – le cose che sono state dette nell’insegnamento filosofico e morale; però voi vi rendete conto, creature, che non sempre è veramente possibile e giusto fare ciò che si sente di fare, a prescindere dal fatto che ciò che si sente sia dovuto al sentire o, come accade di solito, all’Io. Vi deve essere, allora, una discriminante di qualche tipo a cui fare riferimento, in modo da poter adattare il proprio comportamento a quella che è la manifestazione del comportamento personale all’interno della famiglia, della società in cui uno vive.
Ovviamente, questa discriminante non può essere che l’intenzione; ma l’intenzione non è così facile da conoscere, quindi non può essere un motivo abbastanza sicuro per poter fare da discriminante nel modo di comportarsi dell’individuo; se io fossi sicuro sempre delle mie intenzioni, certamente farei sempre per il meglio quello che devo fare, giusto?
D’altra parte, se io conoscessi tutte le mie intenzioni, probabilmente non mi incarnerei neanche più, perché vorrebbe dire che ho compreso tutto quello che dovevo comprendere di me stesso e quindi della Realtà. La cosa è molto semplice: è giusto seguire gli impulsi e i comportamenti di ciò che «ci sembra» di sentire (lasciamo questa parentesi aperta) sempre che non ci si renda conto che il nostro agire «sentitamente» non sia scopertamente, evidentemente, senza ombra di dubbio, un danno per qualcun altro; ovvero il mio «fare ciò che sento» deve avere il suo limite nel «non fare dei danni agli altri». Scifo

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte prima, pag. 123-127, Edizione privata


Il tema del Fare ciò che si sente viene riportato anche nella parte seconda del secondo volume a pagina 26, analizzato, in particolare, in relazione all’evoluzione personale.

«Fare ciò che si sente» è un concetto che investe l’individuo nella sua totalità e quindi è giusto esaminarlo dai vari punti di vista in cui può essere esaminato, ad esempio dal punto di vista dell’evoluzione, in quanto, senza dubbio, il concetto di «fare ciò che si sente» è in stretta, strettissima relazione con quella che è l’evoluzione dell’individuo.

