Il testo che segue è di Kempis, Cerchio Firenze 77. Lo condivido sotto questo titolo perché del sentire e dell’amore che genera la condizione esistenziale dell’evoluto effettivamente parla, e di ciò che da lui sorge come capacità d’amare di un amore non suo.
Come frequentemente accade nelle comunicazioni da altri piani di coscienza quando vengono trattati argomenti di natura spirituale e mistica, il linguaggio ha una certa enfasi con ricorrenti “assoluti” che sinceramente non apprezzo, perché semplificano una realtà in verità molto più complessa e articolata di quanto venga detto e proposto all’immaginazione dell’ascoltatore. Farò degli incisi di seguito ai passi più discutibili.
In grassetto evidenzio i passi chiave, in corsivo ciò che a mio parere è discutibile. (Il post è una bozza, segnalate gli errori, per favore)
[…] Il sentire è tanto meno limitato e flebile quanto più è consapevole di far parte di un Tutto e, quindi, quanto più è conscio della propria funzione in quel Tutto.
Una tale consapevolezza, quando è bene delineata, quando è intima convinzione, quand’è propria naturale indole, cancella ogni timore dell’ignoto, annulla ogni conflitto, ogni senso di avversità nei confronti degli altri, facendoli amare; insomma, cancellando all’origine ogni paura, ogni angoscia, ogni moto egoistico, dà una somma beatitudine.
[→uma] “quand’è propria naturale indole”: intende dire quando il sentire strutturato di un certo grado è parte costituente della coscienza che genera la presente incarnazione. Quel sentire si è costituito attraverso molteplici vite e innumerevoli esperienze fino a dar luogo a una coscienza – a un corpo akasico – con date caratteristiche intrinseche. Ciò che l’evoluto mette in pratica non sorge dalla volontà, non obbedisce a degli archetipi, è la naturale e fluida espressione di ciò che sente, della natura del sentire che lo costituisce e che si manifesta.
“Ogni timore dell’ignoto / ogni conflitto / ogni senso di avversità /ogni paura /ogni angoscia /ogni moto egoistico“.
Semplici e fuorvianti iperboli che disegnano un essere mai esistito tra gli incarnati. Quell’ossessivo “ogni” è l’irrealtà fatta aggettivo come a proporre l’impossibile all’umano.
“Dà una somma beatitudine“: senza definire cosa sia la beatitudine l’espressione si limita a confondere e ad annichilire tutti coloro che sembra non la provino. È uno di quegli “assoluti” che fanno danno al medio evoluto e all’evoluto perché propongono modelli astratti svincolati dal reale sperimentare ma tali da produrre un senso di inadeguatezza permanente: qualunque sia il sentire che ti guida e ti genera, mai sarà libero da un certo tasso di limite, mai sarà un assoluto ciò che vivi e dunque ti sentirai sempre in difetto.
Questo può anche essere un bene, ma anche no: chi scrive ritiene che il linguaggio evoluto debba essere coerente con la condizione evoluta, condizione caratterizzata da grande semplicità quanto da grande complessità. Se la semplicità non è associata alla complessità divine altro.
Ricordo inoltre che di assoluto c’è solo Dio, tutto il resto è relativo, più o meno relativo. Dio è somma beatitudine e libero da “ogni”, non l’umano né il sovraumano.
Molto ci sarebbe da dire su cosa sia la beatitudine dell’evoluto conseguente a Essere/Tutto, all’esperienza dell’unità. Sinceramente, non userei mai l’espressione “somma beatitudine” così carica di rimandi perché storicamente così abusata. Chi legge questo sito ha incontrato molte volte la descrizione dell’esperienza unitaria e questa, in genere, è tratteggiata usando termini che rimandano al perdere, allo scomparire, al sottrarre, all’irrilevanza, all’abisso di un deserto sconfinato dove c’è solo Essere. SI vedano, eventualmente, questi due ultimi post, tra i tanti.
– La vita nell’Essere di chi non è più
– Essere niente, essere Essere [/uma]
Voi non potete concepire la gioia se non come qualcosa che segue al raggiungimento di un vostro desiderio ben determinato; potete essere felici solo attraverso certe particolari stimolazioni che scaturiscono dalla dualità avere-non avere, essere-non essere, cioè dal gioco dei contrari.
Ma esiste una beatitudine data dalla pienezza, dalla contentezza, dalla esultanza, dalla letizia, dalla felicità che scaturisce spontaneamente perché è legata a uno stato d’essere in cui — come ho detto — ci si sente parte integrante di un Tutto meraviglioso, in cui si capisce che tutto ciò che accade ha il solo fine di portare ogni essere alla più alta forma di esistenza.
Rendendosi consapevoli di ciò, ci si sente approdati in un porto sicuro, al di là di ogni tempesta, nel mare tranquillo della pienezza, a tal punto che ci si chiuderebbe in se stessi se non vi fosse la spinta a immedesimarsi in quel Tutto di cui si capisce essere parti integranti ma che solo gradualmente si giunge a sentire come tale. Per dirla con concetti umani, si cerca l’abbraccio, l’unione con gli altri; ma non per la ragione che sempre spinge l’uomo, cioè per prendere, per avere qualcosa, sia pure affetto; bensì per dare, per donare se stessi consapevolmente a quella parte dell’esistente che ancora non si sente unita a sé.
