La solitudine esistenziale: l’essere straniero, disadattato, triste

Scrive una sorella nel cammino: In questi giorni percepisco un gran senso di solitudine. Fatico a relazionarmi col prossimo, non trovo argomenti, non sento vicinanza. Ad esempio, ho partecipato con piacere alle cene di fine anno scolastico […], ma, osservandomi in mezzo ad altre persone, mi sono sentita una disadattata. In quel palcoscenico sento il bisogno di fare un passo indietro, cosa vuoi fare altrimenti? […] Non c’è giudizio e non c’è identità che vuole riconoscimento. C’è solitudine, un’infinita solitudine interiore. Sarà una forma di deserto? Poco importa, oggi: in tutta onestà, sapere che altri nel cammino vivono la stessa condizione, non è di conforto.

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Percezione soggettiva del reale e solitudine

Uno dei concetti più difficili da comprendere intellettualmente da parte di colui che segue i nostri insegnamenti è il concetto della soggettività del percepire, che ha – come conseguenza logica – l’illusorietà della realtà nella quale quell’individuo vive.
Infatti un ragionamento susseguente a questa enunciazione del concetto che quell’individuo potrebbe fare, è il ritenere d’essere completamente solo: completamente staccato e diverso dagli altri individui; non solo, ma addirittura potrebbe apparire che gli altri individui non esistano contemporaneamente a lui; egli riceve degli altri una immagine tutta particolare, soggettivizzata naturalmente, e non avrà mai la certezza che quanto egli percepisce possa essere la realtà.
Questo abbiamo cercato di insegnarvi, in quanto questo corrisponde al vero: la realtà non è quella che voi percepite, ma i vostri bisogni egoistici vi spingono a percepire questa realtà nel modo a voi più «conveniente» in quel momento evolutivo.

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La solitudine, la fiducia, il mare dell’ordinarietà

Per una ragione a me inconoscibile, la vita mi ha condotto su una via di solitudine e di assenza di riferimenti certi: non in una religione, in una filosofia, in una pratica ho potuto confidare, ma solo sull’indagine del sentire, sull’attingere a quel pozzo la cui profondità è insondabile alla mente umana e si dichiara esclusivamente nell’osservazione, nell’ascolto, nello stare della contemplazione.
Per una qualche ragione, la vita mi ha condotto in mare aperto pur avendo io paura del mare.
Bene rappresentano il mio cammino esistenziale questi brani di Matteo/Luca/Marco:

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La solitudine relativa nel cammino di unificazione

Andiamo incontro allo scomparire della nostra egoità da soli e non ci portiamo niente e nessuno appresso.
Alla fine del cammino siamo nudi e poveri: 
poveri di presunzione, poveri di potere, poveri di orpelli.
I molti, o pochi, affetti di una vita sono lì, ma non sono abiti di cui ammantarci: li indossiamo come abiti da lavoro, con la stessa naturalezza; sono parte del cammino, ed anche sua sostanza, ma non sono oggetto di attaccamento e non conferiscono appartenenza ed identità.

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Solitudine e non comprensione

d-30x30Solitudine. Dizionario del

Il senso di solitudine dell’uomo nasce dal fatto di non essere ancora consapevole del fatto che non è un corpo estraneo o distaccato dalla Realtà, ma ne è un elemento, una parte integrante.
A mano a mano – ci insegnano le Guide – che la coscienza si amplierà verrà ritrovata dall’individualità la consapevolezza di appartenere veramente e per sempre al Tutto e, di conseguenza, non ci sarà più la possibilità di sentirsi soli.
Si tratta, quindi, di un sentimento causato dall’impressione di essere separati da ciò che ci circonda, impressione che ha il risultato di causarci sofferenza.

Messaggio esemplificativo (1)

