Appunti provvisori sulla natura e l’esperienza dell’Assoluto Essere 1

Una serie di appunti volti a mettere a fuoco la comprensione e l’esperienza, che costantemente muta, dell’Assoluto Essere.

La contemplazione dell’Assoluto Essere non è la contemplazione di qualcuno, di qualcosa, di una dimensione, di un’essenza.

Non è la contemplazione di qualcosa che possa anche lontanamente avere una definizione. Siamo così abituati a vivere nel relativo, in ciò che ha un confine, una delimitazione, che ci rimane difficile cambiare ottica. Il Tutto/Niente/Assoluto non ha un confine, non ci siamo io e Lui, tutto è Lui, ma siamo anche oltre anni luce a questa definizione che, alla fine, oltre ad essere ovvia lascia il tempo che trova, non definendo l’essere tutto granché, se non una quantità. Ma non è questione di quantità.

È una riflessione in piedi dalla notte dei tempi, non ho la pretesa di aggiungere qualcosa, né mi interessa farlo, ma per me è di grande importanza perché rivela lo stato della comprensione/sentire che attraversa questo essere.
Non ha niente a che fare con la filosofia, è questione di pelle, carne, ossa e midollo: questione essenziale
, determinante: nessun interesse è presente in me riguardo a questa vita (se non per le inevitabili conseguenze delle meccaniche incarnative) o alla prossima condizione d’esistenza (su cui non ho dubbio alcuno ma nemmeno curiosità o spinta all’indagine), non c’è interesse per il divenire, non interesse autentico, almeno, che vada aldilà dello stupore per l’immane spettacolo circense. Solo la condizione ultima sembra riguardarmi, solo lo scomparire e l’Essere definitivo colgo in ogni attimo dell’esistenza.

***

Finché c’è un Qualcuno da cercare non ci siamo, il Tutto non cerca se stesso, è se stesso. Non è uno che esiste, è l’Esistere.
Il cercare è indice di divenire, ma bisogna precisare: è anche indice della meccanica inevitabile del divenire. Allora c’è la ricerca naturale, quel tendere verso…non disattivabile e, mentre questo accade, mentre l’essere va alla ricerca di qualcosa, tende a qualcosa, simultaneamente, nell’identico tempo c’è lo sprofondare nel superamento di ogni ricerca, nella sua vanificazione.

Finché non usciamo dalla ristretta logica dell’io/Tu, dell’io/confine e del Tu/Confine, non possiamo fare il balzo necessario nella comprensione e nell’esperienza.
Alla base della limitazione c’è l’archetipo alquanto radicato del Dio persona; superato quanto volete nelle accezioni più didascaliche, ma ci rimane ancora difficile comprendere un’Essenza Assoluta che possiede tutte le qualità e che è un Tutto/Niente perché quelle qualità, alla fine, non possono definire niente di Essə.

Rinunciare alla logica del Dio persona ma anche a quella delle qualità che Essə possederebbe. Un Tutto/Niente è tutto ciò che da Essə sorge, si manifesta e non si manifesta, è tutto ciò che in Essə è e si genera, ma è anche totalmente oltre ciò che lo costituisce: non possiamo concepire l’infinito, conteniamo solo il finito e non possiamo comprendere che non sia una questione di quantità, né di qualità di una totalità generata da quella dimensione. Dobbiamo liberarci dalla logica quantitativa, qualitativa, attributiva, generativa perché queste sono tutte aggiunte, conseguenze implicite nel Ciò-che-È che è anche le sue conseguenze ma innanzitutto le trascende.

***

L’esperienza dice che solo nel vuoto di ogni cosa che appare e che vibra sorge la consapevolezza del Ciò-che-È. Vuoto di apparenza, vuoto di attribuzione, vuoto di prefigurazione: quando noi siamo vuoto allora il Ciò-che-È è un’evidenza.
Vuoto di apparenza significa vuoto di adesione all’apparenza.

Questo significa che è il vuoto di divenire la porta di accesso, e questo è ovvio. Vuoto di divenire, vuoto di sé, vuoto di narrazione: in questo vuoto il Ciò-che-È è un’evidenza, è l’Essenza che si palesa e “noi/sentire/contemplare” siamo la Sua pelle, carne, ossa, midollo.
Siamo l’Essenza che è, la membrana del tamburo che vibra.