Messaggio  esemplificativo

Molte volte il «fare ciò che si sente» – come è stato detto e ripetuto – viene confuso col «fare ciò che ti va di fare» e c’è anche chi può dire: «È giusto fare ciò che a uno va di fare perché in questo modo può comprendere quello che deve comprendere». Questo è il passo a cui potrebbe arrivare la persona che segue l’Insegnamento applicando – senza tener conto di tutto l’Insegnamento – le cose che sono state dette nell’Insegnamento filosofico e morale; però voi vi rendete conto, creature, che non sempre è veramente possibile e giusto fare ciò che si sente di fare, a prescindere dal fatto che ciò che si sente sia dovuto al sentire o, come accade di solito, all’Io.
Vi deve essere, allora, una discriminante di qualche tipo a cui fare riferimento, in modo da poter adattare il proprio comportamento a quella che è la manifestazione del comportamento personale all’interno della famiglia, della società in cui uno vive.
Immagino che potreste dire che bisognerebbe conoscere l’intenzione.
Ma l’intenzione non è così facile da conoscere, quindi non può essere un motivo abbastanza sicuro per poter fare da discriminante nel modo di comportarsi dell’individuo; se io fossi sicuro sempre delle mie intenzioni, certamente farei sempre per il meglio quello che devo fare. D’altra parte, se io conoscessi tutte le mie intenzioni, probabilmente non mi incarnerei neanche più, perché  vorrebbe  dire che ho compreso tutto quello che dovevo comprendere di me stesso e quindi della Realtà.
La cosa è molto semplice ed era già stata accennata in precedenza: è giusto seguire gli impulsi e i comportamenti di ciò che «ci sembra» di sentire (lasciamo questa parentesi aperta) sempre che non ci si renda conto che il nostro agire «sentitamente» non sia scopertamente, evidentemente, senza ombra di dubbio, un danno per qualcun altro; ovvero il mio «fare ciò che sento» deve avere il suo limite nel «non fare dei danni agli altri».
È un po’ lo stesso concetto della libertà: dov’è che finisce la libertà dell’individuo? Esattamente dove comincia quella di un altro. Lì c’è quella parete sottile che l’individuo che vive in una società deve tener presente – condizionamenti o no, convenzioni o no – perché la propria libertà non vada a nuocere alla libertà di un altro; perché tutti quanti abbiamo diritto ad avere la stessa possibilità di libertà. Allo stesso modo, si può dire che tutti gli individui incarnati hanno teoricamente bisogno di poter esprimere ciò che sentono. Ma vi immaginate voi che mondo sarebbe se tutti veramente facessero ciò che sentono di fare? Pensate a una società agli inizi dell’evoluzione della razza, quindi di bassa evoluzione: se tutti facessero ciò che sentono di fare, ben pochi sopravvivrebbero. Questo significa che vi devono essere, comunque sia, dei freni, degli apparati di qualche tipo che possano permettere all’individuo di esprimere se stesso e ciò che sente entro, però, certi limiti, per non nuocere agli altri.
Ora, questi freni, nei casi di bassa evoluzione, sono evidentemente, principalmente, costituiti da cosa? Dalle norme sociali e dalle norme giuridiche e – perché no? – persino dalle norme religiose che, proprio in questa condizione di evoluzione dell’individuo trovano la giustificazione della loro  esistenza.
Voi, attualmente, specialmente i più giovani fra quelli incarnati, siete tentati a fare di ogni erba un fascio e mettere da parte come obsoleti, inutili, o persino fastidiosi o dannosi i condizionamenti sociali, le norme sociali, le religioni; però tenete presente che tutti questi fattori che attualmente, per qualche motivo, hanno perso parte della loro valenza e della loro positività, sono nati, necessariamente, sotto la spinta di determinati impulsi provenienti  direttamente  da Chi tutto il Disegno ha creato, per far sì che l’evoluzione potesse svolgersi, per far sì che esistessero determinate condizioni in cui l’individuo, malgrado la sua bassa evoluzione, non finisse in massa per costituire un blocco dell’evoluzione dell’intera razza; tant’è vero che, specialmente nei primi tempi dell’incarnazione della razza, vi è un grande affluire di incarnazioni di individui di evoluzione superiore che possano dare corpo a quelle leggi etiche, morali e sociali, a quei comandamenti necessari e indispensabili affinché quello che ho detto prima si avveri, affinché l’evoluzione cioè della nuova razza che si sta incarnando possa comunque andare avanti senza subire interruzioni. Siete d’accordo su questo?
Quando si passa a un’evoluzione superiore – non ancora la più alta evoluzione, ma un’evoluzione media, quella che si suppone abbiate tutti voi – le cose indubbiamente si fanno molto più complicate: l’Io è più sottile, è più rarefatto, non ragiona più per grandi movimenti, ma ragiona per sfumature; il suo egoismo non è più così (nella maggioranza dei casi) evidente, sfacciato, arrogante, ma molte volte diventa furbo, insinuante, cerca di ottenere quello che gli interessa magari con l’inganno o facendo finta di volere qualcos’altro; quindi la discriminante di cui parlavamo non può più essere applicata molto facilmente, ma deve essere applicata consapevolmente dall’individuo allorché si rende conto – e, con l’evoluzione che possiede a questo punto, può rendersene conto – che il suo comportamento può nuocere agli altri e ciò non va bene.
È in questo punto, in questa linea mediana dell’evoluzione della razza, che l’individuo deve fare il passo che lo porta ad avvicinarsi agli altri, che lo porta a considerare che il pianeta non è tutto suo ma appartiene a tutti quelli che lo popolano, e che con tutte queste persone lo deve condividere, e che, quindi, a quel punto, deve trovare un elemento di equilibrio tale che permetta non soltanto a sé ma anche agli altri di poter esplicare ciò che sente e i propri desideri di libertà personale.
Vi è poi l’individuo evoluto, quello che è a un passo dall’abbandono della famosa «ruota delle nascite e delle morti», colui che tutto   ha ormai compreso, o quasi tutto; gli mancano soltanto quelle due o tre sfumature per arrivare  finalmente  ad  abbandonare  l’incarnazione: non avrà bisogno di applicare discriminanti perché, automaticamente, grazie alla sua comprensione,  al sentire  che fluisce,  farà  ciò che sente; ma non più ciò che sente l’Io, bensì ciò che sente la sua coscienza.
Si troverà in un mondo di persone dall’evoluzione molto inferiore, dalla comprensione magari molto inferiore, e quindi nella condizione di dover essere d’esempio e, indirettamente, col proprio esempio, da maestro agli altri, e quindi cercherà di farlo nella migliore maniera possibile.
