Continuo qui la contemplazione iniziata nel post precedente.
Un immenso spazio vuoto può essere lo spazio dell’esistenza-reale? E quello spazio vuoto che dimensione è visto che vuoto non significa assenza se non della condizione che l’umano percepisce ed è in grado di decodificare?
Vuoto di umano ma presenza di cosa? Perché, in quel vuoto, comunque c’è consapevolezza di Esistenza e di Essenza ma non c’è nulla di pensiero, né di emozione.
C’è assenza di umano ma presenza di Esistenza/Essenza.
Non è la stessa presenza che si avverte quando l’umano è comunque presente, lì la presenza è Presenza, qui la presenza è ordinaria.
Nel vastissimo vuoto esistono Esistenza ed Essenza feriali e niente altro.
Questo è l’abisso.
È il Vuoto/Tutto, perché è evidente che nell’assenza totale di umano il termine vuoto non designa l’assenza ma la condizione di Ciò-che-non-è-decodificato.
La totalità d’Essere ed Esistere, come si avverte quando l’umano è abbandonato?
Non può essere un contenitore traboccante, è altro.
L’Unità-del-Tutto non è una sommatoria, il totale di una moltitudine: 1+1=3, questo è il principio.
Ne esce questo stato di vuoto, di deserto completamente oltre l’umano.
Conoscevo già questo, veniva da giovane fin verso i trentacinque anni come esperienza transitoria che poteva durare ore ed era uno stacco netto: dal rumore al vuoto.
Oggi è lì, appena oltre il velo, sempre percepibile e a volte prevalente.
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