Questo “siamo” non designa un nucleo, un essere, ma un’esperienza: non siamo qualcuno, è un’esperienza, l’Essere che esperisce, il Ciò-che-È in atto.

***

La parola non esprime quello, è Quello. Anche tutto ciò che appare ai sensi è Quello ma non tanto in quanto forma (su questo debbo ancora approfondire anche se è chiaro che la forma è una delle tante derivazioni di un principio/origine), in quanto sentire, in quanto abisso. Il manifestato è un abisso d’Essere se non ci lasciamo intrappolare dai sensi e dai dati che trasmettono.

Ecco che la parola è abisso non in quanto parola ma in quanto Essenza. Non Essenza in forma di parola, non sono due, la forma è l’Essenza, è abisso, se contemplata.
Non il generante, l’Essenza, e il generato, la parola, oltre questo: ogni cosa che è, è Essenza.

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Così sperimentiamo il Tutto e sentiamo il Niente: il Tutto è ogni cosa che è, il Niente è il suo abisso.

Un esempio: il Dio persona dotato di volontà: “È la volontà, non “ha” la volontà”. Ma questo affermare che È la volontà non va inteso che è la forza-volontà, questo è chiaro e scontato:
1- non è qualcuno che ha una volontà;
2- È la volontà: passaggio interpretativo intermedio tra un soggetto che possiede una volontà e lo step successivo;
3- è Ciò-che-È, oltre la volontà.
Non posso affermare che è la forza-volontà, diverrebbe, mentre non diviene. Posso invece affermare che è il Niente da cui la volontà origina: ma è il Niente.
Tutto sorge non da un pieno, ma da un vuoto. Ma anche il termine vuoto – utile come immagine – qualifica: solo Ciò-che-È è un’espressione adeguata.

***

Sentendo attraverso la percezione, ovvero scendendo nell’abisso di ogni cosa percepita, dove ogni percezione non vale tanto in sé quanto per l’abisso che apre.
La forma apre su un abisso, la vibrazione ugualmente, tutto ciò che caratterizza il divenire non è l’affiorare dell’abisso, la sua forma, è il buco nero attraverso cui precipitare.

Ogni percezione, su qualunque piano, è una possibilità di precipitare nell’abisso, è un baratro.

***

Ciò che appare, che ha forma, che vibra, che colpisce i sensi è un portale, se vissuto nella disposizione contemplativa. Ciò che accade adesso, e che è percepito, è impatto ma, se osserviamo più a fondo, è apertura sull’abisso del Niente, è portale di accesso e che immediatamente connette con l’abisso d’Essere.

Oltre l’impatto sensoriale vi è il Niente. L’impatto sensoriale, se è sentito e non si limita ai dati esteriori, come un portale multidimensionale conduce nel non tempo e nel vasto spazio del Niente/Tutto.

***

Concepiamo la profondità dell’abisso come uno scendere, un andare verso…, ma la profondità è esattamente qui, non è in altro tempo o spazio – categorie delle quali siamo prigionieri – è adesso e qui: la forma/vibrazione che è il portale per l’abisso, se contemplata è già l’abisso, qui, adesso, c’è il non spazio e tempo. Adesso, qui, è il Ciò-che-È.

È la disposizione contemplativa che cambia la realtà, dunque uno stato della consapevolezza: ciò che ai fini dei sensi è apparire, nel sentire contemplato è Essenza, è già Ciò-che-È, Assoluto Essere.

È lo “sguardo” che dunque cambia la realtà, la natura dello sguardo. La Realtà, in sé, è apparire, è divenire, è Essere, è Assoluto Essere: a seconda della consapevolezza in campo, e dunque della disposizione contemplativa o meno, o del grado di essa, della Realtà vengono sentiti i vari gradi, fino al grado che li contiene tutti e li supera andando totalmente oltre, l’Assoluto Essere.

La Realtà vista con lo sguardo del Ciò-che-È, è il Ciò-che-È: c’è uno switch nello sguardo, nella consapevolezza ordinaria c’è un balzo nello sguardo che da ordinario accade come lo sguardo del Ciò-che-È.