L’individuo dall’alta evoluzione, direte voi, «non si pone neppure il problema»… ma siete davvero sicuri di quanto state dicendo? Se il suo sentire è aver imparato il «non rubare», siete davvero sicuri che il suo sentire, comunque sia, fluirà in maniera tale che egli non penserà nemmeno di tenersi quei soldi?
Dovete ricordare che l’individuo incarnato, per quanto evoluto sia, è incarnato perché qualcosina deve ancora comprendere, sta facendo una sua vita che, magari , per … che so io … esigenze karmiche contempla, per fare un esempio, un figlio cieco che, con un’operazione adatta, potrebbe riacquistare la vista. La valigetta contiene 20 milioni, e – guarda caso – è proprio la cifra che potrebbe far recuperare la vista al figlio dell’uomo evoluto, il quale, d’altra parte, poiché non ha un grosso Io, non è riuscito a diventare un Berlusconi, ma è magari semplicemente un impiegato postale, che con difficoltà riesce a sbarcare il lunario e quindi difficilmente può trovare 20 milioni in più per pagare l’operazione agli occhi a suo figlio. Potrebbe essere una situazione normale, questa, no? Ma l’individuo è evoluto e allora, secondo voi, come reagisce di fronte a questa possibilità che l’esistenza gli mette davanti di avere i 20 milioni a disposizione? Qual è il suo senso del sentire: quello che gli dice che deve aiutare il figlio a riprendere la vista o quello che gli dice: «Non posso aiutare mio figlio a riprendere la vista usando i soldi di un altro»?
Non c’è dubbio che la scelta finale non possa che essere di non appropriarsi di quel denaro, però pensate che non abbia dubbi? Pensate che per un attimo non lo possa cogliere il pensiero «Questi soldi mi fanno comodo e li tengo»? Quindi vedete, creature, che anche con un’alta evoluzione, allorché si possiede un Io, anche la persona evoluta per un attimo può avere il dubbio di commettere qualche cosa che va contro la sua comprensione. Certamente poi, alla fine, com’è nella logica della Realtà, la comprensione raggiunta ha la meglio sulle pulsioni dell’Io perché, la spinta della vibrazione emanata dall’akasico è tale che l’Io soccombe, per forza di cose, a questa spinta che arriva piuttosto pura, piuttosto pulita alla coscienza dell’individuo incarnato.
Ricordate che, comunque sia, l’individuo incarnato un Io, lo possiede, deve possederlo per forza perché, se non possedesse un Io, non potrebbe neanche riuscire a barcamenarsi, a vivere all’interno della società e a contatto con gli altri. Non possedere l’Io significa non mostrare un carattere, una personalità, non essere capaci di interagire con gli altri; l’Io è necessario, comunque sia, finché si è incarnati, perché costituisce un mezzo di interazione con la realtà fisica in cui ci si trova a vivere l’esperienza.
Quindi, come vedete, anche applicare la discriminante in molti casi non è facile; tant’è vero che, come ho detto, questa discriminante può essere usata soltanto quando si ha già un certo livello evolutivo. L’importante è cercare di capire quand’è giusto fare ciò che si sente e quando non è giusto e cercare di esaminare con attenzione le conseguenze sugli altri del proprio comportamento; mettere da parte per un attimo le conseguenze su se stessi e poi cercare di comportarsi nel modo migliore per far soffrire l’altro (o l’altra) il meno possibile.
Certo, questo vorrà dire prendersi la responsabilità di agire, ed è questo che spaventa l’individuo più di ogni altra cosa. Per l’Io, la cosa migliore sarebbe poter sempre andare avanti nella stessa vita, avendo un rapporto – vero o falso che sia, ma un rapporto da mostrare agli altri – far finta che questo rapporto sia bellissimo, che la propria vita sia meravigliosa, che tutti gli amici siano persone stupende, che i figli siano gratificanti, che la vita che stanno conducendo stia dando loro tutto il massimo che può dare; mentre, guardando con attenzione, magari non è così. Quello che è importante – ripeto – è essere attenti a queste cose e cercare di comprendere quando veramente è giusto seguire ciò che si sente, cercando di non farsi mascherare o travisare da quelli che sono i desideri dell’Io … che, pur non esistendo, però è un gran  rompiscatole!
Qua c’è un altro problema, che sottintende una cattiva comprensione del concetto di Io: voi pensate che l’Io sia il demonio; niente di più sbagliato. L’Io non è né buono né cattivo; l’Io semplicemente esiste come risultante delle varie forze che arrivano all’individuo. Questo non significa che qualsiasi cosa l’Io vi induca a fare sia sbagliata. Questo forse non riuscite a capire! Voi partite dal preconcetto che, comunque sia, quello che l’Io fa è demoniaco e va combattuto; non è così!
Ci sono due aspetti da considerare in questa situazione: intanto molte cose costruite dall’uomo nel corso della sua storia, molte delle cose più meravigliose e più belle, più piene d’amore e via dicendo, sono state costruite sotto la spinta dell’Io; secondariamente, dovete considerare che quello che è importante da riconoscersi è quella che è la vostra motivazione, è la motivazione dell’Io, non l’azione; perché l’azione in se stessa può avere degli effetti positivi, può essere giusta, può essere utile per altre persone, può anche aiutarle, ciò non toglie che, per quanto la vostra azione possa aiutare un’altra persona, se fatta per motivi egoistici, – che so io … per essere in qualche modo considerato «importante» – la vostra azione ha aiutato l’altro ma voi dovete vedere qualche cosa perché l’azione che avete compiuto in quella maniera comunque era sbagliata; ma non sbagliata per l’altro, che riceve l’effetto della vostra azione: è sbagliata per la vostra coscienza, per voi stessi, perché c’era qualcosa che dovevate comprendere.
Per quanto riguarda, poi, l’ipotesi che il fatto di bloccare l’Io vi possa portare a dei problemi all’interno dell’individuo, nel corpo fisico o negli altri vari corpi, ci tengo a sottolineare che i vostri corpi sono pieni di problemi, tutti i giorni, in continuazione, per quello che compite, sia che seguiate l’Io, sia che non lo seguiate, e i vostri problemi nascono dal fatto che le vostre comprensioni non sono ancora abbastanza ampie e che, quando arrivano alla coscienza di voi incarnati, il vostro Io li usa per ottenere magari ciò che più desidera ottenere, entrando in contrasto con queste vibrazioni; ed è questo contrasto quello che provoca i problemi, non il fatto di bloccare l’Io. Scifo

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior

 

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