Dōgen, Busshō: demitizzazione. Commento (5) di JF a Busshō 9 [busshō9.13]

[Sommario AI] Lo Zen considera il corpo come il vero tempio della pratica religiosa, con lo zazen (semplicemente essere seduti) come fulcro.
Dōgen e Nagarjuna sottolineano l’autenticità e la perfezione che si manifestano nell’essere corpo, paragonando questa pienezza alla luna piena. L’essere corpo è la condizione ontologica in cui si realizza l’unità d’Essere.

L’unità d’Essere è presentata come l’inizio e la fine di ogni via e di ogni vita, un divenire illusorio che conduce alla consapevolezza di ciò che si è già.
Si discute la demitizzazione dell’assioma di Dōgen che identifica pratica e illuminazione nello zazen.
Si conclude che l’atto contemplativo, non la forma della pratica, stabilisce l’unità d’Essere, rendendo la religione un orpello per chi ha raggiunto un sentire adeguato.
La religione ha avuto una funzione nel decodificare archetipi permanenti, ma crea anche archetipi transitori che diventano zavorra per l’individuo evoluto. [/S]

Lo Zen riconosce nell’essere corpo* il vero tempio della via: nessuna tradizione religiosa, credo, è così inequivocabile e diretta nell’indicare il corpo come la struttura stessa della via religiosa. Non per altro motivo lo zazen è il fulcro della via effettivamente percorsa, e non per altro motivo lo zazen è nient’altro che stare seduti. Un altro modo, forse ancor più eloquente, di dire zazen è shikantaza, semplicemente essere seduto: se, anche grazie al nostro fare effettivamente zazen, noi comprendiamo le parole di Doghen e di Nagarjuna, capiamo anche cosa stiamo facendo quando facciamo zazen e il senso di farlo. Anche se il termine zazen non viene nominato che una volta in questo testo, il venerato seduto sul cuscino fa zazen proprio come ognuno di noi quando è seduto in zazen: «Davvero sappi che in quell’occasione il venerato semplicemente stava seduto sul cuscino. Il suo modo di essere corpo non differiva da come chiunque tutt’oggi siede».        

[La definizione di essere corpo data da J.F in Bussho9.12: La via si apprende con il corpo. L’accezione in cui viene usato il termine corpo va precisata: non si tratta semplicemente della carne, del corpo come altro elemento della persona rispetto allo spirito, ma della totalità dell’essere che è carne, mente, facoltà, spirito… e che fa sì che ogni essere sia l’essere che è, colta nella sua condizione di corpo: il corpo come condizione ontologica.]

La forma della luna rotonda dice da sempre, per la sensibilità orientale, la pienezza cui nulla manca. La luna piena è simbolo di perfezione, di raggiunto compimento. Doghen ci invita a soffermarci a considerare il verso con cui Nagarjuna spiega il senso del suo apparire in questa forma: «I multiformi corpi autentici perfettamente si manifestano divenendo ciascuno il proprio corpo; per questo sono forma della rotonda luna». Non c’è un altro luogo dall’essere corpo, dall’essere ciò che si è dove si è,  in cui sia possibile manifestare quell’autenticità, quella perfezione che ognuno sente intrinseca come richiamo dentro di sé. La perfetta luna piena non può avere altra sede che l’essere corpo di ciascuno. «In quale tempo di quale luogo si attua qualcosa dislocato dal proprio corpo?»

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

2 commenti su “Dōgen, Busshō: demitizzazione. Commento (5) di JF a Busshō 9 [busshō9.13]”

  1. Essere-corpo inteso come unità d’Essere, Unità tra l’alto e il basso, Unità realizzata a ogni istante, Unità già presente ma che affiora alla consapevolezza come Ciò-che-È attraverso l’atto contemplativo.

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