[→uma] In questo paragrafo ci sono affermazioni che difficilmente qualunque contemplativo assennato sottoscriverebbe:
– “al di là di ogni tempesta“: chi è tanto presuntuoso da ritenersi aldilà di qualunque tempesta? Chi non ha in sé il dubbio, il timore e il tremore per i propri errori e limiti, per il bagaglio karmico che lo accompagna nel viaggio? Chi, guardando alle fatiche altrui, può dire: a me non toccheranno.
– “nel mare tranquillo della pienezza“: il mare della pienezza, esperienza certamente reale, non necessariamente è tranquillo e su questa complessità veramente tanto ci sarebbe da dire ma non porterebbe comunque ad affermare che il mare della pienezza è tranquillo.
– “per donare se stessi consapevolmente a quella parte dell’esistente che ancora non si sente unita a sé“: si dona non sé ma il Ciò-che-È, l’Essere che È, senza uno scopo, senza una ragione, semplicemente perché quello va fatto, non per unirsi consapevolmente a quella parte dell’esistente che ancora non si sente unita a sé: questo è certamente presente ma non è il centro.
La questione è decisamente complessa perché molteplici strati dell’Essere si associano nell’esperienza dell’essere “offerta” costituita da un sentire che si manifesta e che va incontro a qualcuno.
Il sentire in tutte le sue declinazioni e nella sua complessità di Essere e divenire, di unitario e relativo, di libertà d’amore e di condizionamento, va verso l’incontro, verso la relazione e ciò che sente – questo aspetto mi preme e lo sottolineo – non è: ti incontro per unirmi a te, ti incontro per completare un’unione che ancora non è compiuta e dunque tu sei una possibilità affinché il senso dell’unione possa ancora progredire.
Le cose – secondo la mia comprensione – non stanno così: il sentire che incontra l’altro, nel fondo della esperienza che avviene non è condizionato dalla logica evolutiva, dal “ti incontro e realizziamo una unione che porta avanti entrambi”.
Quel sentire, incontrando l’altro, celebra innanzitutto una unione che è già, da sempre, oltre il divenire: è già nell’Essere e a quel livello il sentire la percepisce.
L’incontro è celebrazione d’Essere: questo nella sua natura profonda. Questa è la sua reale profondità, la verità esistenziale dell’incontro. Questa profondità è anche complessità, e dunque è stratificazione di sentire relativi con le loro limitazioni e con i condizionamenti che si portano appresso.
Il contemplativo sente l’insieme della complessità dell’incontro unitario: sente dall’incontro del sentire senza tempo e senza barriera, fino alla forza vitale e condizionante di eros, l’intero spettro.
Sente l’assenza assoluta di scopo e vede l’intrecciarsi e il sovrapporsi sottile di uno scopo: risiede nel primo, ma non è immune dal secondo. Il primo è la libertà in cui risiede, il secondo la veste che indossa e che si armonizza al primo. Dentro questa complessità vive il contemplativo, l’evoluto, complessità non semplificabile. [/uma]
Lo slancio con cui ci si protende verso ciò che ancora non si sente parte di sé — ma più giusto è dire: a cui ancora non ci si sente uniti — è uno slancio dettato da qualcosa di simile all’amore conosciuto dall’uomo allorché è capace di amare altruisticamente: donare tutto se stesso per il bene di altri.
L’amore che si raggiunge e che, gradualmente, fa entrare in comunione gli esseri, non è una sorta di sodalizio ma per ognuno è essere anche l’altro, arricchirsi reciprocamente delle rispettive esperienze, raggiungere un livello tale da rendere entrambi un solo essere.
Kempis, Cerchio Firenze 77 (Fonte: Istinto, intuito, sentirsi d’esistere, dal libro: Cerchio Firenze 77, Le grandi verità ricercate dall’uomo, ed. Mediterranee.)
[→uma] “a cui ancora non ci si sente uniti“: espressione importante quanto discutibile (ecco il grassetto e il corsivo). Multiforme è la consapevolezza del contemplativo nell’incontro con l’altro, multiforme e complessa: sente che l’altro non è altro, sente il Ciò-che-È operante, vivo, vitale, ma sente anche il condizionamento – ad esempio, la prudenza – che l’umano relativo introduce.
Questa complessità permette al contemplativo di abitare il mondo ogni giorno essendo quel che è, vivendo la pienezza d’Essere di ogni incontro che accade e che da sempre È, e il discernimento necessario nel divenire.
Sente il Ciò-che-È e sente ciò che va detto e fatto nel momento contingente: questo sente simultaneamente.
È consapevole dell’accadere unitario eterno e senza tempo, del processo di unificazione in corso d’opera e del necessario alla relazione di quel momento e in quella condizione. [/uma]
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Il commento è lucido, chiaro, scorrevole, nonostante l’argomento complesso.
Condivido che l’esposizione di Kempis contiene degli assoluti difficilmente raggiungibili da un incarnato per quanto evoluto sia, e per certi versi alcune sue affermazioni hanno sfaccettature che non vengono esplicitate.
Uma ha colto il tutto e lo ha approfondito con grande chiarezza.