***

La Realtà è l’Assoluto Essere inteso come Tutto/Niente, come Ciò-che-È, e tutto ciò che da questo stato deriva, dunque tutto l’esistente di qualsiasi grado di sentire, vibrazione, forma: questa Realtà è composta dalle consapevolezze di Essere ed Esistere (dall’atomo di sentire a tutte le sue aggregazioni fino al Sentire Assoluto), consapevolezze e autoconsapevolezze* che sono tali perché esiste lo Specchio del Niente, lo Specchio Vuoto, lo Specchio del Ciò-che-È.

*(Nelle forme di vita elementari non si intende l’autosapevolezza sofisticata di un’identità, ma la consapevolezza di base di Essere ed Esistere: quell’essere specifico sente di Esistere ed Essere, è una forma rudimentale di autoconsapevolezza)

Ogni stato e condizione, ogni sentire sono un dato grado di consapevolezza e di autoconsapevolezza derivato e interno al Tutto/Niente, al Ciò-che-È: sono quel che sono perché dal Tutto/Niente sorgono e in Essə si “specchiano”, nel Vuoto si specchiano.
La consapevolezza e autoconsapevolezza di ogni ente deriva dalla sua relazione col Niente, col Vuoto: è il Vuoto che le definisce e le contorna.

Una forma nello spazio vuoto può essere considerata come definita dallo spazio vuoto: una tazza è definita dallo spazio fuori e dentro. Una tazza è tazza perché esiste lo spazio vuoto, e così vale per tutto l’esistente. Tutto ciò che esiste è definito dal Tutto/Niente.
Non dall’Essere inteso come Sentire Assoluto frutto della molteplicità di ogni divenire, ma proprio dal Tutto/Niente inteso come Assoluto Essere, Dio.

Ciò che esiste è definito dal Vuoto e nel Vuoto si “specchia”: quella è la sua matrice/origine.
Senza il Vuoto nulla esiste e nulla può essere consapevole e autoconsapevole.
Esiste l’autoconsapevolezza perché la matrice è il Vuoto, il Tutto/Niente, il Ciò-che-È.
Tutto l’esistente esiste in relazione a una Essenza, se togli questa chi definisce chi?
L’Essenza esiste perché è relativa a ciò che genera? No, perché sarebbe dipendente e questo non è possibile, ma il generato dipende dall’Essenza, ne è una sua illusoria manifestazione ed è in illusoria relazione con Essə.

***

Solo il Vuoto può definire il Tutto: il Tutto si autodefinisce – nella vibrazione, nella forma, nella consapevolezza, nell’autoconsapevolezza in virtù del Niente.
Ecco perché il Ciò-che-È è Niente/Tutto. La tazza/Tutto è definita dal Vuoto/Niente.
I due, Tutto e Niente, compongono un’unità? Certo, a questo livello tutto è unità, ma non è questo il centro: qui andiamo oltre l’unità stessa e contempliamo il Niente come Essenza.

Andando all’origine, per noi non ha interesse il Tutto unitario ma ciò da cui assume esistenza ed essenza. Nella nostra esistenza la vera incognita, a un certo punto del maturare delle comprensioni, non è la realtà intesa come entità unitaria oltre ogni separatività, questo è acquisito e scontato: la sfida autentica è di superare questa complessità per addivenire ad una radicale semplicità: adesso, in effetti, cosa c’è?

Non posso dire adesso c’è il Tutto/Uno, non è questa la realtà di adesso, quella unità d’Essere/Esistere è già una conseguenza. L’esperienza diretta, adesso, mi conduce molto più a fondo, mi permette di sentire il vasto Niente e di sentirlo come radice, come Essenza prima.

Non è di interesse che da questa Essenza sorga qualcosa, è di interesse la contemplazione di Essa. Avevamo sempre considerato che il fine fosse l’Unità d’Essere/Esistere, e invece no, il “fine” è abitare il Nulla.

1 commento su “Appunti provvisori sulla natura e l’esperienza dell’Assoluto Essere 1”

  1. Il testo è chiaro nell’esposizione ma i concetti, molto alti, vanno sentiti come esperienza.
    Molto utile l’esempio della tazza per capire il pieno /vuoto, il Tutto/ Niente.

    Rispondi

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