Due individui di sentire differente quando, in effetti, sentono allo stesso modo un’esperienza, uno stato? Quando condividono amore, senso delle esperienze, apprendimenti?
Sono giunto alla consapevolezza matura dell’irriducibile alterità dei mondi personali solo dopo tanti anni di insegnamento: prima di allora mi rimaneva difficile comprendere come alcune visioni o comportamenti, soprattutto questi, non fossero naturalmente condivisi.
Ero chiaramente consapevole della soggettività del reale, ma quello che non avevo compreso è che certe smentite erano segnali evidenti di una non condivisione del sentire: avrei dovuto prenderne atto rapidamente senza perseverare.
Se avessi lasciato andare i rapporti per tempo avrei risparmiato dolore e incomprensioni, ma mi sembrava di erigermi a giudice e ho finito per non tenere adeguatamente conto di segnali eloquenti. Ho sempre cercato di dare molte possibilità ai rapporti, tranne poi comprendere che questo non sempre è un bene.
Una data comprensione dell’amore, per fare un esempio, contiene in sé tutte le comprensioni che la precedono, ma questo non è sufficiente a garantire una condivisione veramente sentita tra due persone con comprensioni/sentire differenti.
Per intenderci: se l’individuo A ha comprensione dell’amore di grado 8 e l’individuo B l’ha di grado 5, potranno essi vivere un amore condiviso? Contenendo il grado 8 il 5, potremmo pensare che per il primo individuo non debba essere impossibile amare nel grado 5, e invece, in larga parte, lo è.
Un grado 8 di amore è un mondo fatto di sentire e di priorità che da questo conseguono. Un grado 5 è un altro mondo, sorretto da altro sentire e da altre priorità. Il grado 8 comprende il grado 5 ma non può sostenerlo, non è ciò che può vivere come amore, quello è un amore che non gli interessa più.
Ecco che i nostri due individui possono anche vivere insieme, anche fare figli, ma l’amore che dovrebbe unirli in realtà non è condiviso: ciascuno di loro vive un film personale in cui accade il suo amore, ciascuno sente l’altro secondo la propria personale esigenza: due mondi paralleli scorrono senza incontrarsi, senza entrare in condivisione di sentire.
Dentro il mondo di A, B accade secondo il copione di A; dentro il mondo di B, A accade secondo il copione di B. Stesso contesto, ma due modi alternativi di sentire ciascuna scena, due modi che non si incontrano, che non entrano in alcuna condivisione non essendoci equivalenza di sentire.
Fin quando dura una situazione simile? Difficile dire, ma anche per un’intera esistenza, credo. Oppure, a un certo punto, l’illusione in cui i due erano immersi si rompe e allora fanno i conti con le rispettive narrazioni parallele.
Tutto questo non è per dire che solo sentire equivalenti sentono allo stesso modo, questa è un’ovvietà; è per porre di fronte ai nostri occhi la macroscopica realtà che la grande parte dell’umanità non condivide alcunché: la condivisione non è il coworking, né il cohousing, non è nemmeno il dirsi reciprocamente: “Ti amo!”, è il sentire assieme e questo non è affatto comune.
Se non è comune, allora ciascuno vive la propria esistenza e gli altri sono attori che calcano il suo palcoscenico, attori di cui egli, o ella, è la sceneggiatrice e la regista.
Vite parallele scorrono e non si incontrano mai, in realtà, pur essendo popolate dagli stessi protagonisti. Come in un sogno, si potrebbe pensare, ma è diverso.
Il sogno è squisitamente personale, nel sogno non c’è apprendimento particolare, non avviene trasformazione del sentire: è un simbolo, il frutto del flusso dei dati, ha un valore ma è molto lontano dall’essere sentire in manifestazione e in trasformazione.
La realtà di vita non condivisa è invece una vera officina esistenziale: ogni individuo realizza il proprio film con i materiali che ha a disposizione in un ambiente, dove l’ambiente e i materiali possono in effetti essere condivisi con altri, essere gli stessi e senz’altro reali e oggettivi, ma lo svolgersi delle scene segue copioni assolutamente personali.
In altri termini: stessa casa, stessi figli ma scene di vita esistenziale non condivise, ognuno sviluppa il suo film esclusivo.
Ognuno mette in scena ciò che esistenzialmente gli è necessario e siccome i sentire che originano le scene sono differenti, le scene saranno differenti: due vite parallele e non comunicanti.
L’Individuo A ama di un amore, l’individuo B ama di un altro amore: non si stanno affatto amando, stanno sprimentando l’amore ciascuno per conto proprio generando scene d’amore funzionali ai loro apprendimenti.
Al centro non vi è la realtà, tantomeno una fantomatica realtà condivisa, vi è la realtà esistenziale di ciascuno. Il condiviso si limita ad alcuni aspetti scenografici: la casa, il giardino, le tazze. In altri termini: le scenografie del palcoscenico personale hanno elementi condivisi con quello dell’altro.
Questa realtà così sommariamente descritta potrebbe annientarci nell’intimo, e infatti è di certo rifiutata e derisa da chi non ha un sentire tale da poterla comprendere.
Siamo soli, ma non di una solitudine psichica, egoica, siamo soli perché solo noi – come sentire – siamo l’elemento generante il reale sperimentato: questo non è frutto della relazione e della condivisione, ma del sentire che, in un dato ambiente vibrazionale e con date caratteristiche, estrinseca i suoi processi.
La relazione è importante perché offre materiale per le scene e spunti per gli apprendimenti: è uno starter, ma l’evoluzione che genera è squisitamente personale. È il lievito nel pane ma ogni pagnotta lievita e si cuoce a modo suo.
Ogni sentire sente e genera le scene, arredi condivisi compresi, ma è solo per lui, è l’unico spettatore, a meno che non vi sia qualcun altro con sentire prossimo. Tutto quel che accade nel mondo non è che l’ambiente in cui questo processo è inserito, tutte le reazioni soggettive sono le reazioni del compreso e del non compreso.
Che si governi un pollaio o una nazione da trecento milioni di cittadini non fa differenza, è tutto sempre soggettivo e accade in un ambiente che è sentito anche dagli altri, galline o umani, ma ognuno utilizza quell’ambiente per realizzare il proprio copione.
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