[Sommario AI] Lo Zen considera il corpo come il vero tempio della pratica religiosa, con lo zazen (semplicemente essere seduti) come fulcro.
Dōgen e Nagarjuna sottolineano l’autenticità e la perfezione che si manifestano nell’essere corpo, paragonando questa pienezza alla luna piena. L’essere corpo è la condizione ontologica in cui si realizza l’unità d’Essere.
L’unità d’Essere è presentata come l’inizio e la fine di ogni via e di ogni vita, un divenire illusorio che conduce alla consapevolezza di ciò che si è già.
Si discute la demitizzazione dell’assioma di Dōgen che identifica pratica e illuminazione nello zazen.
Si conclude che l’atto contemplativo, non la forma della pratica, stabilisce l’unità d’Essere, rendendo la religione un orpello per chi ha raggiunto un sentire adeguato.
La religione ha avuto una funzione nel decodificare archetipi permanenti, ma crea anche archetipi transitori che diventano zavorra per l’individuo evoluto. [/S]
Lo Zen riconosce nell’essere corpo* il vero tempio della via: nessuna tradizione religiosa, credo, è così inequivocabile e diretta nell’indicare il corpo come la struttura stessa della via religiosa. Non per altro motivo lo zazen è il fulcro della via effettivamente percorsa, e non per altro motivo lo zazen è nient’altro che stare seduti. Un altro modo, forse ancor più eloquente, di dire zazen è shikantaza, semplicemente essere seduto: se, anche grazie al nostro fare effettivamente zazen, noi comprendiamo le parole di Doghen e di Nagarjuna, capiamo anche cosa stiamo facendo quando facciamo zazen e il senso di farlo. Anche se il termine zazen non viene nominato che una volta in questo testo, il venerato seduto sul cuscino fa zazen proprio come ognuno di noi quando è seduto in zazen: «Davvero sappi che in quell’occasione il venerato semplicemente stava seduto sul cuscino. Il suo modo di essere corpo non differiva da come chiunque tutt’oggi siede».
[La definizione di essere corpo data da J.F in Bussho9.12: “La via si apprende con il corpo. L’accezione in cui viene usato il termine corpo va precisata: non si tratta semplicemente della carne, del corpo come altro elemento della persona rispetto allo spirito, ma della totalità dell’essere che è carne, mente, facoltà, spirito… e che fa sì che ogni essere sia l’essere che è, colta nella sua condizione di corpo: il corpo come condizione ontologica.]
La forma della luna rotonda dice da sempre, per la sensibilità orientale, la pienezza cui nulla manca. La luna piena è simbolo di perfezione, di raggiunto compimento. Doghen ci invita a soffermarci a considerare il verso con cui Nagarjuna spiega il senso del suo apparire in questa forma: «I multiformi corpi autentici perfettamente si manifestano divenendo ciascuno il proprio corpo; per questo sono forma della rotonda luna». Non c’è un altro luogo dall’essere corpo, dall’essere ciò che si è dove si è, in cui sia possibile manifestare quell’autenticità, quella perfezione che ognuno sente intrinseca come richiamo dentro di sé. La perfetta luna piena non può avere altra sede che l’essere corpo di ciascuno. «In quale tempo di quale luogo si attua qualcosa dislocato dal proprio corpo?»
[→uma] Se essere corpo, Essere-corpo scriveremmo noi, è l’unità d’Essere che si realizza, allora a noi sembra che questa sia la cifra di ogni religione e anche la cifra che condurrà al superamento di ogni religione.
Unità d’Essere: questo è l’inizio e la fine di una via e l’inizio e la fine di ogni vita nel senso che tutto nasce, trascorre e trasmuta in virtù di questa “attrazione fatale” per l’unità d’Essere. Il divenire stesso non ha altro scopo che questo, essendo dinamismo esemplificativo di uno stato d’Essere senza tempo e senza mutamento che diviene illusoriamente consapevole di se stesso: un grande, illusorio circo che conduce alla consapevolezza di ciò che già si è.
“Shikantaza, semplicemente essere seduto“: semplicemente vivere, traslerei. Non c’è religione che non appoggi su un canone composto di una teologia, di una antropologia e di una pratica e lo Zen non fa eccezione.
Nei secoli la pratica dello zazen ha avuto alterne fortune e l’assioma di Dōgen che identifica pratica e illuminazione ne è stato il principio vivificante e unificante, ma è valido? Regge a una demitizzazione? Oppure ha un senso solo se si restringe molto il campo d’analisi, lo sguardo sulla complessità del divenire e sulla liberazione da esso?
A «Davvero sappi che in quell’occasione il venerato semplicemente stava seduto sul cuscino. Il suo modo di essere corpo non differiva da come chiunque tutt’oggi siede».
B «I multiformi corpi autentici perfettamente si manifestano divenendo ciascuno il proprio corpo; per questo sono forma della rotonda luna»
L’affermazione A di Dōgen dice che Nāgārjuna stava seduto come tutti ma la B, di Nāgārjuna stesso, la smentisce: “I multiformi corpi autentici perfettamente si manifestano“. Questa non è la condizione di tutti coloro che siedono su un cuscino davanti a un muro, non nel divenire, non dove esistono i mille stati di coscienza differenti e il loro incessante mutare.
Certo, nell’attimo eterno, tutto è Ciò-che-È: in quel senza-tempo pratica e illuminazione coincidono, pratica ed Essere si sovrappongono in una unità inconfutabile, ma questa condizione si realizza sempre, a prescindere che si sia in zazen o meno.
→ È l’atto contemplativo in sé che stabilisce l’unità d’Essere, non la forma della pratica dell’atto contemplativo: se invece di stare seduto davanti a un muro, cammino e la contemplazione affiora, l’unità d’Essere è in quel momento di Eterno Presente, lì il camminare e l’Essere sono perfetta unità. E se invece di camminare faccio mille altre cose e in quelle sorge la contemplazione, sempre è unità d’Essere, sempre è pratica-illuminazione.
Se entro in questa logica vedo che al centro di tutto sta la disposizione contemplativa – che prende le forme più disparate – non una qualche visione religiosa, sperimento che per vivere l’unità d’Essere non ho bisogno di alcuna religione, arrivo alla ovvia conclusione che essa, la religione, è un orpello.
Contemplare è semplice e naturale per chi ha un sentire adeguato, è innaturale per chi quel sentire non l’ha conseguito e necessita di un processo di accompagnamento: per costui la religione ha un senso.
Quindi la religione finisce quando l’umano è strutturato nel suo sentire e non ha alcuna necessità di aderire a degli archetipi transitori, questo perché è divenuto in grado di seguire e decodificare autonomamente la guida esercitata dagli archetipi permanenti.
La religione ha avuto la sua funzione in quanto sistema di decodifica degli archetipi permanenti: nel farlo ha creato una pletora di archetipi transitori che per l’individuo evoluto divengono zavorra.
È chiaro che con queste parole abbiamo aperto un varco non solo sul senso della religione ma anche sul senso dello zazen come pratica-illuminazione: avremo modo di tornarci. [/uma]
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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Essere-corpo inteso come unità d’Essere, Unità tra l’alto e il basso, Unità realizzata a ogni istante, Unità già presente ma che affiora alla consapevolezza come Ciò-che-È attraverso l’atto contemplativo.
Grazie