Sento dentro di te un piccolo moto di delusione, sorella, nato da un pensiero inconscio che ti faceva credere di essere stata dimenticata da noi. Rassicurati, non è così; noi non ci dimentichiamo di nessuno di voi, siete tutti lì, davanti a noi,con le mani protese.
Hai aspettato e stai aspettando. Eppure io ti avevo detto: «Non ti devi aspettare da noi soltanto quello che vai cercando; perché non sempre potremo dartelo, non sempre vorremo…» e questo neppure tanto tempo fa. Sorrido, dolce sorella, nel conoscere la tua reazione; sorrido perché ti amo come amo tutte le creature che – come te in questo momento – sono lontane, perché incarnate, dal mio sentire. Com’è difficile, vero, mettere in pratica le parole stampate su carta? Lo so, ti capisco, hai ragione: è molto difficile e, se non lo fosse, sorella, non avrebbe senso la tua esistenza. Eppure io ti avevo detto: «Sta attenta alle illusioni…» e non mi capivi, quando ti dicevo quelle cose. E ora puoi dire di averle comprese? Non è così facile cambiare, soprattutto quando si tratta di cambiare interiormente; esteriormente sì, si può anche cambiare da un momento all’altro, ma ben raramente questo cambiamento ha dei riscontri nell’intimo e corrisponde ad un sentire raggiunto. Ma non temere: ciò che più conta, quando sarà il momento di tirare le somme della propria esistenza, non è il cambiamento vero e proprio ma è l’intenzione che stava alla sua base, purché sia sincera.
Hai rifatto l’errore di sentirti sola. Ma, benedetta creatura, perché non hai provato – in quei momenti di delusione e di amarezza a guardarti intorno, ad osservare le cose che ti circondano, a guardare i volti sconosciuti di tanti uomini ed a cogliere da tutto questo quel conforto che desideravi e la certezza di non essere sola?
Perché ti sei lasciata sopraffare – ancora una volta – dalla solitudine, rilevando soltanto gli aspetti negativi di quanto ti ha frustrata, facendoti cadere in quello stato? O forse vuoi dirmi che in nulla di quanto ti è accaduto in questo ultimo periodo vi è qualcosa di positivo e di piacevole? Pensaci, sorella, e rimedita sugli ultimi accadimenti della tua vita, così vedrai che, a poco a poco, farai luce dentro di te e capirai quanto sia stato tutto positivo e bello – anche se doloroso – e quanto costruttivo per il tuo intimo, la tua maturità e la tua evoluzione. Ci risiamo, dolce sorella, ancora parole che hanno solo il sapore della teoria, e io ti dico: accetta questa teoria e – se non sarà oggi sarà domani, o forse ancora post domani – vedrai applicarla in pratica.
Hai trovato degli amici in questa nuova città, ti sei sentita viva tra di loro, realizzata – almeno in parte – il distacco, anche se momentaneo, è stato doloroso per te, avresti anche rinunciato alla partenza. Tutte cose molto belle e ti siamo grati per questo, ma giuste fino ad un certo punto, oltre il quale vuol dire che qualcosa non va, vuol dire che ancora qualche angolo deve arrotondarsi, vuol dire che la comprensione non è totale.
L’amore, sorella, nel senso generico, non è legato alle distanze, non conosce i chilometri come una netta separazione da quell’amore che avevi trovato e sperimentato direttamente. Perché? Perché vuol dire che ancora non hai compreso del tutto quel concetto di amore che avevo cercato di spiegarti. A suo tempo, avevo detto che l’amore vive dentro ad ognuno di voi e una volta che si è riusciti a tirarlo fuori – non può più morire.
L’amore non nasce, non vive, non muore: l’amore è.
E se tu l’avessi veramente trovato – trovato del tutto – non potrebbe, mi capisci sorella, procurarti del dolore. Anzi, dovrebbe darti la forza necessaria, proprio per la sua presenza reale e tangibile, di superare le situazioni che definisci sfavorevoli.
Imparare ad amare significa molto semplicemente scavalcare il proprio Io per comprendere e aiutare tutte le altre creature, anche le più «antipatiche», senza chiedere o, meglio ancora, senza aspettarsi qualcosa in cambio.
“Ma amare è anche sapersi fermare.»
Ricordi, sorella, queste parole? Sapersi fermare non significa non fare più nulla per i propri fratelli, ma saper fermare le spinte del proprio Io che indurrebbero a dare anche il superfluo; mentre amare e aiutare è anche un semplice sorriso, una stretta di mano, uno sguardo dolce, come già avevo cercato di dirti. Comprendendo questo riuscirai a capire il vero significato della tua stessa esistenza che non è fine a se stessa, ma va oltre quello che tu, momentaneamente, puoi comprendere. Ti ringrazio, sorella, di starmi ad ascoltare e so che mi capirai; non importa quando.
Butta via il sorriso corrucciato o contrariato; apri un sorriso sincero sul tuo volto e rivolgilo a chiunque ti sta intorno, anche a chi è «causa» delle tue tensioni; ringrazialo per ciò che fa perché, a modo suo, ti aiuta, dandoti la possibilità di apprendere verità nuove che ti faranno più ricca interiormente e sempre più sorridente..
È questo e solo questo il vero significato dell’esistenza: sottovalutare, dare la minima importanza al proprio Io ed a se stessi, proprio per migliorare se stessi.
E se all’inizio sarà necessario un po’ di sforzo, ti renderai conto – in seguito – di quanto piacevole e bello sia stato.
Tutto il discorso sull’amore vale anche per noi e se anche non possiamo rivolgerti un sorriso con la bocca, stringerti le mani con le mani, accarezzarti con uno sguardo, ricorda che ti siamo vicini e che, a modo nostro, ti sorridiamo, ti stringiamo le mani e ti accarezziamo.
Per tutto questo, per tutte le emozioni e le percezioni che ci accomunano, noi ti diciamo – e ti esortiamo a farlo- di liberarti da tutto ciò che fa di te una creatura ancora limitata. E se te lo diciamo è perché sappiamo che tu puoi farlo. E non importa come, non importa dove, non importa neppure quando. Fabius

Sussurri nel vento, pag. 205 e segg.

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte prima. Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior